Romanzi criminali: la memoria noir dell’Italia da Lucarelli al film “Vallanzasca”

di Daniele Salerno

I protagonisti della prima stagione della serie televisiva "Romanzo criminale"

Nel convegno organizzato dal Centro TraMe in dicembre, una parte consistente della discussione si è concentrata sul rapporto tra memoria e fiction. Se n’è discusso  in particolare in una tavola rotonda con gli scrittori Loriano Macchiavelli, Wu Ming 2Sandro Toni. E se n’è parlato in una relazione sulla fiction”Romanzo criminale”. Ci si è interrogati in particolare sul rapporto che si è instaurato negli ultimi anni tra letteratura, cinematografia di genere (giallo, noir e hard boiled) e memoria italiana, soprattutto per quanto riguarda gli eventi dei cosiddetti anni di Piombo.

Il noir, nella ipotesi di ricerca che stiamo seguendo, è divenuto uno strumento conoscitivo della realtà italiana che, libero dall'”onere della prova” (cioè dalla necessità del documento, a volte inaccessibile agli stessi storici e giudici), permette di dare senso a una serie di eventi su cui aleggia un’aria di mistero e di segretezza: dal terrorismo degli anni Settanta alla storia della criminalità organizzata.

La fiorente stagione del noir italiano ha attirato recentemente l’attenzione internazionale: BBC 4 ha dedicato un documentario alla “new wave of Italian crime fiction” che continua ad arricchirsi di film e fiction televisiva, particolarmente focalizzata negli ultimi anni sul tema della criminalità organizzata.

All’inizio dell’anno Carlo Lucarelli ha dedicato alcune puntate della sua trasmissione “Blu notte – Misteri italiani” alla Mala del Brenta di Felice Maniero, alla Sacra Corona Unita e a Cosa Nostra. Alla fine dell’anno scorso si è chiusa la serie televisiva di successo “Romanzo criminale” ispirata al romanzo di Giancarlo De Cataldo sulla Banda della Magliana, i cui diritti sono stati acquistati dalla HBO per un adattamento negli Stati Uniti.

Sulla Banda della Magliana, History Channel ha di recente mandato in onda un documentario sulla vera storia dell’organizzazione criminale romana (presunta risposta documentaristica alla fiction televisiva): “La vera storia della banda della Magliana”.

Inoltre da qualche mese sono cominciate le riprese per una nuova serie televisiva sulla Mala del Brenta con Elio Germano nella parte di Felice Maniero. Infine venerdì è uscito l’ultimo film di Michele Placido che, dopo il successo di “Romanzo criminale” (il film), ritorna sul genere con un’opera sul bandito Renato Vallanzasca.

Narrazioni di stragi e criminalità abbandonano sempre più l’arena giornalistica e giudiziaria per assumere un formato fiction. Un fatto non sorprendente: già nel passato fenomeni come La Piovra avevano catalizzato l’attenzione di tanti telespettatori italiani e stranieri. Le opere che vediamo e leggiamo oggi si differenziano però da quelle prodotte negli anni Ottanta in Italia per un dato: raccontano la storia non dalla parte del poliziotto (come nel caso del commissario Cattani o del capitano Ultimo ) ma soprattutto dalla parte dei banditi e dei criminali. Un fenomeno per l’Italia relativamente recente (non per gli Stati Uniti che con Il padrino e I Soprano si erano già cimentati con il genere, ma in un contesto culturale completamente differente).

Cosa accomuna la Mala del Brenta, la Banda della Magliana, gli anni di Piombo e Renato Vallanzasca? Ciò che unisce e accomuna storie così diverse è il ruolo dell’Autorità e dello Stato: un ruolo che nelle narrazioni sembra oscillare tra la totale assenza e impotenza dell’autorità (la narrazione è concentrata soprattutto sui criminali, come si diceva), e la rappresentazione della corruzione degli organi dello Stato.

Credo che le radici semiotiche, sociali e culturali del fenomeno siano da investigare meglio: come  “i criminali” hanno acquisito recentemente il “diritto alla biografia” o addirittura un “diritto alla narrazione epica”?

Quando lo Stato è in crisi e non riesce a mettere al riparo i cittadini dai pericoli, la cultura popolare si riempie di “giustizieri della notte” (Charles Bronson per fare un esempio) o risponde all’incertezza con personaggi fantastici come i supereroi (la Golden Age del fumetto statunitense, per esempio, comincia proprio con la Grande Depressione e continuerà fino agli anni Cinquanta). La risposta della cultura popolare italiana a una sfiducia verso l’autorità è stata di segno opposto: si narra la storia dei fuorilegge e non quella di chi vuole riportare l’ordine. E lì dove si narra la storia del poliziotto, come nel caso di Montalbano, non siamo certo di fronte a una rappresentazione epica, che è la cifra propria dei “romanzi criminali”.

Queste riflessioni ci tengono tuttavia ancora molto lontani dalle recenti critiche avanzate a queste opere da esponenti politici come Gianni Alemanno. Secondo il Sindaco di Roma le serie televisive come “Romanzo criminale” o il film “Renato Vallanzasca. Gli angeli del male” sarebbero di cattivo esempio per i giovani e costituirebbero una sorta di apologia di reato, costruendo una visione romantica dei criminali e dunque spingendo all’emulazione.

Ma ci tengono anche lontani dall’interpretazione che gli autori stessi danno delle loro opere, lì dove sembrano perorare gli argomenti dei loro stessi detrattori. Ieri, 24 gennaio, Michele Placido in una intervista alla trasmissione di Radio2 Nostress (qui puoi scaricare il podcast e ascoltare l’intervista di Placido dal minuto 23), in onda alla mattina, ha affermato che i giovani di oggi non potrebbero mai imitare il bandito Renato Vallanzasca perché, rispetto ai giovani degli anni Sessanta e Settanta (come Placido stesso), “si sono rammolliti” sul piano “politico, ideologico e criminale” (Placido confonde qui evidentemente la lotta politica degli anni Settanta, il Terrorismo e i fenomeni criminali).

La dichiarazione avalla implicitamente l’interpretazione che del film hanno dato i detrattori:  una rappresentazione positiva del giovane Vallanzasca come modello potenzialmente da imitare (o comunque evidentemente, esempio di giovane “non rammollito”). Anche qui sembrano scontrarsi più visioni della gioventù e la memoria di chi era giovane in quegli anni turbolenti sembra valorizzarsi a confronto con quella della gioventù di oggi.

Fortunatamente la semiotica, nell’insegnamento di Umberto Eco, ci ha insegnato che spesso i testi sono più intelligenti dei loro autori.

One Trackback to “Romanzi criminali: la memoria noir dell’Italia da Lucarelli al film “Vallanzasca””

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: