150 anni di memorie divise – Dialogo del Centro TraMe con John Foot

di Daniele Salerno

 

John Foot è professore di storia contemporanea presso il Dipartimento di italianistica della University College of London

John Foot ha dedicato e dedica tuttora le sue ricerche al nostro paese e alla sua storia recente nei suoi vari aspetti: dallo sport (“Calcio 1898-2007. Storia dello sport che ha fatto l’Italia”) alla storia delle città italiane (“Milano dopo il miracolo. Biografia di una città”) fino all’analisi delle vicende politiche. Nel 2009 ha pubblicato il libro “Fratture d’Italia”, in cui racconta le “memorie divise” sviluppatesi attorno agli eventi più importanti della storia del paese – dalla Prima Guerra mondiale fino agli anni di piombo – a partire dall’analisi di varie pratiche di memoria (targhe, monumenti, anniversari e commemorazioni).Nei mesi scorsi su AlfaBeta2 Slavoj Zizek e Alexander Stille hanno parlato dell’”anomalia Italia”. E su questa espressione è ritornato qualche settimana dopo Donald Sassoon sul Sole 24 ore. Lei  stesso apre il suo Modern Italy (2003) citando Peter Lange: “che cosa rende l’Italia un caso di difficile classificazione?”. Tutto sommato gli inglesi a volte discutono ancora su quale nome usare per designare la loro nazione e per decenni hanno fatto i conti con l’IRA; gli spagnoli elaborano ancora il doloroso passato franchista, cercano di gestire forti spinte secessionistiche interne e qualche settimana fa hanno ricordato i 30 anni dall’ultimo tentato golpe militare; il Belgio sta attraversando una profondissima crisi politica che ne minaccia la stessa esistenza. E infine la riunificazione della Germania non sembra essere andata di pari passo con quella dei tedeschi.

Allora, a 150 anni dall’unità, in che senso l’Italia rimane tra le nazioni europee l’anomalia di “difficile classificazione”?

In molti sensi, anche se naturalmente è sempre necessario vedere l’Italia in una prospettiva comparativa. Sono peculiarità italiane: la deficitaria legittimità dello Stato e delle istituzioni pubbliche (una sorta di permanente crisi di legittimazione, per citare Habermas), la tendenza al trasformismo politico, alcune questioni antropologiche legate al comportamento politico, la battaglia in corso tra la classe giudiziaria e quella politica, l’uso pubblico della storia, il potere degli intellettuali, il ruolo del clientelismo e del patronage, la crisi dello stato-nazione, il potere del crimine organizzato, il ruolo della società civile e della famiglia. Tutti questi elementi non sono esclusivi dell’Italia ma, messi insieme, rendono l’Italia “difficile da classificare”. E poi abbiamo problematiche collegate alla storia, al passato e alla memoria (che sono il risultato di questi fenomeni, ma producono anche alcuni di essi). L’Italia è sempre stata un miscuglio di tutto questo, di tratti nord-europei e sud-europei legati alla politica e all’economia: l’Italia è mediterranea ma anche fortemente influenzata, nel Nord, da Austria e Svizzera. Tutte le culture e i regimi che hanno governato il territorio italiano hanno lasciato tracce. L’Italia stessa (negli ultimi 150 anni) è stata, in molti modi, solo una piccola parte di questa storia. Più importante di tutto, nel lungo termine, è il ruolo centrale della Chiesa Cattolica, in termini politici, economici e sociali. Un elemento che è stato messo in discussione solo per un breve periodo tra il 1848 e il 1929. Per citare Giovanni Levi, grazie al potere della Chiesa nei secoli “fu posto fondamento […] a un diverso tipo di rapporto antropologico con il potere. Due forme di autorità erano costantemente in lotta per la supremazia e nessuna chiara separazione di compiti o gerarchie fu stabilita. Sfere di azione e competenze furono confuse e sovrapposte l’una sull’altra e regole e principi furono spesso contraddittori. La relazione antropologica con il potere fu segnata da istituzioni deboli e da una cultura della clemenza, dell’assoluzione e dell’incertezza legale”.

[continua a leggere su Alfabeta2]

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