L’errore di nascondersi dietro ai “fantasmi armati” degli anni ’70

di Andrea Hajek

Con la “gambizzazione” dell’amministratore delegato dell’Ansaldo Nucleare a Genova, il 7 maggio, si torna a parlare degli anni ’70. Non è la prima volta. Anche dopo gli scontri a Roma del 14 dicembre 2010 qualcuno ha fatto riferimento ad un “clima da anni 70”. Sembra davvero che gli “anni di piombo” siano una specie di fantasma che continua a tormentare il paese. Ma non nel senso che dice Benedetta Tobagi nel suo commento su La Repubblica dell’8 maggio, se fosse solo per il contesto diverso in cui avvengono questi incidenti, e il fatto che gli italiani degli anni ’70 non sono gli italiani di oggi. Non c’è più la mentalità che ha portato tanti giovani, giusti o sbagliati che siano stati i loro metodi, a scegliere la protesta attiva e collettiva come risposta alla repressione dello stato, all’eversione di destra, alla crisi. Certo, la nostalgia non va mai fuori moda, e non è da escludere che qualche aspirante Che Guevara decida di far tornare i “bei tempi”, di quando sembrava ancora che un mondo diverso era veramente possibile.

Ma bisogna smettere di rievocare gli anni ’70, ogni volta che qualcuno spara o lancia una molotov. Ormai è diventato una specie di parolaccia, uno sfogo con cui si chiude il discorso senza ragionarci sopra. Una negazione di qualcosa che fa paura, e per scongiurarlo ci si mette sopra un’etichetta, senza prendersi le responsabilità di capire perché la gente è spinta a fare questi gesti, perché e contro che cosa essa torna a ribellarsi oggi. Non per giustificare quello che è successo a Genova, ma prima di tirare fuori gli scheletri dall’armadio, bisognerebbe cercare di capire da dove viene questa rabbia. È banale ma c’è poi da dire che gli anni ’70 non furono tutti di piombo. Molti dei diritti sul lavoro, che il governo Monti sta disfacendo in questo periodo, sono stati conquistati in quegli anni, e se non fosse stato per il movimento femminista l’Italia, per le donne, sarebbe ancora una specie di Medioevo.

Il fatto che si tiri fuori gli anni ’70 in questi casi è prova di quanto la memoria di quegli anni è ancora contestata, e non sarà certo il Giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi a cambiare le cose. È uno dei tanti tentativi di creare una memoria condivisa di un passato che non sarà mai condiviso, se lo stato italiano continua a evitare di affrontare quegli anni pubblicamente e seriamente. Si pensi alla mancata giustizia per le tante vittime del terrorismo stragista, putroppo riconfermata di recente con l’esito del processo per la strage di Brescia, rimasta – come quella di Piazza Fontana – senza colpevoli. Si pensi ai depistaggi, ai compromessi fatti per non importunare le parti opposte, ai silenzi. Ma anche solo il fatto di scegliere come data il 9 maggio, quando è stato trovato il cadavere di Aldo Moro per la cui vita le istituzioni non hanno voluto trattare, è indice della strumentalizzazione di questa memoria.

Durante la commemorazione delle vittime del terrorismo, quest’anno, Napolitano ha detto che “una verità storica si è conseguita”. Una misera consolazione per chi, come i parenti delle vittime di Piazza Fontana, si trovano a dover pagare le spese processuali. Un modo anche troppo facile per chiudere la facenda, visto che una volontà istituzionale di diffondere e insegnare questa verità manca tuttora. In effetti, per una vera rielaborazione del trauma collettivo del terrorismo e dello stragismo bisogna che si cominci a parlarne pubblicamente e all’interno delle istituzioni stesse: non una volta all’anno su un palco o davanti alle telecamere, ma in continuazione e con gli italiani, con i giovani – che degli anni ’70 sanno ben poco, come ci dicono le statistiche – e con i meno giovani la cui opinione è stata formata soprattutto da un apparato mediatico anche troppo incentrato sul terrorismo “rosso”.

È tanto più sconcertante sentire parlare di “facili amnesie, con tendenza alla rimozione di ciò che è accaduto, persino quando si tratta di fenomeni drammatici che hanno sconvolto l’Italia come il terrorismo storico”, che sarebbe quello “rosso”, appunto (Giancarlo Caselli su L’Unità, 10 maggio). Le recenti rievocazioni dei “fantasmi armati” degli anni ’70 dimostrano il contrario, cioè che il trauma del terrorismo di sinistra è ancora troppo presente nell’immaginario collettivo degli italiani, per poter essere affrontato. Ci vorrebbe una riflessione più approfondita e (auto)critica che non si nasconda dietro al passato.

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