Dal basso alla bassa: la lezione dell’Aquila

di Andrea Hajek

A più di un mese dal terremoto in Emilia Romagna, con le scosse del 20 e del 29 maggio, l’attenzione mediatica comincia a calare su questa tragedia. Nonostante le gambe ancora si paralizzino ad ogni leggera vibrazione del suolo (anche per la sottoscritta che vive vicino alle zone più colpite), pian piano si torna alla vita normale.
Questo per chi ha ancora una casa, ovviamente, mentre gli altri devono sopportare le ondate di calore nelle tendopoli. Quelle tendopoli definite nel libro Sismografie. Ritornare a L’Aquila mille giorni dopo il sisma (Edizione Effigi, 2012) – discusso di recente su questo blog – come una forma di “istituzione totale”. Riferendosi, ovviamente, all’Aquila, il libro descrive come i rigidi rituali e la divisione dello spazio hanno provocato una “sindrome da istituzionalizzazione” tra gli aquilani, che sono diventatimero oggetto passivo di intervento esterno”.

In Emilia, dopo il terremoto, è stato lanciato un progetto che tenta invece di rompere gli schemi rigidi che accompagnano la gestione dell’emergenza terremoto della Protezione Civile in Italia: ‘Dal basso alla bassa’. Se con ‘bassa’ ci si riferisce all’hinterland di Bologna (la ‘bassa bolognese’), con ‘basso’ si fa riferimento all’impegno politico e sociale che nasce appunto dal basso, cioè dalla gente comune piuttosto che dalle istituzioni corrotte. Questo progetto sembra essere diventato il nuovo campo di battaglia di alcuni centri antagonisti della zona.

Il progetto nasce a Modena, nello Spazio Guernica che – insieme al Laboratorio Crash! di Bologna – vuole “mettere in contatto quelle che sono le necessità degli abitanti della bassa con l’enorme solidarietà che arriva da tutta Italia viste le difficoltà che si incontrano rivolgendosi ai canali ufficiali dove la burocrazia prende spesso il sopravento sui reali bisogni della popolazione” (Dal Basso Alla Bassa). L’impegno di Crash, in particolare, può sembrare strano: nato nei primi anni del nuovo millennio, i giovani di Crash si ispirano soprattutto all’Autonomia Operaia degli anni ’70, l’ala dura del Movimento del ’77 e simbolo maledetto di quegli anni di piombo che il paese non riesce a lasciarsi alle spalle. Il solo nome e simbolo del collettivo (un casco) rispecchiano il desiderio di Crash di assomigliare agli autonomi, come anche il modo di vestire e l’atteggiamento quasi militarista durante i cortei e i tanti scontri con la polizia che hanno accompagnato le varie occupazioni e sgombri (leggi qui un articolo sul tema dell’appropriazione di memoria nei gruppi antagonisti odierni). Tra i loro obiettivi c’è quello, in effetti, di (ri)conquistarsi uno spazio sociale e autogestito dentro la città, cioè di creare le condizioni per quello che il sociologo Aldo Bonomi ha chiamato ‘fare società’, sul modello dei Circoli del proletariato giovanile degli anni ’70. Però in chiave global. O piuttosto, glocal, come dice Bonomi quando spiega che il ‘fare società’ dei centri sociali odierni non si limita al territorio nel quale operano. La loro attività non è né puramente locale, né globale: “in un ordine economico post-fordista globalizzato, non esiste un soggetto radicato localmente che sia indipendente dai modi in cui quel soggetto è modellato da forze globali” (citato in Max Henninger, ‘Post-Fordist Heterotopias: Regional, National, and Global Identities in Contemporary Italy’, Annali d’Italianistica, Vol. 24, 2006, p. 184).

Come si spiega, allora, questo ritorno al proprio territorio, con un progetto di aiuto umanitario che si scontra così fortemente con l’immagine dell’autonomo duro del ‘Pagherete caro, paghereto tutto’? Un’immagine pubblicata su Facebook, in particolare, colpisce per il messaggio altruista che esprime: si vede una ragazza all’interno di una tenda piena di materiale raccolto, che stende il braccio per passare qualcosa ad una signora terremotata. Quasi fosse una volontaria di qualche cooperativa di beneficienza. C’è forse un desiderio di protagonismo? L’appropriazione di una nuova battaglia con la quale continuare la lotta contro le istituzioni? Forse. Ma è anche un lavoro importante di contro-informazione e di memoria culturale:

Il ricordo de L’Aquila è ancora vivo: il governo e la protezione civile (e con loro le telecamere) si presentarono solo dopo che gli aquilani, abbandonati a se stessi, cominciarono ad estrarre dalle macerie i primi corpi senza vita.

Proprio per questo pensiamo che sia necessaria una forte solidarietà che parta dal basso contro chi specula continuamente sulle disgrazie della gente, contro chi continua a lucrare sui nostri territori sconvolgendo ogni equilibrio naturale, per il solo profitto dell’industria del cemento e dei soliti strozzini in giacca e cravatta che per far cassa non esitano a costruire case di sabbia e fabbriche di cartone (Laboratorio Crash!).

È una pratica di resistenza nel tentativo di  ricostruire – come è successo anche all’Aquila la propria “geografia simbolica”, tramite la creazione di una tendopoli autogestita dove mangiare insieme e giocare a pallone. Insomma, di creare socialità dal basso.

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3 Responses to “Dal basso alla bassa: la lezione dell’Aquila”

  1. Mi pare che ci sia una certa ingenuità in questa domanda “Come si spiega, allora, questo ritorno al proprio territorio, con un progetto di aiuto umanitario che si scontra così fortemente con l’immagine dell’autonomo duro del ‘Pagherete caro, paghereto tutto’?”
    L’autrice è senza dubbio più preparata di me però a me pare che nell’esperienza dei Centri Sociali, così come si è configurata in Italia a partire dalla fine degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80 e seguenti, non ci sia mai stato un allontanamento dal territorio. I CS sono sempre state realtà legate al territorio nella militanza, penso per esempio a esperienze di presidio politico e culturale nelle periferie (Offcina 99 a Napoli, ad esempio).
    A me pare che il CS sia quanto di più territoriale ci sia anche, ad esempio, nelle pratiche di appropriazione dello spazio urbano (graffiti, volantini, manifesti con cui si “marca” il proprio spazio tramite un sistema di segnaletica che si sovrappone a quello urbano legale).
    Proprio per questa vocazione territoriale non mi pare che si possa configurare una dicotomia tra un progetto umanitario e “l’immagine dell’autonomo duro e puro”, poiché il militante incarna i due estremi in modo non contraddittorio, a mio parere. Il militante si propone come figura del contropotere strettamente ancorata alla sua dimensione locale, che è quella in cui agisce quotidianamente e in cui gioca il proprio impegno (contrariamente al militante dei partiti moderni che, invece, gioca la sua militanza in non-luoghi che col territorio hanno pochi collegamenti).
    Sulla questione del impegno in occasione del terremoto io credo che una possibile risposta stia proprio nel fattore sottolineato dal saggio citato nel post.
    Laddove la gestione dell’emergenza si configura come esperimento biopolitico e laboratorio di repressione, i movimenti intervengono, come giustamente detto, con pratiche di resistenza e contrapposizione. Il modello è quello del movimento No-Tav, esperienza in cui si è verificata una saldatura tra la protesta popolare e le forme di azione politica dei movimenti, dove le seconde hanno potuto ampliare la loro area di influenza e le prime hanno potuto imparare i rudimenti dell’autorganizzazione.

  2. Forse ho messo giù male la domanda che viene messa in dubbio nel commento di El Pinta, ma poi volevo anche fare un po ‘ di provocazione. Sicuramente i CS sono sempre stati legati al loro territorio: non avrebbero esistenza altrimenti. Il problema è come intendere ‘territorio’. Forse era meglio se avessi parlato di un ritorno alla propria ‘terra’, alle proprie zone? Perché quando parliamo delle occupazioni, delle pratiche di appropriazione dello spazio urbano, etc, si parla di una militanza localizzata soprattutto in città (e nella sua periferia). Il gruppo a cui mi riferisco non è mai veramente uscito da questo contesto, se non per la lotta nella Val di Susa ma è una lotta delimitata nel tempo e nello spazio, nel senso che in Piemonte ci vanno principalmente quando ci sono manifestazioni o iniziative, ma non ci vanno a vivere, per dire. Non avrebbe poi senso. La No Tav è parte della loro identità militante, certo, ma viene riportata nel LORO territorio, condivisa mentre loro STANNO IN questo territorio (bandiere No Tav durante cortei o nella propria sede, militanti Val di Susa invitati a parlare in assemblee, etc). Quindi sostanzialmente il gruppo opera all’interno del proprio territorio che rimane urbano, e facendo inoltre riferimento all’esperienza degli Autonomi negli anni 70 e 80, che per Crash – secondo me – è una specie di mito o modello da seguire (si veda l’articolo in inglese che ho citato, e che approfondisce questo tema). Questo, nel caso di Crash, è molto evidente non solo a livello diciamo ‘visivo’, cioè nel modo di vestirsi e di comportarsi, ma anche nel tipo di progetto che porta avanti (creazione di spazi sociali e autogestiti, contro-informazione, etc). E questo sempre all’interno, ripeto, del loro territorio, della loro ‘metropolis’ (il nome di uno degli stabili che Crash ha occupato nel passato). Per questo mi ha stupito l’uscita dal proprio contesto per andare ad aiutare i terremotati, in campagna. Certo la solidarietà fa parte del loro progetto, ma credo che ci sia stato un cambiamento nella modalità in cui viene portato questa solidarietà, nel modo in cui viene communicata al mondo esterno. Magari vogliono dare torto alle istituzioni che li hanno sempre attaccati? Magari vogliono avere ‘la LORO No Tav’, qui nell’Emilia? Una lotta paragonabile (cioè contro i mecchanismi di controllo dello stato, dell’economia, etc), ma riportata sul loro territorio, in senso largo del termine? Questo volevo dire. Ma mi limito ovviamente al caso Crash e all’Emilia Romagna, e non so molto della altre realtà in Italia.

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