Storia di famiglie: la raccolta di materiale sulla Shoah e l’archivio dei film di famiglia.

di Daniele Salerno

Dal 27 gennaio fino al 30 giugno, le prefetture italiane hanno il compito di raccogliere da privati cittadini o associazioni materiali e documenti che testimonino la Shoah. Gli oggetti raccolti saranno inviati dalle Poste italiane all’Archivio di Stato, dove un gruppo di esperti li valuterà per destinarli poi ai vari musei della Shoah in progettazione.

L’iniziativa fa capo al Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della Shoah, che riunisce diverse istituzioni e associazioni, tra cui la Presidenza del Consiglio e la Fondazione Museo della Shoah di Roma.

Da alcuni anni le istituzioni e le associazioni possono bandire raccolte pubbliche di materiale privato allo scopo di conservazione e digitalizzazione (di recente si è avvalsa di questo strumento la Regione Sicilia). Si tratta di uno strumento legislativo recente e utilizzato soprattutto nell’ambito degli home movies, per raccogliere, conservare e digitalizzare le pellicole amatoriali e i film di famiglia. A Bologna recentemente è stato costituito a questo scopo  l’Archivio Nazionale dei film di famiglia.

Si tratta di una pratica di conservazione e valorizzazione della memoria individuale (e della famiglia, un soggetto sociale per nulla “naturale”: cos’è la famiglia? Cosa la definisce?) interessante sotto più punti di vista.

In primo luogo rimette in gioco il problema dei filtri, cioè di ciò che in una data cultura è ritenuto “memorabile”, e che dunque deve essere “trasmesso al futuro”, e di ciò che può essere dimenticato. Le immense possibilità di registrazione data dai supporti digitali ha cambiato questi criteri?  Forse in questo senso dovremmo riflettere meglio sulla differenza tra registrazione e memoria: registrare non vuol dire affatto “fare memoria”, soprattutto se la traccia/registrazione non è legata a un filo narrativo di altre tracce. Queste tracce digitali diventeranno memoria? Che ne facciamo di questa quantità soverchiante di registrazioni? Forse la registrazione delle tracce è una condizione necessaria per fare memoria, ma indubbiamente non ne è condizione sufficiente. 

In secondo luogo si evidenzia un cambiamento nei criteri che definiscono coloro che sono considerati portatori di memoria e la cui storia ha “diritto” a essere trasmessa alle generazioni successive. Seppure oggi siamo abituati a pensare che qualsiasi storia di un sopravvissuto o di una vittima della Shoah ha il diritto a essere raccolta e tramandata (e noi abbiamo il dovere di raccoglierla, conservarla e raccontarla alle generazioni a venire), non sempre in passato è stato così.

Le dinamiche culturali che informano i processi di conservazione e trasmissione di memoria sono in questo senso profondamente cambiate negli ultimi anni e non solo a causa delle innovazioni tecnologiche (internet e il digitale), che permettono la conservazione dei documenti e delle testimonianze. Un argomento che meriterebbe una maggiore attenzione nell’ambito dei memory studies.

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