I “quaderni ucraini” di Igort: memorie in fumetti

di Francesco Mazzucchelli

Come è stata la vita durante e dopo il comunismo da queste parti? me lo domandavo sinceramente”: questa la domanda che ossessiona il fumettista Igort nella sua ultima graphic novel titolata I quaderni ucraini (primo volume di un dittico dedicato ai paesi dell’ex Unione Sovietica). E si tratta di una domanda, come la definisce l’autore stesso, “sincera”: ciò che gli interessa non è né la celebrazione rituale di un processo al totalitarismo sovietico, né la rievocazione ideologico-liturgica di un passato socialista che a volte pare distante anni luce, definitivamente tramontato e rapidamente “fatto fuori” dalle accelerazioni capitalistiche della nuova economia globale, ma che al tempo stesso continua ugualmente a riaffiorare, proprio quando meno te lo aspetti, nei paesaggi, nei volti e nelle parole di chi vive oggi in Ucraina. È a queste riemersioni di memoria collettiva che Igort presta invece il suo sguardo e il suo tratto, e non è un caso se il sottotitolo scelto per questi quaderni reciti: Memorie dai tempi dell’Urss. Dai tempi, come una memoria che viene da lontano, come un fiume, come un flusso.

Il flusso della memoria è raccolto da Igort con una tecnica che lui definisce reportage disegnato, ma che forse è qualcosa di più. Come accade in altre opere di “reporter” che ricorrono al fumetto come medium di narrazione (si pensi a Joe Sacco e alle sue splendide tavole su Gaza, sulla Palestina, su Gorazde, su Sarajevo, ecc.) è la forma-reportage a uscirne stravolta: la profondità di sguardo del racconto di Igort trae la sua potenza narrativa da quella “solidarietà” tra codice visivo e codice verbale che il fumetto realizza in maniera così peculiare e che trasforma l’economia semiotica del genere di reportage classico, in cui all’immagine è tradizionalmente affidato un ruolo “suppletivo”, a volte solo didascalico-illustrativo. La forza soggettiva del disegno di Igort cambia le regole del gioco e rende il reportage un’etnografia, una forma di “registrazione della realtà” coscientemente, forse artatamente, distorta, sbilanciata. Ma che proprio per il fatto di essere in fin dei conti una “riscrittura” delle testimonianze raccolte (quasi delle storie di vita) alla fine risulta “più vera” di una trascrizione che si vorrebbe neutra, e certamente più “fedele”:

Ho teso l’orecchio ad ascoltare le storie e ho deciso di disegnarle. Semplicemente non ce la facevo a tenermele dentro, neppure io. Sono storie vere, di persone incontrate casualmente, per strada, cui è toccato in sorte di nascere e vivere stretti nell’abbraccio della cortina di ferro.

Curioso: a volte più la tecnica diventa soggettiva, più denuncia (verrebbe da dire: in maniera costitutiva) la sua parzialità, più l’effetto di resa del reale, di “presa” si amplifica:

Quando gli chiedo se mi racconta di sé dapprima esita, poi decide di fidarsi. Una parola dopo l’altra ascolto il resoconto di un’esistenza che è diventata una matassa indigesta. Preme per uscire e risale dalle viscere. Quel che segue è la trascrizione fedele di questo racconto…

La bellezza di questo “reportage disegnato”, in un certo senso, è tutta in questa contraddizione: il desiderio di documentare, senza filtri, la realtà post-socialista dell’Ucraina dando voce ad alcune “esistenze esemplari” (e in questo l’autore si è comportato da vero reporter-etnografo, raccogliendo e registrando interviste, voci, immagini, paesaggi) e la sua complementare e inevitabile impossibilità. Il disegno è, quasi per vocazione, una mappa soggettiva e distorta, ma la risoluzione di questo conflitto arriva proprio dai disegni stessi di Igort e dalla loro tecnica “anti-retorica”, che fa sì che essi paiano agire per sottrazioni (sottrazioni di passioni, di giudizi, di prese di posizione) che diventano addizioni (di dettagli, di punti di vista, di ingrandimenti ma anche di trasfigurazioni).

Il racconto della tragedia dell’holomodor, parola che significa “morte per fame indotta” e che sta ad indicare la carestia agevolata da Stalin per punire le spinte autonomiste dell’Ucraina, si snoda dunque attraverso le voci raccolte dall’autore nel suo viaggio in Ucraina – storie di miseria e sofferenza ma anche di grande umanità – e si mescola infine, evitando affrettati giudizi storici, al successivo crollo del regime sovietico che causò il declino di una nazione che (nelle parole di uno dei “testimoni”) nel frattempo era tornata ad essere ricca e produttiva, e che oggi è ridotta ad una landa sterile in cui ognuno pensa a se stesso. Non ci sono giudizi storici nel racconto di Igort, ma c’è la Storia, e tutto il testo gioca su questa tensione irrisolvibile tra le mute vicende di sofferenza individuali e le sorde logiche di una Storia con la S maiuscola.

Di seguito il link di un’intervista dell’Espresso a Igort e a Joe Sacco e il Book Trailer del libro:

Igort, Quaderni ucraini. Memorie dai tempi dell’Urss, Mondadori (Collana Strade Blu), 2010, 180 p., ill., brossura

One Trackback to “I “quaderni ucraini” di Igort: memorie in fumetti”

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: