Lo spettro di Mladic

di Francesco Mazzucchelli

Oggi, in occasione della cattura di Ratko Mladic, migliaia di bosniaci si sono ritrovati sul ponte ottomano di Visegrad sulla Drina, per lanciare 3000 rose in memoria delle vittime della guerra in Bosnia.

La cattura del boia di Srebrenica, salutata come un atto di giustizia dalla gran parte della comunità internazionale (con poche, vistose, eccezioni), infiamma però ancor oggi parte dei Balcani. Per quale motivo?

Da una parte, essa risarcisce solo in parte il popolo bosniaco-musulmano (e quanta superficialità dietro questa etichetta, come se i bosniaci non serbi e non croati debbano per forza essere musulmani). E non solo perché non c’è risarcimento possibile di fronte allo sterminio programmato di migliaia di esseri umani. Nonostante le recenti scuse del governo serbo per Srebrenica, contenute in un documento che evita accuratamente di pronunciare la parola genocidio, e culminate con la visita di Tadic nel luglio scorso in occasione delle celebrazioni al memoriale di Potocari, i bosniaci possono infatti accogliere la notizia solo con una sensazione, per usare le azzeccate parole di Sofri pubblicate ieri da Repubblica, di “sollievo amarissimo”: una giustizia dalla tempistica sospetta, che arriva a pochi giorni dal rapporto del procuratore capo dell’Aja al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Una giustizia “spossante”, come la definisce Luca Leone in Osservatorio Balcani, che ha imposto un’attesa estenuante, determinata da una latitanza ingiustificatamente lunga.

Allo stesso modo, la consegna di Mladic non “ripulisce” la coscienza serba. In questo arresto il governo serbo ha mostrato, come sempre, non poche ambiguità. Per il suo, dicevamo, tempismo sospetto, (arriva tra l’altro anche a poche settimane da un’importante scadenza elettorale), per il fatto che sarà utilizzata come “merce di scambio” per l’ingresso della Serbia in UE, e non solo per questi motivi: “è un grande sollievo ma una piccola vittoria” – scrive Biljana Srbljanovic – “Per 15 anni il macellaio ha vissuto protetto e quando finalmente avviene questo cambiamento politico lo arrestano senza difficoltà”.

Né le proteste dei nazionalisti serbi possono essere lette solo come fenomeno di costume: per una grossa fetta del popolo serbo (di quello che vive in Serbia ma ancor di più quello che vive in Bosnia), Mladic era – così come Karadzic – un eroe, un difensore della nazione serba contro le minacce dei “turchi” (così i musulmani bosniaci, slavi anch’essi, venivano chiamati dai nazionalisti serbi). D’altronde, quella che i bosniaci considerano una guerra di aggressione, per i serbi fu “guerra civile”. E del resto le sofferenze del popolo serbo e croato non furono, durante le guerre jugoslave, certo inferiori a quelle del popolo bosniaco (si pensi ad episodi come l’Operazione Tempesta“).

Ma nel trauma bosniaco, negli stermini di Srebrenica, di Gorazde, nell’assedio di Sarajevo, negli altri eccidi bosniaci si è intravisto, per la prima volta in Europa dopo il nazismo, lo spettro di un progetto “scientifico” di eliminazione di una “etnìa”, lo spettro del genocidio. Uno spettro che emerge in maniera inquietante nei deliri annotati dallo stesso Mladic nei suoi quaderni (dove si trovano frasi agghiaccianti come “La nostra vera priorità è sbarazzarci della popolazione musulmana”) ma soprattutto dalle modalità di esecuzione degli eccidi di massa, dalla crudeltà delle pratiche urbicide cui furono sottoposte città come Sarajevo. Per questo stupisce leggere, nella stampa italiana, parole come quelle di Tommaso Di Francesco, che riduce l’eccidio di Srebrenica ad una rappresaglia conseguente alle (terribili) azioni militari dei musulmani contro i villaggi serbi al di là della Drina.

Un fotogramma preso da un video girato dalle truppe serbe durante lo sterminio di Srebrenica

Le manifestazioni pro-Mladic dei nazionalisti serbi ci pongono di fronte alle grandi ambiguità della memoria collettiva serba di oggi: una memoria bloccata in una temporalità mitica, cristallizata in uno scontro, epico e fuori dal tempo storico, con il mondo musulmano e in una sorta di “retorica della sconfitta” su cui si fonda un certo nazionalismo serbo. Una strutturazione dei processi della memoria che conduce dunque ad una rielaborazione del passato diametralmente opposta, ad esempio, a quella (che potremmo definire del “paradigma della colpa”?) della Germania post-nazista.

Mladic sulla maglietta di un suo sostenitore

Per questo motivo, forse, è proprio dal ponte di Visegrad, dove oggi si sono dati appuntamento i bosniaci che chiedono giustizia, che bisognerebbe partire per capire perché l’arresto del boia di Srebrenica pare non risarcire nessuno. Quel ponte – protagonista di uno dei più bei romanzi della letteratura slava di tutti i tempi, Il Ponte sulla Drina di Ivo Andric – nel libro di Andric diventa simbolo di tutta la Bosnia: non solo Porta che unisce due mondi diversi (che sarebbe qui banale e riduttivo definire Oriente e Occidente), ma anche Confine che li divide. La Bosnia è sempre stata, e lo è ancora oggi, disseminata di porte/confini, di porte che si aprono, e che “aprono”, che possono facilmente trasformarsi in confini che dividono e chiudono. Porte chiuse maldestramente dagli accordi di Dayton e che oggi è pericoloso riaprire.

Per questo, forse, il “sollievo amarissimo” dell’arresto di Mladic è oggi ancora più amaro per le coscienze dell’Europa, che del massacro di Srebrenica fu forse il principale responsabile.

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