Adieu. Un documentario di Alberto Castiglione sul rapporto tra mafia, città e memoria

di Laura Guttilla

Se si volesse indagare il rapporto tra mafia, città e memoria Palermo rappresenterebbe senza dubbio un caso privilegiato. La città è intrisa di sangue in qualsiasi sua parte: dal centro storico a Brancaccio fino alla periferia nord ovest  è possibile trovare una marmorea e fredda lapide commemorativa con nomi e foto di visi – noti e poco noti – scoloriti dal sole siciliano accanto alla quale passano tutti i giorni, senza farci caso, i palermitani indaffarati. Le commemorazioni che avvengono ogni anno compongono un macabro calendario che tiene impegnate autorità e forze dell’ordine in saluti e parole di rito. Finite queste, non restano che le enormi corone funebri destinate a diventare secche in pochi giorni e a restare lì per mesi a decorare il memoriale.

Oltre a queste lapidi, due imponenti monumenti si aggiungono in luoghi topici della città: si tratta di due obelischi che si ergono verso il cielo come lunghe frecce di un marrone indeciso che puntano l’aldilà. Il primo si trova a Piazza XIII Vittime: quando dal salotto buono della città si va verso il mare te lo trovi di fronte con la sua fredda imponenza ed è senza dubbio meno noto del secondo, a ridosso del guardrail dell’autostrada A29 Palermo Mazara del Vallo all’altezza di Capaci. L’obelisco di Capaci, su cui si staglia il simbolo della Repubblica Italiana seguito dai nomi delle vittime della strage del 23 maggio 1992 – Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta – ha sostituito qualche anno fa un segno meno visibile ma forse più efficace: il guardrail tinto di rosso proprio all’altezza di quell’esplosione che portò via la vita al giudice simbolo della lotta antimafia. In alto, sulla montagna che sovrasta Capaci, il fabbricato abbandonato da cui il sicario Giovanni Brusca premette il telecomando che fece esplodere il tritolo sotto la Lancia di Falcone è anch’esso diventato un monumento in maniera del tutto spontanea. Un enorme telone bianco su cui campeggia la scritta “No Mafia”, posto lì dai ragazzi di Addio Pizzo, funge da deittico e ne sottolinea la triste importanza nel panorama indistinto della campagna palermitana, fatta di verde e cemento.

Il monumento alle vittime di mafia che si staglia maestoso di fronte al Porto di Palermo è diventato il manifesto di Adieu, l’ultimo documentario di Alberto Castiglione, che in altri suoi lavori ha parlato di mafia e ricordo. L’opera del regista palermitano verrà presentata oggi alle ore 16 all’Istituto Giovanni Falcone di Palermo, scuola di frontiera nel tristemente noto quartiere Zen. La scelta di presentare il lavoro in una scuola è dovuta alla necessità di costruire una cultura della legalità a partire dalle attività che si svolgono in un’agenzia di socializzazione primaria come la scuola. L’obiettivo è contrastare la diffusione di quella che si chiama “mentalità mafiosa”, groviglio culturale oscuro a metà tra atteggiamento psicologico e insieme di pratiche culturali.

La domanda che pone Castiglione è provocatoria: a quanto è servito tutto quel sangue? Il documentario descrive Palermo e i suoi abitanti a partire dal 1992 e si interroga su come e se è cambiato il rapporto con la città rispetto alla mafia e alla cultura della legalità.  La recente storia del capoluogo siciliano si è contraddistinta per momenti di euforia – pensiamo al movimento della Primavera e all’amministrazione Orlando e più indietro al Maxiprocesso e alla nascita del fenomeno del pentitismo – che hanno lasciato grande amarezza e grande sconfitta nel cuore dei palermitani, o almeno così sembra emergere dalle visione del film. Chiedere ai cittadini se il sangue versato e le lotte fatte non siano finite nel dimenticatoio serve a comprendere come è stata metabolizzata la lotta antimafia nella memoria culturale e a capire se è effettivamente cambiato qualcosa. Tra le interviste, la testimonianza di Letizia Battaglia che fotografò quasi tutti i delitti della guerra di mafia negli anni ’70-80  e  quella del procuratore  aggiunto Vittorio Teresi, che ha preso il testimone diretto di Paolo Borsellino nella lotta alla criminalità.

A fare da sfondo la storia di un ragazzo di cui il volto resta nascosto, a metà tra realtà e finzione: nato e cresciuto nella periferia di Palermo, entra nel clan mafioso e si macchia di gravi reati per cui è costretto a lasciare la città, dalla cui vicenda Castiglione ha tratto il titolo del documentario, Adieu. Nessun finale e nessuna morale: la vittoria non sta né nel lasciare la città né nel restare. Sta forse nell’ affrontare il passato prima di tutto lavorando ad una estirpazione della cultura mafiosa nell’immaginario collettivo: non solo legislazione ad hoc, ma anche un lavoro che incida profondamente sulla valorizzazione e sulla selezione della memoria e dunque sul meccanismo semiotico della cultura

Il film verrà presentato il 3 giugno a Berlino grazie all’Associazione “Mafia? Nein, Danke!” – una sorta di Libera tedesca – che si occupa di sostenere gli imprenditori italiani soggetti (chi l’avrebbe detto!) al pizzo a Berlino. L’associazione è nata in seguito alla strage di Duisburg dell´agosto del 2007 soprattutto per far fronte ad un danno di immagine: gli organi di stampa tedesci, Bild in primis, stavano diffamando gli italiani emigrati in territorio tedesco accusandoli di essere mafiosi. Dal 2008 promuove  un festival della legalità (VIVA)  e si occupa di organizzare eventi per sensibilizzare la popolazione al tema del fenomeno mafioso.

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