Essere lesbica a Vienna nel dopoguerra: testimonianze e percorsi identitari in “Verliebt, Verzopft, Verwegen”

di Daniele Salerno

Il documentario Verliebt, Verzopft, Verwegen (Austria 2009) di Katharina Lampert e Cordula Thym, proiettato nella rassegna Soggettiva all’interno di Gender Bender, racconta la storia di tre lesbiche viennesi nate negli anni Quaranta. La storia del movimento lesbico austriaco è molto particolare perché molto particolare è stata la legislazione di quel paese fino al 1971: l’Austria è stato l’unico paese in Europa, come spiegavamo già nella recensione del libro R/esistenze lesbiche, ad avere nella sua legislazione una norma (il paragrago 129) che condannava anche gli atti sessuali tra donne.

Se per il legislatore nazista le lesbiche non sono mai esistite, per quello austriaco precedente e successivo all’Anschluss, le lesbiche esistevano ed erano contro-natura. E in quanto tali criminali. La criminalizzazione e medicalizzazione del soggetto lesbico arriva a un grado tale che le lesbiche sono l’unica categoria perseguitata dai nazisti che nel dopoguerra non otterrà per molti anni né lo statuto giuridico di vittima né risarcimento: in parte per il non riconoscimento della categoria di lesbica nell’universo concentrazionario, che non ne ha permesso neanche il riconoscimento in sede giudiziaria dato l’utilizzo nei tribunali del dopoguerra della tassonomia nazista (alle lesbiche era assegnato il triangolo nero, indicante in genere i soggetti “anti-sociali”, e non quello rosa, riservato agli omosessuali maschi) e in parte per la stessa legislazione austriaca che le riteneva, anche e soprattutto se riconosciute come lesbiche, soggetti giuridici non moralmente degni di risarcimento da parte dello Stato.

Su questo retaggio storico, che il bel documentario racconta solo in parte, sorgono le storie di tre lesbiche che vivono il loro percorso di conquista della propria identità dagli Sessanta in poi. Si badi che il documentario non si apre sulle tre testimonianze, ma su uno schermo nero e su una telefonata che si conclude con il rifiuto dell’interpellata a partecipare al documentario: la “discrezione”, giustificata in diversi modi, è uno dei motivi per cui donne “famose o sposate o spaventate” decidono di non testimoniare e di non dare alla loro identità lesbica una dimensione pubblica. Il nero e la voce anonima dei primi minuti lascia poi lo spazio alle immagini e alle voci emozionate delle tre testimoni.

Le tre storie rappresentano quindi dei percorsi di formazione di tre donne lesbiche ormai compiute e risolte nella loro identità, che per divenire ciò che sono hanno dovuto lottare non solo contro l’esterno (la legge, l’ostilità sociale, quella delle famiglie), ma anche contro una norma sociale interiorizzata che le faceva vergognare. Si raccontano dei luoghi di incontro e dei bar lesbici, in cui si andava spesso accompagnati da ragazzi gay: all’arrivo della polizia il lato lesbico e il lato gay si mescolavano così da creare coppie eterosessuali. L’apparente adesione a una immagine eterosessuale porta anche due delle tre a sposarsi e avere anche dei figli, trovando così rifugio e rispettabilità sociale nel doppio cognome (quello proprio e del marito). Si raccontano le fughe dall’Austria, verso il nord Europa e verso gli Stati Uniti, alla ricerca del sogno di vivere la propria identità. Ma si parla anche del disagio a volte vissuto all’interno della comunità lesbica: non c’è soltanto la dicotomia tra società e lesbica ma anche il disagio di soggetti singoli rispetto alla non capacità di aderire totalmente all’autorappresentazione che le lesbiche sembravano dare di loro stesse.

Le tre donne sono ormai in pensione, due vivono con le loro compagne e l’altra invece ha deciso di rimanere single e di dedicarsi alla politica (è attualmente portavoce del partito verde viennese). Le due giovani documentariste vedono nelle tre donne tre percorsi possibili di percorso e sviluppo della propria identità lesbica, continuando a vivere in una Vienna che, nel turbine della storia, si è ritrovata improvvisamente provincia. Pur non avendo ancora smesso l’abito imperiale.

 

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