Il trauma del G8 in Diaz: una commissione per la verità e la riconciliazione?

di Andrea Hajek

A poche settimane dall’uscita di Romanzo di una strage, il nuovo film di Marco Tullio Giordana su Piazza Fontana, nelle sale italiane arriva un altro brutto ricordo del nostro passato: Diaz. Non pulire quel sangue (Daniele Vicari, 2012). Un film difficile che fa discutere ancora di più, soprattutto per la distanza minore che lo separa dai fatti traumatici rappresentati, cioè la violenza esercitata dalla polizia sui manifestanti no global che si trovarono all’interno della ex-scuola A. Diaz,adibita a dormitorio durante il G8 a Genova nel 2001, e le torture inflitte sui 61 arrestati nella caserma del Bolzaneto, nei giorni seguenti. Non un film dunque sulla morte di Carlo Giuliani, che avvenne il giorno prima, ma su un incidente ancora più macabro e, soprattutto, meno mediatico.

Molti hanno ancora una memoria diretta degli scontri, che siano stati fisicamente a Genova o che abbiano vissuto quei giorni tramite i mass media, e quindi la ferita è più ‘fresca’ rispetto alle stragi degli anni ’70. Di conseguenza, è più difficile arrivare ad una versione che tutti possano condividere, visto anche il forte carattere ideologico di quello scontro e delle memorie individuali e collettive dei suoi vari protagonisti e testimoni, che si rispecchiano anche nelle critiche al film. Così Vittorio Agnoletto – leader del Genoa Social Forum – sul quotidiano comunista Il Manifesto critica, tra l’altro, il fatto che Diaz non spiega che cosa ha portato i 300.000 manifestanti a Genova nel 2001 (11 aprile 2012). Altre voci dalla sinistra replicano invece che non importa poi così tanto, perché ‘quello successo alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto – ovvero la sospensione della democrazia – non è mai giustificabile. MAI’ (Giacomo Russa Spena, Caro Agnoletto, ti sbagli di grosso…).

Anche dal centro e da destra arrivano letture diverse: La Stampa incita i suoi lettori a vedere il film per ‘dovere civile’, parlando di ‘una testimonianza artistica indelebile grazie alla quale la ferita possa finalmente sanarsi’ (Antonio Scurati, Diaz, il film che sana una ferita), e Il Sole 24 Ore lo descrive ‘un capolavoro senza se e senza ma’ (Boris Solazzo, Diaz capolavoro e Morante buon esordio: il meglio viene dall’Italia). Un giornalista de Il Giornale dichiaratamente di parte riguardo ai fatti di Genova , invece, rievoca con esagerazione ‘le devastazioni e la morte di Carlo Giuliani con un estintore in mano pronto per essere scagliato contro la camionetta dei carabinieri’ (Alessandro Gnocchi, Diaz, Scurati ha visto solo metà film). Certo, contro un estintore (vuoto) lanciato da un ragazzo alto 1,65 m, una camionetta blindata non ha alcuna possibilità! Questo tanto per capire quant’è ancora facile fare polemica sul G8.

Tutto sommato, sia per Agnoletto che per Il Giornale si è detto troppo poco, ma per motivi diversi. Questo mette in evidenza quanto la memoria dell’assalto alla Diaz non sia tuttora condivisa, nonostante le sentenze ottenute. Eppure Diaz ci prova. Prova a creare condivisione, innanzitutto nel mostrare la violenza gratuita e selvaggia dei carabinieri – ritratti come un branco di cani da caccia che nemmeno i propri superiori riescono a tenere – e sulla quale la critica sembra in generale d’accordo, sia a destra che a sinistra. Il problema sta nella questione di chi ha avuto la responsabilità per quella ‘macelleria messicana’. Su questo piano Diaz svolge un lavoro simbolico che potrebbe essere interpretato in termini di rielaborazione di un trauma, e di riconciliazione: mi riferisco in particolare alla scena dove il dirigente di polizia che ha il comando operativo del suo reparto durante la irruzione nella Diaz (Claudio Santamaria, che molti ricorderanno – ironicamente – nei panni di Andrea Pazienza, eroe di uno degli ultimi movimenti di protesta degli anni ’70), chiede scusa ad una delle vittime del massacro. Questo ‘I’m sorry’ (la ragazza è straniera) sembra un mea culpa pubblico inteso a ottenere una riconciliazione simbolica di quello scontro tra Stato e cittadinanza.

In modo simile, i famigerati Black Block che furono i veri responsabili dei danni materiali che hanno dato tanto fastidio agli italiani (ma senza che le forze dell’ordine cercassero mai di fermarli), se la cavano abbastanza bene. Nessun accenno alla possibilità che fossero degli infiltrati della polizia, anzi, essi fanno parte integrante del movimento no global. Secondo il film sono inoltre quelli che, indirettamente, provocano l’intervento nella Diaz, quando – in giornata – assaltano una camionetta della polizia. I più duri sentono che tira una brutta aria e se ne vanno, mentre un’altra parte riesce a trovare rifugio in un bar di fronte alla ex-scuola, prima che inizi il massacro. Quando, la mattina dopo, tornano sulla scena del delitto, uno di loro si fa prendere dal senso di colpa, urlando che erano venuti per loro. Qui bisogna dare ragione ad Agnoletto, perché in questo modo il film è, sì, una visualizzazione di una memoria scomoda e dunque una denuncia che forse riuscirà ad aggiustare l’immagine mediatica del G8 troppo incentrata sulle violenze materiali dei Black Block; ma è anche una versione troppo semplicificante, che assolve sia le ‘mele marce’ all’interno dell’apparato di polizia, sia i Black Block. Ovviamente un film non deve essere un manifesto politico. Ma un discorso un po’ più approfondito sui potenti che tiravano i fili di quest’orribile beffa alla democrazia, e che – purtroppo – continuano a tirarli, avrebbe dato al film più valore.

Sembra che film come questi, ma anche Romanzo di una strage, abbiano un’altra funzione: quella di elaborare il trauma e di promuovere una memoria condivisa, come se fossero delle specie di commissioni alternative per la verità e la riconciliazione. Nel film di Giordana, questo avviene tramite l’idea stessa che ci furono due bombe, una anarchica e una di destra, o anche nel modo in cui i personaggi di Calabrese e di Pinelli si specchiano: nonostante appartengano a due parti ideologicamente opposte, lo spettatore non può che simpatizzare con entrambi. In altre parole, c’è una specie di “spartizione” delle colpe, dove nessuno è colpevole e tutti sono colpevoli. Diaz usa un meccanismo un po’ diverso ma l’effetto è simile: identifica i due colpevoli – i Black Block e la polizia – ma li fa pentire pubblicamente. Lascia allora in mezzo le vittime, come se questi si trovassero semplicemente nel posto sbagliato nel momento sbagliato, e più che un problema che ci riguarda tutti – in quanto cittadini di una Stato che chiaramente accetta (se non sollecita) questo tipo di comportamento dai suoi funzionari – viene presentato come un’operazione di ordine pubblico sfuggita al controllo. Per avere un’idea più complessiva, il nostro ‘dovere civile’ sarebbe di vedere anche il documentario dal titolo provocatorio di Carlo A. Bachschmidt, andato in onda (troppo tardi nella serata) su Rai3 pochi giorni dopo l’uscita di Diaz: Black Block.

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One Comment to “Il trauma del G8 in Diaz: una commissione per la verità e la riconciliazione?”

  1. Per comprendere la repressione attuata dalla polizia in quei giorni, assolutamente consigliato anche il documentario del regista Davide Ferrario, che ricostruisce “scientificamente” le violenze di poliziotti e carabinieri durante la manifestazione montando 50 minuti di immagini girate da operatori professionisti e semplici videoamatori. Un estratto qui http://www.youtube.com/watch?v=Xby3V-MQMis

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