Italiani brava gente: l’Olocausto e la negazione della responsabilità italiana al cinema e in TV

di Daniele Salerno

Per la giornata della memoria abbiamo deciso di parlare del libro di un giovane studioso italiano. Si tratta di Emiliano Perra, ricercatore presso l’University of Winchester, che nel suo libro “Conflicts of Memory: the Reception of Holocaust Films and Tv Programmes in Italy, 1945 to Presentha raccolto i risultati di una ricerca molto approfondita e metodologicamente efficace sui modi in cui l’Olocausto è stato rappresentato nei dibattiti pubblici in Italia e, di conseguenza, sui modi in cui l’assunzione (o la negazione) di responsabilità storica degli italiani riguardo al genocidio è stata gestita dal 1945 ad oggi.

All’interno di questa problematica, Perra ha individuato uno specifico campo discorsivo: la ricezione di film e programmi TV – prodotti in Italia o all’estero – da parte dell’opinione pubblica italiana, utilizzando come principali oggetti d’analisi articoli di giornali e in particolare le recensioni. In questo senso il libro è, nelle parole stesse dell’autore, uno “studio delle tendenze significative nel dibattito italiano sulla Shoah così come emergono dalla ricezione di film e programmi televisivi” (p. 2).

Da un punto di vista metodologico, Perra ha raccolto due corpora per l’analisi. Il primo comprende 69 film e 46 programmi televisivi che sono legati in qualche modo alla rappresentazione dell’Olocausto: alcuni di questi vengono analizzati in profondità dall’autore. Il secondo corpus – il più importante dato che il libro si concentra proprio sulla ricezione – costituisce il “contesto discorsivo” dei film e delle trasmissioni selezionate. In altre parole, i testi che hanno commentato e interpretato i prodotti audiovisivi nel momento in cui sono stati distribuiti per un pubblico italiano.

Il risultato è una rappresentazione molto chiara del rapporto tra i diversi e mutevoli contesti socio-politici e le strategie interpretative poste in essere dagli opinion makers italiani. Secondo Perra nel corso dei decenni queste strategie interpretative sembrano essersi adattate a diversi “quadri della memoria” – nella terminologia di Halbwachs – ma con il risultato di preservare una narrazione di lunga durata: quella del buon italiano, un mito alimentato dai sempre ricorrenti “racconti di innocenza e di vittimismo” (p. 42 e p. 125).

Perra riesce a evidenziare importanti elementi di discontinuità all’interno di questo elemento molto forte di continuità, che gli permette di periodizzare in modo efficace il dibattito italiano sulla Shoah e di strutturare il libro in ordine cronologico. Ciascuno dei sei capitoli è infatti dedicato ad una particolare fase storica, e un capitolo tematico si occupa specificamente della rappresentazione del ruolo del Vaticano e della Chiesa cattolica all’interno dell’Olocausto.

Il libro sembra suggerire che lo sviluppo del dibattito italiano sulla Shoah possa essere suddiviso in due parti principali: dal 1945 alla fine degli anni ’70 e dagli anni ’80 ad oggi.

Il primo periodo è caratterizzato dalla tendenza a utilizzare l’Olocausto come un pretesto per discutere di qualcosa d’altro (in particolare della Resistenza e dell’italianità come cattolicesimo). In quegli anni gli intellettuali, politici e intellettuali hanno cercato di distanziare l’Italia dal retaggio fascista e dal senso di colpa, al fine di ricostruire il senso di comunità nazionale dopo la guerra civile.

Secondo Perra, in quel periodo – che è analizzato a fondo dal capitolo due al capitolo cinque – l’esperienza ebraica della guerra e della deportazione è stata compresa come parte di due narrazioni generali ed egemoniche a livello nazionale: la Resistenza e il Cattolicesimo. Queste due narrazioni si incentravano sulla sofferenza della nazione sotto la dittatura fascista e l’occupazione nazista e sul sussulto eroico per liberarsene. Così nei pochi film sull’Olocausto dei primi anni del dopoguerra di fatto non sussisteva una specificità ebraica all’interno del racconto dell’occupazione. L’Olocausto è stato definito come “roba nazista” o almeno come un evento straniero. E le leggi razziali italiane sono state interpretate come un elemento estraneo alla nazione, imposto a Mussolini da Hitler.

Il film L’ebreo errante [1948] incarna questa tendenza. L’opera si inserisce all’interno delle due narrazioni egemoniche nazionali: il sistema di valori cattolici (cioè l’ebreo come maledetto per il deicidio) e l’ethos resistenziale (la narrazione fondante della liberazione italiana dal nazi-fascismo). Ciò si traduce in una rappresentazione della tragedia ebraica come estranea all’Italia e in ogni caso, riscattata dal sacrificio dei partigiani e dalla fede cattolica degli italiani.


Questo quadro non cambia negli anni ’60, che sono contrassegnati nel resto del mondo occidentale dal processo Eichmann: la coscienza italiana non è stata influenzata da questo evento in quanto percepito come non rilevante per la storia nazionale. La distanza dell’opinione pubblica italiana da eventi fondamentali della “memoria cosmopolita” dell’Olocausto è evidente ancora una volta alla fine degli anni ’70 con la ricezione della serie televisiva “Holocaust”, definita da Perra nel capitolo cinque come un ‘non-evento’: l’accoglienza italiana non è stata emotivamente importante e non ha segnato, come è successo altrove, la memoria collettiva del paese.

In ogni caso, gli anni ’80 hanno segnato un momento importante: l’Olocausto in quel decennio ha assunto lo status di una grande narrazione, autonoma rispetto alla narrazione resistenziale e a quella cattolica.

Gli anni ’80 e gli anni ’90 sono caratterizzati dal boom della memoria dell’Olocausto, che ha raggiunto il suo picco nel 1997 con “La vita è bella” di Roberto Benigni e la messa in onda sulla televisione pubblica di “Schindler’s List”. Il film di Benigni è il contributo più importante alla costruzione di una nuova memoria della Shoah (p. 174) e colloca l’evento al centro della memoria collettiva italiana. Tuttavia il film e la sua ricezione preservano il tema dell’innocenza italiana e del vittimismo e non riescono a mettere a fuoco il tema della responsabilità italiana in relazione al genocidio.

Questa tendenza sembra essere rafforzata nel primo decennio del nuovo secolo con l’emergere di una narrazione post-fascista che compie un doppio salto semantico. La derubricazione del Fascismo dalla categoria dei totalitarismi – per effetto dell’opera storiografica di studiosi come De Felice e per il cambiamento di temperie politica – ha permesso non solo che si rappresentasse il mito del “buon italiano”, ma che avanzasse la figura del “fascista buono” come nel caso della serie di successo “Perlasca: Un eroe italiano” (2002).


Perra dedica un intero capitolo all’anomalia italiana per eccellenza: il Vaticano e il ruolo della Chiesa cattolica nella persecuzione degli ebrei. L’autore analizza le diverse spiegazioni del “silenzio di Pio XII”: negli ultimi anni questo argomento è stato oggetto di accesi dibattiti nell’opinione pubblica italiana, in particolare in occasione dell’uscita di film come “Amen.” di Costa-Gavras. E’ molto significativo in questo senso che i film che si occupano del Vaticano sono solitamente prodotti all’estero.


Il libro di Perra costituisce un’ottima analisi e un’ottima introduzione all’evoluzione della memoria dell’Olocausto in Italia, essendo empiricamente fondato sull’analisi di una delle arene principali di elaborazione della memoria pubblica: l’audiovisivo. Per il momento il libro è disponibile solo in inglese e pubblicato dalla casa editrice Peter Lang. Speriamo di averne presto una traduzione per il pubblico italiano.

Emiliano Perra
Conflicts of Memory: the Reception of Holocaust Films and Tv Programmes in Italy, 1945 to Present
Peter Lang, 2011. 

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