Storia della persecuzione delle lesbiche sotto il nazifascismo: la fine di una damnatio memoriae?

di Daniele Salerno
Di R/esistenze lesbiche nell’Europa antifascista – raccolta di saggi a cura di Paola Guazzo, Ines Rieder e Vincenza Scuderi – ci eravamo soffermati qualche mese fa in occasione della giornata che ricorda i fatti di Stonewall.  Il libro arriva a tre anni dalla pubblicazione del primo lavoro sulla storia lesbica italiana e a due dal primo convegno sull’argomento, come ci ricorda Guazzo nel suo saggio. Si tratta quindi di uno dei primissimi frutti di un lavoro storiografico e di ricerca che, a 65 anni dalla fine della Seconda Guerra mondiale è, almeno per l’Italia e la Spagna, ancora agli inizi.

Gli otto saggi raccolti fanno proprio il punto sull’indagine riguardante la storia delle lesbiche in Germania, Austria, Spagna e Italia (con frequenti riferimenti alla situazione francese) che seguono in particolare due direzioni: la raccolta e lo studio della testimonianza nelle sue varie forme (in una corsa contro il tempo, per quanto riguarda le testimonianze orali, vista l’età avanzata delle superstiti) e quello delle forme istituzionali assunte dall’oppressione esercitata verso le lesbiche.

Com’è possibile che gli studi e le ricerche di storia del lesbismo siano cominciati con tanto ritardo? Dalla lettura dei saggi raccolti in questo libro – e in particolare di quelli di Schoppmann e Kokula che ricostruiscono la storia delle lesbiche in Germania dall’Impero alla Seconda Guerra mondiale – possiamo avanzare una ipotesi: la legislazione nazista, non prevedendo esplicitamente un paragrafo del codice penale contro le lesbiche, ha funzionato di fatto come una forma di damnatio memoriae da cui solo ora si sta uscendo.

La rimozione del soggetto lesbico nella legislazione nazista ha prodotto infatti due conseguenze: dal lato del lavoro dello storico ha prodotto la difficoltà di riconoscere e tracciare, a partire dai documenti, una storia delle lesbiche sotto i regimi nazifascisti, dato che questo soggetto, al contrario dei gay nominati come 175 (paragrafo del codice penale tedesco contro l’omosessualità maschile), giuridicamente non esisteva; dall’altro lato il sistema classificatorio giuridico e concentrazionario nazista ha modellato il sistema classificatorio della giustizia di transizione: chi non era esplicitamente nominato nei documenti e nelle forme classificatorie dei campi di concentramento (i triangoli di vario colore, tristemente noti) ha avuto difficoltà nel dopoguerra a costituirsi ed essere riconosciuto dagli stati europei come vittima dei regimi nazifascisti. Da qui i ritardi nel riconoscimento: solo nel 1987 nel parlamento di Bonn furono ascoltate delle vittime del Nazismo nella loro qualità di lesbiche; e solo nel 1996 in Francia alla Fondazione per la Memoria della Deportazione venne dato il compito di vagliare la storia dei soggetti omosessuali durante Vichy.

La raccolta di saggi oltre a costituire un corpus di studi fondamentale per costruire una solida storiografia lesbica ha, a mio avviso, anche un altro grande pregio: la prospettiva europea e transnazionale, come dimostrano le nazionalità delle autrici dei saggi. Questo ha permesso di vedere quanto lo stigma dell’identità lesbica fosse interiorizzato sia dalle stesse lesbiche sia dalle militanti antifasciste in chiave antitedesca. L’analisi e lo studio dell’universo concentrazionario di Ravensbrück – di Bonnet e di Osborne – il più grande campo di concentramento femminile nazista, mette proprio in evidenza quanto l’identità lesbica fosse un’ombra da proiettare continuamente, da parte francese e spagnola, sul nemico tedesco.

Se dobbiamo individuare un limite che purtroppo si avverte nella lettura di questa raccolta è proprio la mancanza di sistematicità e di una visione che tenga unito il quadro generale. Se si eccettua il tentativo di Guazzo di tracciare una tipologia delle esistenze lesbiche in Italia, spesso si percepisce un accumulo di storie e di particolari da cui non si riesce a ricavare una visione d’insieme. Un limite forse proprio dovuto alla scarsità di opere teoriche generali su cui appoggiare questi saggi. D’altra parte questo rischio pare essere già previsto dalle stesse curatrici: l’obiettivo che queste si pongono è appunto fare massa critica di ricerche e lavori al fine di avviare e fare crescere  questo nuovo filone di ricerca. R/esistenze lesbiche quindi passa il testimone, e i suoi testimoni, a chi vorrà seguire, nella costruzione di un campo di indagine di cui questo libro, tra i pochi, ha il merito di tracciare i contorni.

R/esistenze lesbiche nell’Europa nazifascista
a cura di Paola Guazzo, Ines Rieder e Vincenza Scuderi
Ombre Corte, 2010
pagg. 190

4 Responses to “Storia della persecuzione delle lesbiche sotto il nazifascismo: la fine di una damnatio memoriae?”

  1. E’una interessantissima recensione. Mi piace molto la considerazione su Paragrafo 175 e damnatio memoriae. Paola

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