Se Roosvelt non credeva all’Olocausto: la storia di Jan Karski

di Daniele Salerno
“E’ nel film di Lanzmann”. Con questa frase si apre Il testimone inascoltato, il libro di Yannick Haenel recentemente pubblicato in Italia che ha al centro la figura di Jan Karski, militare ed esponente della Resistenza polacca.

Nel 1942 Karski riesce a penetrare clandestinamente per due volte nel Ghetto di Varsavia e nel campo di concentramento di Belzec. Nel 1943 riferisce ciò che ha visto al Ministro degli Esteri britannico e a Franklin Delano Roosvelt, descrivendo il progetto di sterminio nazista. Ma gli alleati non li credono.

Haenel riprende la storia di Karski strutturando il racconto in tre parti. Nella prima parte si descrivono le scene di Shoah, l’opera di Claude Lanzmann, che vedono il resistente polacco come protagonista; nella seconda parte si riassumono gli scritti autobiografici di Karski; la terza parte è di fantasia: il tentativo di immaginare i pensieri del testimone inascoltato, scomparso nel 2000, della Shoah.

L’opera ha provocato una reazione molto dura da parte del regista e scrittore Claude Lanzmann, che ha accusato Haenel di andare contro la verità e di aver completamente distorto la testimonianza di Karski. Dall’altra parte Haenel ha difeso il suo diritto di romanziere e scrittore nel trattare anche il tema dell’Olocausto (qui potete ripercorrere la polemica attraverso la voce degli stessi Haenel e Lanzmann, in due interviste in francese. E su Repubblica potete leggere l’intervista a Haenel per l’uscita della traduzione italiana del libro).

Ritorna dunque una vecchia questione che oppone i difensori della verità storica a tutti i costi a chi ritiene che invece anche l’immaginazione letteraria e cinematografica, specie con la fine dell’era del testimone, aiuti a mantenere viva la memoria: è moralmente accettabile allora usare la finzione su questi argomenti?

Yannick Haenel,
Il testimone inascoltato
Guanda, 2010
pagg. 163

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