L’icona del dolore

di Daniele Salerno

Nei giorni scorsi ha fatto molto discutere l’assegnazione del World Press Photo 2012 a Samuel Aranda – coraggioso fotogiornalista spagnolo – per l’immagine di una donna con il niqab che stringe a sé un uomo. L’immagine è stata battezzata “La Pietà della primavera araba”

In Italia ne hanno discusso Marco Belpoliti su La Stampa e Michele Smargiassi su La Repubblica.

Belpoliti così sintetizza:

 Quella scattata da Aranda è un’immagine ad alto contenuto estetico [...] è un istante rubato a contenuto estetico più che giornalistico.

Smargiassi così traduce il suo percorso interpretativo nella foto:

Manca, in questa foto, quella grande o anche piccola crepa che non risolve l’immagine, che non le permette di chiudersi dentro la cornice. Ho provato a cercarla, forse non sono stato abbastanza bravo, forse non c’è.

Smargiassi trova nell’immagine una “saturazione formale che sovrasta il senso”.

La foto rappresenta, come dice Saussier, un  “condensato iconografico” che, riassume Marco Solaroli in un recente saggio pubblicato su Studi Culturali, ha più funzione evocativa che informativa.

Belpoliti e Smargiassi descrivono nei loro commenti un nodo molto discusso nel fotogiornalismo: l’estetizzazione della sofferenza.

“La Pietà della Primavera Araba” è una fotografia documentaria. Ciò che la fotografia documentaria dovrebbe fare è informarci (farci sapere, farci vedere) qualcosa che altrimenti sarebbe nascosto ai nostri occhi. A questo sapere dovrebbe corrispondere una sensibilizzazione delle coscienze e forse una conseguente azione politica e sociale: la pratica interpretativa si dovrebbe fare in un certo modo percorso etico-morale.

“La Pietà della Primavera Araba” è invece troppo piena di già detto e già visto (rappresenta quello che Umberto Eco chiamerebbe una ipercodifica) ed è persino troppo bella e perfetta per “essere vera” (essa è tuttavia verissima, come testimonia lo Yemen Times): lo spettatore più che riconoscere l’Altro e avvicinarsi alla sua sofferenza, sarà portato a riconoscere l’icona e la sua bellezza. Il codice iconografico si pone così come un potentissimo filtro culturale tra il soggetto della sofferenza e lo spettatore che guarda, forse impedendo il pieno realizzarsi di una pratica interpretativa che sfoci in un percorso etico-morale.

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