Annie Leibovitz o la fabbrica del mito

di Daniele Salerno
 

 

La copertina di Rolling Stones uscita alla morte di John Lennon. La foto era stata scattata dalla Leibovitz cinque ore prima dell'omicidio

La scelta degli organizzatori di chiudere la rassegna del Festival Gender Bender con il documentario Annie Leibovitz: a Life through Lens (USA 2008, regia di Barbara Leibovitz) è stata decisamente felice. Attraverso l’occhio della fotografa americana Annie Leibovitz vediamo infatti tutti i protagonisti degli otto giorni di Festival, a chiudere perfettamente il cerchio delle proiezioni dei documentari: rivediamo così John Lennon e Burroughs, Yoko Ono, i Rolling Stones e Louise Bourgeois, protagonista della sessione precedente. E naturalmente ritroviamo Patti Smith che è apparsa in tutti i documentari sugli anni Sessanta, Settanta e Ottanta dandoci la straniante impressione che abbia passato gli ultimi anni seduta sulla stessa sedia, nello stesso posto davanti a una serie di registi in fila ad attendere il loro turno per registrare la sua testimonianza.

Il documentario ci fa entrare nel cuore stesso di una fabbrica del mito: una grande stanza in cui il curatore della sua ultima raccolta di foto aveva riunito e appeso gli scatti più significativi della sua carriera per procedere alla selezione. Ci troviamo in un luogo ideale da cui guardare tutto ciò che di significativo è successo negli ultimi cinquant’anni. Dal Watergate e alle immagini simbolo del presidente Nixon che lascia definitivamente la Casa Bianca, alla foto di John Lennon nudo abbracciato a Yoko Ono qualche ora prima di essere ucciso, fino naturalmente ai vari ritratti e copertine che hanno trasfigurato tanti personaggi dello star system consegnandoli definitivamente all’Olimpo della celebrità.

E naturalmente il suo soggetto prediletto fino alla morte: la compagna Susan Sontag. Colpiscono le foto del periodo della malattia e quelle sul letto di morte che emozionano lo spettatore che guarda e ascolta il racconto della Leibovitz in lacrime. Immagini che costruiscono anche un ideale dialogo tra la grande intellettuale – che tanto si è interrogata sulla fotografia, la rappresentazione del dolore degli altri e l’osceno (le riflessioni più citate nel recente convegno AISS sulla fotografia e intorno a cui noi stessi del Centro TraMe ci siamo interrogati) – e la compagna fotografa.

Susan Sontag

Le foto di Annie Leibovitz hanno costruito la memoria visiva del XX secolo e di parte del XXI secolo come pochissimi altri fotografi hanno fatto: nella maggior parte dei casi non si tratta di una memoria storica e documentaria, come quella di Robert Capa o di tutta la tradizione della concerned photography americana. Se si escludono le prime foto sul Watergate e quelle scattate nella ex Jugoslavia durante la guerra su spinta di Susan Sontag, si tratta soprattutto di una memoria trasfigurata dal mito, forse in questo molto più vicina alla tradizione europea. Miti che come tali hanno preso una propria vita persino rispetto allo stesso soggetto ritratto: la foto di Demi Moore incinta o di Arnold Schwarzenegger giovane body-builder sembrano staccarsi dalle stesse biografie dei soggetti ritratti e tratteggiano la forma di un’idea, dando corpo allo spirito del tempo.

Fra cinquant’anni probabilmente per sapere chi è quella donna incinta o quell’uomo muscoloso si dovrà andare a cercare il loro nome in qualche nota a piè di pagina. Il nome della Leibovitz, l’occhio invisibile che guarda, sarà invece lì a caratteri cubitali stampato in copertina.

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