Da sempre i movimenti di protesta, specie quelli di studenti e giovani generazioni, hanno coinvolto, investito e a volte sconvolto i paesaggi della memoria collettiva (quelli che vengono chiamati memoryscapes). La volontà di riscrivere la memoria collettiva passava, nei movimenti di protesta del passato, per azioni fisiche compiute su spazi pubblici considerati luoghi di memoria (o nuovi luoghi di memoria, come nel caso di Piazza Alimonda a Genova): su lapidi, su targhe di vie e piazze e su monumenti venivano apposte scritte e apportate “correzioni”. E alcuni venivano anche fisicamente distrutti.
Dunque tradizionalmente le narrazioni sui movimenti ci hanno restituito sempre una opposizione che sembrava ormai acquisita: i giovani rifiutano il passato (o le versioni che ne danno i padri e le madri) e i valori della tradizione e quindi attaccano i luoghi in cui questi si sedimentano fisicamente, a partire dai toponimi e dal patrimonio artistico e monumentale; le autorità e lo Stato difendono i valori della tradizione e quindi ne tutelano i luoghi più rappresentativi, come i monumenti (per una ricca analisi del fenomeno si veda il lavoro di John Foot Fratture d’Italia).
Le proteste del 2010 hanno segnato un inedito capovolgimento di fronte nella distribuzione dei ruoli e della relazione tra movimenti di protesta, autorità e patrimonio artistico e monumentale. Penso a due pratiche: l’occupazione fisica dei monumenti e la cosiddetta protesta delle statue.
L’occupazione dei simboli del passato non è passata nell’opinione pubblica come una usurpazione o un attacco alla tradizione, bensì quasi come una simbolica presa in tutela dei monumenti da parte del movimento. Dopo i crolli della casa dei Gladiatori e della casa del Moralista a Pompei, il Governo appare incapace di tutelare i luoghi simboli della tradizione e del passato e in questa ennesima incapacità dell’autorità statale il movimento si è inserito, dal punto di vista narrativo, efficacemente.
Mi soffermo un po’ di più sulla protesta delle statue perché è stata quella forse più circoscritta territorialmente e che ha avuto meno copertura mediatica. Nei giorni che hanno preceduto il 14 dicembre il collettivo Bartleby ha apposto su diverse statue di Bologna alcuni cartelli: le statue prendevano posizione sulla protesta e si schieravano dalla parte di studenti e manifestanti.
Il partigiano di Porta Lame annunciava “resisteremo un minuto più di voi”; Garibaldi minacciava “Questa volta non ci fermeremo a Teano” e così via. Contestualmente sul web veniva diffuso un comunicato: “stanotte abbiamo rotto il nostro silenzio e siamo tornate a parlare. Perchè noi, custodi del passato di questa città, non vediamo alcun futuro tra queste macerie. E prima di fare la fine di Pompei abbiamo deciso di lanciare un messaggio alla città: Bologna, sveglia!”. Le statue, con il carico simbolico e la storia del personaggio rappresentato, entravano sulla scena della protesta.
Alcuni giorni dopo un gruppo di ragazzi, non legato ad alcun collettivo, ha replicato l’iniziativa facendo nuovamente “parlare” le statue della città (come potete vedere sulla galleria de La Repubblica).
Il collettivo Bartleby si è in realtà riappropriato della tradizione romana delle statue parlanti. La critica al potere dei papi passava attraverso delle lettere lasciate ai piedi di alcune statue di Roma. Queste lettere venivano chiamate “pasquinate”, dalla più famosa di queste statue, quella appunto di Pasquino.
L’efficace azione organizzata dal Bartleby ha nuovamente fatto emergere il paradosso della protesta in corso e che crediamo dominerà ancora il 2011: il movimento si sta sempre di più costruendo come difensore di diritti fondamentali e sta risemantizzando gli spazi e i simboli che un tempo avremmo definito tradizionali e quindi territorio dell’autorità.





