La memoria della strage di Bologna: come ripensare le commemorazioni?

di Daniele Salerno
Angela Fresu - la più giovane delle vittime della strage del 2 agosto 1980

Angela Fresu - la più giovane delle vittime della strage del 2 agosto 1980

Ieri mattina – come ogni 2 agosto da 30 anni – la città di Bologna si è ritrovata nella piazza antistante alla stazione per ricordare la strage fascista che nel 1980 provocò 85 morti e più di 200 feriti.

Quest’anno, per il secondo anno consecutivo, il Governo non ha mandato un suo rappresentante né un messaggio. L’aperto scontro con il Governo ha di fatto portato negli ultimi anni a una sostanziale revisione delle ormai trentennali convenzioni commemorative: mutamenti che non sono semplici aggiustamenti pratici e formali, ma che sono sintomatici delle dinamiche conflittuali che hanno attraversato l’Italia negli ultimi trent’anni e che le forme commemorative e le pratiche memoriali della strage di Bologna registrano, come un sismografo, di anno in anno.

E’ nell’aperto scontro con il governo che si consuma il paradosso delle commemorazioni del 2 agosto. Si tratta infatti di commemorazioni istituzionalizzate che trovano legittimazione nei messaggi delle massime cariche dello Stato, ma che allo stesso tempo collocano una parte di quella stessa istituzione che le riconosce e le legittima sul banco degli imputati: ‘Nessuno è Stato’, come recitavano alcuni striscioni qualche anno fa. Nella narrazione commemorativa l’istituzione – lo Stato nei suoi diversi organi – è un attore politico “schizofrenico” che occupa di volta in volta la posizione di giudice e sanzionatore morale (oggi Giorgio Napolitano, come dimostra l’accoglienza della piazza al suo messaggio), perpetuatore della memoria (il Sindaco della città Virginio Merola) e di imputato (oggi nelle persone del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi o del Sindaco di Roma Gianni Alemanno, entrambi accusati  da Paolo Bolognesi per i rapporti con logge massoniche e movimenti di estrema destra).

Dal 1981 al 2009, il rito commemorativo – come ricorda Anna Lisa Tota in La città ferita – ha nel minuto di silenzio delle 10.25, momento esatto dell’esplosione della bomba, il suo atto simbolico più importante e unificante che non accetta polemiche e divisioni. Il minuto divideva il rito commemorativo esattamente in due parti: nella prima prima parte era il Presidente dell’Associazione fra le vittime ha tenere il suo discorso; nella seconda parte erano le autorità cittadine e nazionali a parlare. Negli anni passati questa divisione formale degli spazi di parola nella commemorazione è stata sempre rispettata.

Come ha ricordato Paolo Bolognesi in una intervista a Rai News, è tuttavia soltanto dal 1993 che il rappresentante di Governo ha cominciato a parlare in piazza. Una consuetudine aperta con il discorso dell’allora Presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi, in quel tragico anno di attentati. E da allora ogni politico e rappresentante del governo, da sinistra a destra, è stato spesso severamente contestato. Le reiterate contestazioni – i fischi ai rappresentanti del governo e le contro-manifestazioni dei “no global” nel 2000 e nel 2001 – sono state assorbite all’interno del rituale che nelle sue caratteristiche strutturali non ne è stato scalfito (se si esclude l’incidente occorso nel 2002, quando gli applausi rivolti a Bolognesi avevano sovrastato i fischi della locomotiva rompendo il minuto di silenzio). Le contestazioni negli ultimi anni erano così divenute un momento di conflittualità di piazza: si erano inserite nella struttura del rito, ritualizzandosi a loro volta, e si auto-regolavano negli spazi successivi al fischio della locomotiva e al minuto di silenzio, percepito come un momento sacro e inviolabile.

Il rifiuto del governo negli ultimi due anni a presentarsi alla commemorazione ha di fatto provocato una revisione dei rituali commemorativi (che erano stati rivisti proprio per evitare contestazioni ai rappresentanti del governo). I momenti precedenti le 10.25 negli ultimi due anni sono stati occupati da momenti che potremmo definire di “preghiera laica”, in cui continua a essere tutelato il carattere sacrale della memoria delle vittime. Se l’anno scorso i minuti precedenti le 10.25 avevano visto due ragazzi trentenni leggere gli 85 nomi delle vittime, quest’anno sono stati invece due bambini a leggere dal palco la poesia di “Mai più! Mai più! Mai più!” di Roberto Roversi accompagnata da un coro di 85 bambini provenienti da Marzabotto, a tessere un filo che unisce le stragi naziste di Monte Sole alla strage fascista bolognese. Un altro importante cambiamento intervenuto negli ultimi due anni è il posto e il ruolo assegnato al discorso del Presidente dell’Associazione: negli ultimi anni esso è stato collocato nella seconda parte del rito che si caratterizza per una più marcata connotazione politica ed è inoltre raddoppiato nei tempi (dai 10 minuti degli anni passati ai 20 minuti degli ultimi due anni). L’Associazione sembra di fatto costretta, in mancanza delle massime cariche dello Stato, a occupare lo spazio pubblico commemorativo, dilatando la propria presenza, e a rivendicare giustizia e verità.

Le partecipate commemorazioni di quest’anno dimostrano che la memoria della strage di Bologna continua a essere una memoria viva. Tuttavia esse hanno fatto emergere ancora una volta la difficoltà di fare di questa strage una memoria ragionevolmente condivisa e soprattutto il rischio di fare della memoria della strage di Bologna una “memoria di parte” e percepita come appartenente alla sola comunità bolognese.
Il ruolo di assoluto primo piano e di alto valore morale esercitato dall’Associazione tra i familiari delle vittime e dal suo Presidente è fondamentale ma probabilmente da rivedere: sul lungo termine si rischia infatti di restringere la “comunità di memoria” portatrice del ricordo della strage alla sola Associazione, e di “provincializzarla” alla sola comunità bolognese (e in questo senso il discorso di Merola, non bilanciato dal discorso di un rappresentante delle istituzioni nazionali, ha rafforzato questa impressione vista l’enfasi sui valori della “bolognesità”), quando invece la strage di Bologna è storia e trauma della nazione. Occorre forse in questo senso ripensare per il futuro le pratiche commemorative.

About these ads

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: