
Mi concentro in particolare su un periodo da sempre misconosciuto nei libri di storia: la vicenda coloniale italiana. L’opera di rimozione riguarda trecentomila etiopici uccisi durante la guerra coloniale e i campi di concentramento italiani in Etiopia e Libia (dove il 7 ottobre si festeggia il giorno della vendetta contro gli italiani), vero e proprio laboratorio della Soluzione Finale nazista. Né la retorica degli “italiani brava gente” né l’opera revisionista di alcuni storici, bastano a spiegare da soli casi di oblio o di forte distorsione di fatti e responsabilità.
Con l’istituzione nel 1952 del Comitato per la documentazione dell’opera dell’Italia in Africa – composta soprattutto da ex governatori e amministratori delle colonie sotto il regime fascista – e la pubblicazione con il fregio della Repubblica italiana dell’opera in cinquanta volumi Italia in Africa, si effettuò una vera e propria operazione di revisionismo di stato cancellando o distorcendo gravemente la storia dei crimini commessi dall’Italia nella sua corsa per un “posto al sole”.
Sulla storia del colonialismo italiano si concentra nel suo saggio Nicola Labanca. Mario Isnenghi analizza il revisionismo sul periodo risorgimentale, mentre Nicola Tranfaglia, Giorgio Rochat e Mimmo Franzinelli si soffermano sui revisionismi che interessano il periodo fascista. Lucia Ceci approfondisce la storia del rapporto Italia-Vaticano, mentre Enzo Collotti analizza le tesi negazioniste sulla Shoah.
Una lettura che in questo periodo, e con l’avvicinarsi dei 150 dell’Unità d’Italia, ci pare di stringente attualità.
La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico

