Il dibattito sul negazionismo: se la legge regola il ricordo

di Daniele Salerno

Il dibattito sul negazionismo riapre il problema del rapporto tra memoria e legge, soprattutto quando la prima investe le dinamiche della giustizia. Per fermarci al solo problema dell’amnistia, è la parola stessa che ci segnala lo stretto legame tra ricordo, oblio e pena: l’amnistia è un atto d’oblio istituzionale, spesso disposto a seguito di cambiamenti epocali (fine di dittature o di guerre civili) e finalizzato ad accelerare un processo di riconciliazione sociale. Rimane in questo senso celebre la formula usata da Enrico IV nell’Editto di Nantes del 1598 a chiusura delle guerre di religione: “Che la memoria di tutte le cose passate dal marzo 1585 così come di tutte le sofferenze precedenti siano spente e assopite come fossero una cosa non avvenuta”. Per arrivare ai casi più recenti ricordiamo in Spagna il pacto del olvido (patto dell’oblio), seguito alla fine della dittatura franchista. Recentemente tale patto è venuto meno, in seguito al dissotterramento dei morti della guerra civile disposto dalle sentenze del giudice Garzon.

E’ possibile fissare istituzionalmente gli atti di memoria e di oblio? Ed è possibile regolare i modi in cui si ricordano degli eventi storici passati, spesso dolorosi, vietandone per legge alcune versioni, seppur aberranti?

E’ questo il caso del negazionismo e della proposta di penalizzazione: in questo caso non si ordina l’oblio, ma si vieta la possibilità di negare l’esistenza storica del genocidio operato dai nazisti per legge. In seguito al caso del professore negazionista di Teramo che a lezione ha definito la Shoah “una montatura”, il Presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici ha infatti proposto la penalizzazione del negazionismo. A questa richiesta hanno risposto positivamente i presidenti di Camera e Senato, avanzando già l’ipotesi di una calendarizzazione della legge che ne permetta l’approvazione per il giorno della memoria il 27 gennaio 2011. La proposta di Pacifici ha trovato invece la resistenza di molti storici. Ci limitiamo a segnalare due prese di posizioni: quella di Sergio Luzzatto sul Sole 24 ore di domenica e di Adriano Prosperi su Repubblica. A questa si è aggiunta la posizione ufficiale dell’Osservatore Romano che ha parlato in questo caso di una forma di censura incompatibile con la democrazia.

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