I teatri della memoria di Louise Bourgeois

di Daniele Salerno

Louise Borugeois fotografata da Annie Leibovitz

L’inizio del documentario Louise Bourgeois: the Spider, the Mistress, the Tangerine (USA 2010, regia di Marion Cajori e Amei Wallach) contiene, nella nenia musicale che accompagna i movimenti di camera attorno alle linee architettoniche di una delle installazioni di Bourgeois, il nodo biografico irrisolto da cui scaturiscono le sue opere: si tratta di Frère Jacques (in Italia conosciuta come Fra’ Martino campanaro), la canzone per l’infanzia per eccellenza in Francia, che però diviene nella versione di Gustav Mahler proposta nel documentario una marcia funebre. Ed è proprio della memoria sofferta dell’infanzia e dei suoi traumi che si nutre l’opera di Louise Bourgeois.

A quel nodo irrisolto dell’infanzia fa riferimento il titolo: il ragno (la madre), l’amante del padre e il mandarino (il padre stesso) sono i tre protagonisti delle sue opere, attorno ai quali ella costruisce un dramma personale, la scena di una gigantomachia che si consuma nell’inconscio ed emerge nelle sue opere. Vediamo  il volto della anziana artista francese, emigrata negli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale e morta qualche mese fa (a lei avevamo già dedicato un post) mentre lavora e si muove nel suo atelier: una carne tesa e nervosa, che a stento riesce a trattenere la propria rabbia (la passione che lei stessa dice animarla) e la propria tensione creativa.

L’artista racconta come il suo gesto artistico sia una evoluzione del gesto artigianale della madre sarta, che per far fissare i colori sulle tende immergeva i tessuti nell’acqua e poi li torceva: il gesto da cui scaturiscono molte opere della stessa Bourgeois. Vediamo il gesto del padre riprodotto dall’ormai anziana figlia: un gioco con la scorza del mandarino, l’intaglio della buccia e la creazione di figure. Un’altra tecnica che, dalla memoria della Bourgeois si trasforma e diviene gesto artistico, ma anche gesto memoriale: incorporazione del gesto della madre e del padre. Infine il ricordo dell’amante del padre, la vergogna che si prova di fronte alla gente, e le lacrime dell’anziana donna che ancora sente l’offesa paterna.  E infine vediamo le installazioni: la camera da letto dei genitori, riprodotta secondo le leggi della memoria, e il laboratorio della madre.

Queste opere non sarebbero così potenti se riproducessero soltanto la memoria visiva che Bourgeois conserva della propria infanzia: si tratta in realtà di dispositivi spaziali e visuali in cui lo spettatore viene collocato e in cui sono gli stessi meccanismi della memoria a essere riprodotti. Le installazioni di Bourgeois così non rappresentano soltanto la sua memoria, ma divengono il teatro interiore o lo schermo su cui proiettare il nostro stesso vissuto infantile. Il documentario con i movimenti di camera attorno alle opere riesce a darci quest’effetto: piazzandoci in una fessura della installazioni siamo costretti a guardare attraverso uno specchio distorcente il letto dei genitori, quasi a ricostruire una scena primaria in cui l’installazione ci costringe a rimpicciolirci all’altezza del bambino o della bambina che tutti siamo stati. E’ proprio questo che si sente quando la macchina da presa, sulle note di O Superman di Laurie Anderson (“Hello? This is your Mother. Are you there? Are you
coming home?”), si addentra tra le zampe dei ragni giganteschi della Bourgeois: la madre sarta che tesse e cura.

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