Memoria del Circeo da un libro di Steffenoni

di Giuditta Bassano

In un bel libro uscito l’anno scorso, “Nera“, lo scrittore e criminologo Luca Steffenoni traccia una storia della cronaca nera italiana, seguendo le vicende nazionali dall’unificazione fino alle narrazioni del gionalismo contemporaneo. L’autore propone di pensare al crimine in rapporto alla traduzione pubblica, attraverso l’inchiesta giudiziaria e la diffusione mediatica, e non nasconde una posizione chiara rispetto al fatto che ci sia una specificità nazionale:

“Tracciando una piccola storia di questo settore informativo ci si accorge di quanto sia intimamente connesso al nostro modo di sentirci italiani e come ad ogni capitolo del grande feuilleton criminoso si sia accompagnato un colpetto [..] tendente a far inesorabilmente ed impercettibilmente slittare quel comune senso del dolore, che forse, oggigiorno, è arrivato al capolinea (p. 17)”.

Steffenoni non è il primo a trattare un problema che è stato detto con molti nomi, ma a questo libro si deve una ricostruzione accurata e rigorosa di una sorta di archivio, nella nostra storia recente, del rapporto fra crimine e dolore ‘rinarrato’. E questo archivio è visivo: protagonista assoluta è la foto, un’immmagine che si fonde con un attimo fatale e diventa l’essenza della memoria collettiva di un fatto, attraverso cui “dramma privato e fatto pubblico diventano un tutt’uno e nessuno li può più separare”. Ritorniamo allora al 1975, a una fotografia del 1975 che l’autore indica come “anello di congiunzione fra reportage e cronaca nera contemporanea, pietra miliare del degrado etico” del nostro caso nazionale:

“La foto più scioccante [..] è il volto terrorizzato di Donatella Colasanti, morta vivente che emerge nuda dal portabagagli di una 127 bianca, maschera di sangue incredibilmente sovravvissuta alla carneficina del Circeo. Per la prima volta il ciak  del reporter non immortala un cadavere, non violenta solo la sensibilità di parenti e amici che piangono una perdita, ma colpisce una persona vivente obbilgata a partecipare suo malgrado, allo spettacolo. Donatella Colasanti, morta per un tumore nel 2005, già massacrata dai tre delinquenti, disgustata dalle strumentalizzazioni politiche avvenute durante il processo, ferita da coloro che la hanno eletta ad eroina delle donne salvo abbandonarla senza un soldo e senza un lavoro appena i riflettori si sono spenti, ha più volte dichiarato di aver subito un’ulteriore violenza proprio dai mass media. (p. 233)”.

Il caso del Circeo è stato uno degli episodi più violenti della storia nazionale, e poi del decennio Settanta: lo stupro e la tortura di Donatella Colasanti e lo stupro, la tortura e l’assassinio di Rosaria Lopez, rispettivamente di diciasette e diciannove anni, ad opera di altri tre ventenni, teppisti di estrazione alto-boghese e simpatizzanti a destra, con precedenti di stupro, aggressione e rapina. Le due ragazze, invece, sono povere, vicine di casa di un quartere della periferia romana. Vengono abbordate fuori da un cinema da tre coetanei facoltosi – tre “bravi ragazzi”, come titola il libro inchiesta su questo omicidio che Federica Sciarelli ha firmato nel 2006. il corteggiamento si trasforma in un sequestro di trentasei ore in una villa del litorale pontino, la casa al mare di uno dei tre amici. Nella villa del Circeo le ragazze vengono sottoposte a sevizie sempre più gravi finchè Rosaria viene annegata in una vasca da bagno. A questo punto anche Donatella viene percossa con lo scopo di ucciderla e si salva fingendosi morta. I due corpi nudi vengono caricati nel bagagliaio di una macchina con cui i tre fanno ritorno a Roma. L’auto viene regolarmente parcheggiata ‘sotto casa’ e i tre si allontanano per andare a cena. Quattro ore dopo un inquilino di un palazzo di Viale Pola – dove è ferma la Fiat 127 – viene richiamato dai gemiti di Donatella che chiede aiuto dall’interno del portabagagli e sbatte il pugno contro il cofano riuscendo a farlo “muovere verso l’alto”.

Sono molte le direzioni lungo le quali il delitto del Circeo fa ‘problema’ rispetto a uan questione di memoria. I tre assassini, Angelo Izzo, Gianni Guido, Andrea Ghira, rimarranno negli annali del crimine per ragioni disparate e non legate alle torture alle due ragazze: Izzo sarà responsabile nel 2005 di altre due morti, assassinerà la moglie e la figlia di un compagno di carcere; Guido riuscirà ad evadere e a raggiungere il Brasile, e resterà latitante per oltre dieci anni; Ghira, addirittura, non comparirà mai davanti ai giudici, perchè sparirà appena dopo il ritrovamento della 127 per riapparire (forse) cadavere nel 1994 a Melilla. Gli scandali che si intrecciano a queste biografie riguardano un sistema penale inefficiente e sommario, i margini di potere della borghesia romana imprenditoriale, e ancora le relazioni politiche degli ambienti del terrorismo neofascista. Dalla parte della sinistra non è meno importante ricordare il credito di cui parla Steffenoni: borgatara, ma non comunista, stuprata ma non disposta a fare di sè l’emblema del corpo femminile oggetto, la Colasanti fu eletta suo malgrado a simbolo del diritto operaio contro la sopraffazione borghese. L’unico grido che Donatella emise durante le udienze fu contro una donna: contro la reticenza dell’amica Nadia Campoli, che sapeva con chi erano uscite Donatella e Rosaria e avrebbe forse potuto impedire la carneficina delle trentasei ore successive al loro mancato rientro a casa. Invece le donne presenti al processo urlavano contro i maschi stupratori Izzo e Guido, in nome di una più vasta “prassi politica” di cui solo di recente, e solo come voce isolata, Grazia Volo ha ammesso che rischiava di ‘trascendere’ le vicende di Donatella, che soffriva da vittima.

Donatella Colasanti ritrovata dentro il bagagliaio di una 127, fotografata mentre due uomini si chinano verso il bordo del vano per sorreggerla, mentre dovrà fare lo sforzo di tirarsi fuori da lì. Quella foto, scattata da Antonio Monteforte, per Steffenoni è stata fatta “con la tecnica del reportage di guerra”: il fine informativo ha ‘convinto’ la maggior parte delle testate dell’epoca di una giustificazione a pubblicarla. Ma rispetto a quali informazioni si può interpretare quella foto? La vicenda annovera diverse altre fotografie simbolo: alcune della villa al Circeo, i ritratti di Rosaria e Ghira, Izzo e Guido sul banco degli imputati, diverse altre foto di Donatella – al processo, in un sopralluogo alla villa, persino alcune di Donatella ‘subito dopo la 127′, ricoverata in ospedale, con il capo avvolto in una fasciatura e una palpebra livida. Rispetto a queste, lo scatto della 127 non è la foto di un salvataggio, ma di un ritrovamento: nella cronaca, appunto, si ritrovano i cadaveri; nel senso comune, si trova una cosa per caso, una cosa che qualcuno aveva gettato. La coperta in cui la ragazza è avvolta è quella che serve perchè la macchina non si sporchi con il suo sangue, non la coperta con cui si avvolge un invalido o un malato; davanti a lei non c’è un operatore medico pronto per intervenire sulle ferite; non c’è nessuna barella, ma un contenitore di lamiera che richiama la forma di un cassonetto per l’immondizia. E poi la nudità: percepibile, intuibile. Intuibile che è una donna nuda davanti ad altri uomini. Tutto quello che quella foto dice è un surplus di dolore retinico. Lo zoom su qualcosa di sbagliato, accaduto a una persona, che con questa foto sarà condannata a rimanere per sempre quella persona, quella cosa ritrovata. Buon uso della memoria di questo caso lo faremmo se cominciassimo a dimenticare quella foto, come la vittima ha potuto fare solo da quando nel 2005 ha cessato di vivere.

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