L’”io so” di Marco Tullio Giordana: la strage di Piazza Fontana al cinema, 43 anni dopo

di Andrea Hajek

A circa un anno dall’uscita del nuovo libro di Alan O’Leary, Tragedia all’italiana. Italian Cinema and Italian Terrorisms, 1970-2010, il tema della rappresentazione cinematografica del terrorismo torna ad essere attualissimo con l’uscita del nuovo film di Marco Tullio Giordana. Romanzo di una strage – un riferimento diretto alle famose parole pasoliniane di Romanzo delle stragi (1975) – racconta la strage di Piazza Fontana del 1969, la prima di una serie di attentati terroristici che hanno profondamente traumatizzato il paese, e le indagini sulla strage. Un tema tuttora difficile da trattare, come evidenziato anche da un servizio del TG3 a proposito del film di Giordana, che inizia con la constatazione che ‘[n]on si studia a scuola la strage di Piazza Fontana’ (TG3 del 26 marzo 2012). In effetti, varie ricerche degli ultimi anni – tra le quali Stragi fra memoria e storia (2007) di Cinzia Venturoli – hanno dimostrato che c’è una grossa lacuna nella didattica italiana a proposito degli ‘anni di piombo’. Una lacuna che, finora, è stata affrontata soprattutto dai familiari delle vittime delle stragi che hanno dovuto assumersi quella responsabilità politica e civile che lo stato italiano invece ha mancato di sviluppare, cioè la responsabilità di ‘avere l’autorità e il potere di dire, su quella versione del passato, l’ultima parola’, come scrive Anna Lisa Tota ne La città ferita (2003), a proposito della strage di Bologna del 1980.

Con Romanzo di una strage sembra tuttavia che l’ultima parola su Piazza Fontana non spetti né ai familiari delle 17 vittime, né all’anarchico Giuseppe Pinelli, trattenuto per tre giorni nella questura di Milano per accertamenti in seguito all’attentato prima di morire cadendo dalla finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi. Il film è incentrato proprio su Calabresi, ritratto come un poliziotto in buona fede che, in fondo, non era poi così cattivo come pensava la sinistra alternativa in quegli anni, inclusa quella che l’ha condannato a morte, qualche anno dopo. Non era nemmeno presente quando Pinelli precipitò dalla finestra, e non poteva certo andare contro i suoi capi, una volta diventato vittima del sistema? Eppure, per le figlie di Pinelli, Calabresi era la più alta carica quella notte e quindi – a prescindere dal fatto che fosse stato dentro o fuori la stanza – era lui il responsabile dell’incolumnità di Pinelli. Questo, secondo loro, delegittima il fatto che, nel film, ‘[t]utto tende ad assolvere il commissario Calabresi’ (TG3 del 4 aprile 2012).

Ma le polemiche che hanno accompagnato l’uscita del film riguardano anche il modo in cui esso annulla le verità ‘che faticosamente sono state accertate in questi anni’, come scrive Ezio Mauro nel suo commento su La Repubblica. Mi riferisco alla “tesi delle due bombe” sul quale gran parte del film è basato, portata avanti da Paolo Cucchiarelli nel suo libro Il segreto di Piazza Fontana (2009) e fortemente criticata anche in questi giorni. Le polemiche non sono, però, da ricondurre unicamente alla difficile e tormentata memoria di quella strage, per la quale nessuno è stato condannato mentre le stesse famiglie delle vittime dovranno pagare le spese processuali, ma riguardano anche la scelta del cinema come mezzo di trasmissione di una memoria che viaggia sempre di più sul piccolo e sul grande schermo. Lo dice ancora Ezio Mauro quando mette in guardia dal rischio che ‘il veicolo popolare del film – e del libro rilanciato dal film – possa portare dentro il senso comune italiano nuovo o immemore una falsa percezione sui colpevoli e sulle vittime, confondendo quegli elementi di verità che sono stati definiti come tali [...]’.

È un problema accennato da O’Leary nel suo libro, traduzione e rielaborazione di una prima versione in italiano, uscita nel 2007: il ruolo del cinema (ma si potrebbe anche pensare alla letteratura o al teatro) nell’interpretazione della storia. In Italia sembra che, in assenza di giustizie e verità ‘ufficiali’ o comunemente accettate e dunque in assenza di un linguaggio comune con il quale dare espressione al trauma di quegli anni, la cultura abbia tentato di dare voce a questo dolore e di promuovere una forma di riconciliazione, o pacificazione. Si pensi a film come Buongiorno, notte di Marco Bellocchio o La meglio gioventù dello stesso Giordana (entrambi del 2003). Anna Lisa Tota: ‘la dimensione pubblica della memoria si avvale sempre più frequentemente di codici artistico-estetici per dare forma ai contenuti che devono essere rappresentati. È come se la memoria parlasse sempre più frequentemente i linguaggi dell’arte e dei media’.

È più difficile che Romanzo di una strage, con la sua infelice scelta di seguire le teorie dietrologiste e discutibili di Cucchiarelli, riesca a promuovere una pacificazione. Delle due, sembra che abbia solo riaperto la ferita di Piazza Fontana. Ma è una discussione che probabilmente si dimenticherà presto (come accade spesso in Italia), in vista anche dell’uscita – il 13 aprile – di un film che farà forse ancora più scalpore e che narra un’altra ferita aperta dei nostri tempi moderni: l’assalto alla scuola Diaz durante il G8 di Genova 2001.

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