A più di un mese dal terremoto in Emilia Romagna, con le scosse del 20 e del 29 maggio, l’attenzione mediatica comincia a calare su questa tragedia. Nonostante le gambe ancora si paralizzino ad ogni leggera vibrazione del suolo (anche per la sottoscritta che vive vicino alle zone più colpite), pian piano si torna alla vita normale.
Questo per chi ha ancora una casa, ovviamente, mentre gli altri devono sopportare le ondate di calore nelle tendopoli. Quelle tendopoli definite nel libro Sismografie. Ritornare a L’Aquila mille giorni dopo il sisma (Edizione Effigi, 2012) – discusso di recente su questo blog – come una forma di “istituzione totale”. Riferendosi, ovviamente, all’Aquila, il libro descrive come i rigidi rituali e la divisione dello spazio hanno provocato una “sindrome da istituzionalizzazione” tra gli aquilani, che sono diventati “mero oggetto passivo di intervento esterno”.
In Emilia, dopo il terremoto, è stato lanciato un progetto che tenta invece di rompere gli schemi rigidi che accompagnano la gestione dell’emergenza terremoto della Protezione Civile in Italia: ‘Dal basso alla bassa’. Se con ‘bassa’ ci si riferisce all’hinterland di Bologna (la ‘bassa bolognese’), con ‘basso’ si fa riferimento all’impegno politico e sociale che nasce appunto dal basso, cioè dalla gente comune piuttosto che dalle istituzioni corrotte. Questo progetto sembra essere diventato il nuovo campo di battaglia di alcuni centri antagonisti della zona.
Il progetto nasce a Modena, nello Spazio Guernica che – insieme al Laboratorio Crash! di Bologna – vuole “mettere in contatto quelle che sono le necessità degli abitanti della bassa con l’enorme solidarietà che arriva da tutta Italia viste le difficoltà che si incontrano rivolgendosi ai canali ufficiali dove la burocrazia prende spesso il sopravento sui reali bisogni della popolazione” (Dal Basso Alla Bassa). L’impegno di Crash, in particolare, può sembrare strano: nato nei primi anni del nuovo millennio, i giovani di Crash si ispirano soprattutto all’Autonomia Operaia degli anni ’70, l’ala dura del Movimento del ’77 e simbolo maledetto di quegli anni di piombo che il paese non riesce a lasciarsi alle spalle. Il solo nome e simbolo del collettivo (un casco) rispecchiano il desiderio di Crash di assomigliare agli autonomi, come anche il modo di vestire e l’atteggiamento quasi militarista durante i cortei e i tanti scontri con la polizia che hanno accompagnato le varie occupazioni e sgombri (leggi qui un articolo sul tema dell’appropriazione di memoria nei gruppi antagonisti odierni). Tra i loro obiettivi c’è quello, in effetti, di (ri)conquistarsi uno spazio sociale e autogestito dentro la città, cioè di creare le condizioni per quello che il sociologo Aldo Bonomi ha chiamato ‘fare società’, sul modello dei Circoli del proletariato giovanile degli anni ’70. Però in chiave global. O piuttosto, glocal, come dice Bonomi quando spiega che il ‘fare società’ dei centri sociali odierni non si limita al territorio nel quale operano. La loro attività non è né puramente locale, né globale: “in un ordine economico post-fordista globalizzato, non esiste un soggetto radicato localmente che sia indipendente dai modi in cui quel soggetto è modellato da forze globali” (citato in Max Henninger, ‘Post-Fordist Heterotopias: Regional, National, and Global Identities in Contemporary Italy’, Annali d’Italianistica, Vol. 24, 2006, p. 184).
Come si spiega, allora, questo ritorno al proprio territorio, con un progetto di aiuto umanitario che si scontra così fortemente con l’immagine dell’autonomo duro del ‘Pagherete caro, paghereto tutto’? Un’immagine pubblicata su Facebook, in particolare, colpisce per il messaggio altruista che esprime: si vede una ragazza all’interno di una tenda piena di materiale raccolto, che stende il braccio per passare qualcosa ad una signora terremotata. Quasi fosse una volontaria di qualche cooperativa di beneficienza. C’è forse un desiderio di protagonismo? L’appropriazione di una nuova battaglia con la quale continuare la lotta contro le istituzioni? Forse. Ma è anche un lavoro importante di contro-informazione e di memoria culturale:
Il ricordo de L’Aquila è ancora vivo: il governo e la protezione civile (e con loro le telecamere) si presentarono solo dopo che gli aquilani, abbandonati a se stessi, cominciarono ad estrarre dalle macerie i primi corpi senza vita.
Proprio per questo pensiamo che sia necessaria una forte solidarietà che parta dal basso contro chi specula continuamente sulle disgrazie della gente, contro chi continua a lucrare sui nostri territori sconvolgendo ogni equilibrio naturale, per il solo profitto dell’industria del cemento e dei soliti strozzini in giacca e cravatta che per far cassa non esitano a costruire case di sabbia e fabbriche di cartone (Laboratorio Crash!).
È una pratica di resistenza nel tentativo di ricostruire – come è successo anche all’Aquila – la propria “geografia simbolica”, tramite la creazione di una tendopoli autogestita dove mangiare insieme e giocare a pallone. Insomma, di creare socialità dal basso.

