L’uomo che cade: la rielaborazione dell’11 settembre tra DeLillo, Foer e Inarritu

di Daniele Salerno

The Falling Man - Richard Drew

Nell’infinito numero di immagini che abbiamo visto dell’11 settembre ce n’è una che ha scatenato grandi polemiche e ha spinto i media ad autocensurarsi: si tratta di un uomo in camicia bianca che, allineato in verticale alle strisce grigie e bianche della torre Nord  con una gamba leggermente piegata a formare un triangolo e le braccia protese, sta precipitando. La foto è stata scattata da Richard Drew alle 9:41 di quel giorno e distribuita dall’Associated Press e fu intitolata The falling man. Il 12 settembre il quotidiano della Pennsylvania The Herald la pubblicò in prima pagina e così fece a pagina sette il New York Times. Le polemiche furono violente e divisero le stesse redazioni dei giornali, che alla fine decisero di non pubblicare mai più la foto di Drew né altre foto dei cosiddetti jumpers (saltatori).

Perché? Perché tra tante foto, alcune truculenti e che mettevano ben in vista pezzi di corpi e sangue, era questa che più di tutte disturbava l’opinione pubblica e appariva di fatto agli occhi degli americani come oscena?

Possiamo provare a rispondere prima di tutto guardandola. Essa è un’immagine chiara e nitida di un momento di estrema tragicità, una composizione cromatica e formale perfetta. L’immagine dell’uomo che cade è l’esatto contrario della foto di nuvole di fuoco e fumo che aprì quasi tutte le prime pagine dei giornali il 12 settembre 2001: lì si metteva in scena la tragedia oscurandola con le nuvole e i detriti; qui abbiamo un ordine geometrico della foto che rende un’immagine di morte esteticamente bella e chiara. L’osceno è forse proprio lì, in questo ritrarre il momento finale della morte nel suo farsi e compiersi, catturandolo e riproponendolo potenzialmente all’infinito. Catturando poi l’occhio in linee e colori che sembrano frutto sapiente di una messa in scena.

Non è solo l’organizzazione formale della foto a suscitare sgomento, ma anche il soggetto ritratto: un jumper. I jumpers sono coloro, circa 200, che si lanciarono dalle torri nel disperato tentativo di sfuggire alla morte. Il loro statuto presso l’opinione pubblica è stato per alcuni versi ambiguo: le assicurazioni avrebbero voluto etichettarli come suicidi, così da sfuggire al pagamento dei premi assicurativi, e dovettero intervenire le autorità newyorchesi affinché si riconoscesse anche a quei morti lo statuto di vittima. Come ricorda Giovanni De Mauro gli stessi familiari non volevano identificare attraverso quelle foto i loro congiunti, forse per rendere vana la strategia legale delle assicurazioni o a volte perché quel modo di morire era considerato da alcuni “poco eroico”. Intorno ai jumpers viene dunque a costituirsi una strana configurazione narrativa che li rende nella memoria dell’11 settembre delle vittime in un certo senso “scomode” e in alcuni casi – sia nella rappresentazione mediatica-giornalistica che nei ricordi privati di coloro direttamente colpiti – rimosse.

Non è un caso che alcuni scrittori americani si siano concentrati sui jumpers cercando di rielaborarne la memoria con l’aiuto della parola letteraria e di renderne l’immagine guardabile. Il primo a lavorarci è stato  Safran  Foer con il flip book che chiude Molto forte, incredibilmente vicino: le immagini sono montate al rovescio in modo da poter vedere il jumper risalire la torre invece che precipitare. Nel 2007 è stata la volta di Don DeLillo con L’uomo che cade (stesso titolo della fotografia di Drew). Il romanzo, come in una crasi, fonde due figure della memoria collettiva legata alle Torri: la figura del jumper e quella del funambolo Petit che nel 1974, a Torri appena aperte, camminò su un filo teso tra la torre nord e sud. Petit entrò nel mito delle torri rappresentandone simbolicamente l’alfa, tanto quanto la fotografia dell’uomo che cade sembra tragicamente e simbolicamente rappresentarne l’omega.

 

Philippe Petit il 7 agosto 1974 mentre cammina su una corda tesa tra le Twin Towers di New York

 

Anche il cinema ha lavorato sull’immagine dei jumper con il film collettivo 11’09”01-September 11 ad appena un anno dalla strage. Mi riferisco in particolare al contributo del regista messicano Inarritu. Il lavoro di Inarritu provocò molte polemiche, alcuni spettatori dopo pochi minuti di proiezione si rifiutarono di guardarlo: lo schermo nero e i flash che lo tagliano provocarono infatti intense reazioni emotive e costarono l’accusa a Inarritu di spettacolarizzare il dolore e la morte. Tuttavia, nel giorno in cui si ricorda il decennale, quello di Inarritu ci sembra il lavoro che più di tutti ha restituito alle immagini dell’11 settembre il loro potere memoriale: di fronte allo schermo nero e ascoltando i suoni che provengono dal buio, lo spettatore deve ricercare le immagini di quel giorno dentro di sé e rielaborarle attivamente in uno sforzo cognitivo personale.

 


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