Il ricordo dopo l’oblio: la memoria di Sant’Anna di Stazzema

di Daniele Salerno
Qualche giorno fa a Sant’Anna di Stazzema si sono ricordati i 66 anni dalla strage che uccise centinaia di persone (il numero non è stato mai precisato ma oscilla tra le 300 e le 560 vittime) nel primo eccidio eliminazionista nazista, precedendo di alcune settimane quello ancor più sanguinoso di Monte Sole.Il 12 agosto 1944, alle prime luci del giorno, l’esercito tedesco entrò nel paesino toscano e massacrò ciecamente e brutalmente donne, anziani e bambini. Da allora, per decenni, tutti si sono interrogati sui motivi di quella efferatezza: il paese non era collocato in un luogo strategico, tanto da essere stato scelto da molti sfollati delle aree attorno come luogo di rifugio, e si era caratterizzato per una condotta piuttosto pacifica.

Caterina Di Pasquale, una giovane antropologa della memoria, ci restituisce un’ottima – perché scritta in maniera eccellente e risultato di una ricerca condotta con rigore metodologico e con evidente passione – ricostruzione della memoria di quell’evento. Diremmo che si tratta di un libro di storia (orale soprattutto) della memoria, cioè di una ricostruzione di come quell’evento sanguinoso sia caduto nell’oblio per poi venir recuperato negli anni Novanta, proiettato sulla scena della memoria e della politica nazionale e internazionale. Di Pasquale ricostruisce la memoria dell’evento nei sei capitoli del libro, definendone le diverse fasi. Lo fa interrogando direttamente i testimoni di quei fatti e andando ad analizzare e ricostruire i documenti.Ne viene fuori l’analisi – fatta con grande sensibilità e partecipazione – del processo di elaborazione del lutto e del trauma che colpisce i superstiti (racconti che richiamano molto le immagini del film di Giorgio Diritti L’uomo che verrà). L’inspiegabilità dell’evento produce una memoria divisa, come spesso accade ed è accaduto nei casi delle stragi nazi-fasciste della Seconda guerra mondiale (come ha ben spiegato, tra gli altri, Paolo Pezzino nelle sue ricerche), soprattutto per quanto riguarda, paradossalmente, l’individuazione dei colpevoli: da una parte c’è chi ritiene che fu l’azione irresponsabile dei partigiani con i loro attacchi ai tedeschi, sul limite della linea gotica, a scatenarne la furia; dall’altra parte c’è chi riteneva i tedeschi i soli responsabili dei fatti e che per l’efferatezza dell’evento non occorreva spiegazione se non l’alto livello di nazistizzazione dei reparti interessati.

La frattura interna a Sant’Anna riproduceva la frattura che si registrava a livello nazionale: chi cercava di smontare il discorso storico resistenziale si opponeva a chi cercava di renderlo fondativo per la neonata Repubblica. Nel frattempo però la Guerra Fredda bloccava a livello istituzionale la possibilità di indicare chiaramente nei tedeschi i responsabili dell’eccidio, comportando una tale ammissione un indebolimento delle linee di politica estera adottate dai primi governi repubblicani (la scelta della NATO e il sostegno del riarmo della Germania Ovest in chiave anti-comunista).E’ solo quando l’equilibrio della Guerra Fredda, insieme alle narrazioni del passato a cui essa ha costretto, comincia a sfaldarsi che la storia di Sant’Anna può uscire allo scoperto, anche con una revisione della vicenda giudiziaria. La “scoperta” dell’armadio della vergogna, 625 fascicoli archiviati a Palazzo Cesi e riguardanti i massacri nazi-fascisti, e la riapertura del caso giudiziario permette di fare luce sulla strage, individuando i reali colpevoli (alcuni ancora in vita).

Verrà poi il film di Spike Lee, Miracolo a Sant’Anna, e soprattutto alcune infelici dichiarazioni e interviste del regista americano, a rimettere nuovamente in discussione le verità giudiziarie e storiografiche raggiunte, riproponendo luoghi comuni ormai superati. Un fatto negativo che tuttavia riflette la transizione dei fatti di Sant’Anna dalle memorie private dei suoi testimoni diretti all’arena pubblica e alla memoria di una intera collettività.Caterina Di Pasquale,
Il ricordo dopo l’oblio
Donzelli editore 2010
pagg. X-184

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