La Repubblica del dolore: la memoria pubblica e la figura della vittima secondo Giovanni De Luna

di Daniele Salerno

In La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Giovanni De Luna affronta, non senza rischi, quello che Paul Ricoeur chiamava uno “sconcertante dilemma”: l’inesorabile allargarsi del “cerchio delle vittime” e la “tendenza contemporanea alla vittimizzazione” (La memoria, la storia, l’oblio, p. 678).

Il testo di De Luna è una riflessione approfondita sul paradigma vittimario e su quanto esso abbia avuto un’importante ricaduta nel modellare il patto memoriale italiano, cioè quell’accordo più o meno esplicito in cui si prevede cosa trattenere del passato e trasmettere al futuro e cosa invece far cadere nell’oblio.

La disamina di De Luna si concentra attorno a due dicotomie: eroe/vittima ed emozione/conoscenza. Dopo la Resistenza l’eroe scompare nella memoria pubblica italiana e diviene predominante la necessità di onorare il debito di memoria verso la vittima. Ne deriva uno sbilanciamento delle pratiche di commemorazione e memoria verso l’effetto emotivo più che conoscitivo.

Lo storico ripercorre la “storia della memoria” nazionale degli ultimi trent’anni e dimostra come l’attuale patto memoriale si fondi essenzialmente sul ruolo centrale della vittima: questo ha prodotto una parcellizzazione del panorama memoriale, con la proliferazione di associazioni delle vittime o a sostegno della memoria di alcuni eventi, ognuna con delle rivendicazioni circa il “debito” – non solo simbolico, come ricorda De Luna – da saldare e il diritto a essere ricordati (e lo speculare dovere degli altri a ricordare).

Questo fenomeno trasforma la memoria pubblica in una memoria in negativo: essa si risolve in una lista di mancanze o di torti da riparare (che rimangono tuttavia non riparabili) e di giorni predisposti dal legislatore da e per “dover ricordare”. Il fenomeno, in verità, non è solo italiano: come ci ricorda De Luna tale dinamica è legata all’affermarsi della memoria della Shoah come paradigma per le memorie nazionali.

De Luna riconduce l’evoluzione della memoria frammentata e particulare fondata sulla vittima alla debolezza dello stato-nazione e all’incapacità delle istituzioni, particolarmente grave in Italia, di perimetrare in positivo gli spazi simbolici dei valori e della memoria nazionale. Lo storico torinese prende una posizione forte sull’argomento, che ha attirato le critiche delle Associazioni delle vittime: occorre rifondare il patto memoriale allontanandoci dal paradigma vittimario e costruendo possibilmente una nuova figura d’eroe (un eroe temprato dalla virtù della mitezza descritta da Bobbio, suggerisce De Luna).

Il libro di De Luna ha scatenato discussioni e in qualche caso aspre polemiche, ma crediamo possa accendere una riflessione importante sulle politiche della memoria.

Indico cinque punti di possibile discussione e approfondimento:

  1. La dimensione estetica della memoria. Il problema delle modalità e degli stili estetici non è di poco conto: se dal punto di vista letterario (con Fenoglio, Primo Levi o Rigoni Stern per esempio) la Resistenza ha saputo costruire una estetica letteraria fondativa del secondo dopoguerra, questo non è avvenuto sul piano delle arti visive (forse con l’eccezione di alcuni film di Rossellini) o dell’architettura. L’antifascismo, rifiutando la monumentalità e la retorica nazionale inquinata dal ventennio, non è riuscito a elaborare una propria monumentalità e un proprio repertorio nazionale di simboli. Questo ‘difetto’ di elaborazione oggi, nell’epoca dell’immagine, si fa particolarmente dannoso.
  2. Memorie sul tema dell’eroe. Esistono dei tentativi di costruire delle figure eroiche o di rifondare un’epica (es. Wu Ming 4 con Razza partigiana e le teorizzazioni di New Italian Epic), anche se sempre da un punto di vista letterario. Questi processi interessano da anni le arene che forse alcuni chiamerebbero “antagoniste”, ma ha interessato anche molto di recente un’arena istituzionale come il Festival di Sanremo, con il tentativo di Roberto Benigni di narrare epicamente la storia di Goffredo Mameli: il paradigma vittimario, anche se dominante, non ha quindi completamente schiacciato l’alternativa “eroica”.
  3. De Luna ha indicato solo nelle ultime pagine del suo libro l’influenza che la Chiesa cattolica ha avuto su questo modo di elaborare la memoria pubblica in Italia. Probabilmente il tema è meritevole di maggior approfondimento: la centralità del paradigma vittimario è stato rafforzato proprio da Giovanni Paolo II che ha, in diverse occasioni, chiesto perdono alle vittime per le molte colpe storiche della Chiesa cattolica.
  4. È vero, come dice De Luna, che il paradigma vittimario è centrale oggi anche nella costruzione della leadership politica?
  5. Infine una questione riguardante proprio il percorso dello storico torinese. Nel 2009 De Luna scriveva un libro sospeso tra “lo sguardo del testimone e il senno di poi dello storico” e con l’intenzione di restituire alle vittime cancellate “dalla memoria pubblica di questo paese” il “loro tempo” e il posto che meritano (Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria). In quel libro libro il militante politico, divenuto storico, cerca di ridare il posto alle vittime che negli anni settanta erano i suoi compagni di viaggio. Insomma forse dal paradigma vittimario, fino a un paio di anni fa, sembrava essere dominato anche il discorso storico e nella fattispecie proprio quello di De Luna?

Qui è possibile scaricare la puntata di Fahreneit con un’intervista a Giovanni De Luna sul suo ultimo libro.

Qui è possibile vedere una lezione di Giovanni De Luna sugli argomenti del testo.

Giovanni De Luna,
La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa
Feltrinelli, 2011

3 commenti to “La Repubblica del dolore: la memoria pubblica e la figura della vittima secondo Giovanni De Luna”

  1. ” Le vittime dei terrorismi e delle stragi hanno soffertto per anni la disattenzione delle istituzioni e della società ”
    La memoria delle vittime è un’arma a doppio taglio. Puo’ innescare una spirale di ritorsioni, ma anche a promuovere una civiltà dell’empatia. Penso agli scritti illuminanti, di Todorov sugli abusi dela memoria, o alla filosofa americana Judith Butler, che si è schierata contro l’uso della violenza in risposta al lutto collettivo dell’11 settembre, proponendo strade per trasformare il dolore in azione civile ”
    Credo che il suo libro porti nel dibattito culturale un tema importante. E’ giusto riflettere sulle difficoltà di fare storia con i testimoni. E’ giusto denunciare la superficialità dei media e l’iflusso del “mercato”, che prima hanno sfruttato a fondo il filone degli ex terroristi, facendone dei personaggi. E’ giusto mettere in guardia dalle strumentalizzazioni politiche delle vittime, un rischio sempre presente, che avvelena anche il dibattito sulla sicurezza e la politica criminale. Sacrealizzare la memoria dei morti, senza la storia, poi, può portare a paradossi come l’equiparazione tra partigiani e ragazzi di Salo’.
    Sentiere giornalisti o politici che dicono ” bisogna riscrivere la storia dalla parte delle vittime ” è un’aberrazione , fa rabbrividire . Considerare anche la loro voce è invece un’altra cosa “.
    ” Occorre storicizzare anche il retroterra su cui si sono innestate iniziative come il 9 maggio, giornata della memoria delle vittime del terrorismo. Il retaggio di anni in cui complice una visione totalizzante della politica e un’accettazione diffusa delle pratiche violente, l’avversario diventava in nemico da eliminare , e ogni parte era cieca ai luti e alle soffrenze di chi stava dall’altro lato delle barricata. Gemma Calabresi ha ragione quando dice che c’erano due ” italie” ,
    e non comunicavano. Ribadire il rifiuto della violenza di ogni colore, riconoscere l’umanità dell’avversario, non era così scontato. Per questo il 9 maggio non riguarda vicende solo personali ” Quella data sottolinea – ricorda le vittime di tutti i terrorismi: quello di estrema sinistra, quello di estrema destra e quello dello stragismo neofascista. Tutti avevano in fondo lo stesso fine : attaccare, rovesciare lo Stato: il 9 maggio si iscrive così nel ripensamento di una memoria collettiva: quella democrazia fondata sulla Costituzione. Certo, come le altre giornate commemorative, è un contenitore, ha tutti i limiti, ma intantoè uno spazio pubblico dove prima c’era una lacuna. Usarlo bene o male dipende dalle istituzioni, oltre che dai soggetti coinvolti. Non una giornata nata per perpetuare le contrapposizioni, ma per superarle, senza cancellare le speciiciatà storiche delle vicende “. I familiari delle vittime del terrorismo hanno svolto una funzione di supplenza e di richiamo nei confronto dello Stato. Penso a quel 9 maggio di deu anni fa, in cui il Presidente Napolitano ha voluto che alla celbrazione fosse presente anche la vedova di Giuseppe Pinelli . E’ stato un modo per richiamare lo stato alle sue responsabiltà . Penso alle stragi di quegli anni . Lo Sato porta responsabilità pesanti. Ci furono coperture, depistaggi: lo sappiamo bene da tempo. Che Napolitano, con la sua autorità, la’bbia ribadito più volte è importante “. ” Il Presidente ha capito perfettamente lo spirito civico che anima i familiari delle vittime in questo senso. Ha unito la sua voce a quella di chi chiede l’apertura degli archivi. Ora stiamo aspettanto i decreti atuatividella nova legge sul segreto di Stato. Non mi sembra che questo governo abbai particolarmente a cuore la cosa, ma è un percorso è comincaiato. Questa èuna funzione civile, pubblica e non privata. ” Una funzione che mi ricorda le madres e abuelas di plaza de Mayo. De Luna lo definisce, efficacemente ” familismo morale”. Però suggerisce che si sarebbe spento dopo gli Anni Ottatnta. Ma gli interventi legati al 9 maggio, l’impegno delle aprti civili al processo per la strage di brescia , le iniziative pubbliche delle vittime di mafia, testimoniano che in realtà è un filone che continua ad esistere, forte,.” ” Molte le iniziative per promuovere e facilitare una ricerca storica ancora agli inizi. Come la Rete degli archivi, che da visibilità ai centri di documentazione pubblici e privati sparsi per l’Italia.

    Gentile Michele Brambilla,
    Ho copiato tutto ciò che Bendetta Tobagi ha scritto, perchè scrivendo si rilfette meglio, e vorrei fare, solo qualche riflessione, a partire dal titolo: Ricordare per ricercare la verità, almeno quando quella che è agli atti è molto, ma molto discutibile: mi riferisco a Pinelli: la signora Licia si illudeva che a quel passettino, dopo 40 anni, ne fossero seguiti altri invedce niente, ma proprio niente, D’Ambrosio, che per quel periodo ha fatto qualcosa di coraggioso, di rivoluzionario: ribaltare la tesi del suicido contro il Procuratore Generale, contro coloro che si ostinavano a insistere sul suicdio, non ha in coraggio di dire che più di quello non poteva ma ora che l’aria è cambiata, anche se non si potesse riaprime il processo, almeno qualche passettino lo potrebbe fare anche Lui. Si è rammaricato di non aver potuto interrograre il Commissario Calabresi, e si che di tempo ne aveva avuto, ma avrebbe potuto interrogare tutti gli altri, che fino alla morte hanno sostenuto che Pinelli si è suicidato.

    D’Ambrosio ha ragione nella prima parte del racconto. L’interrogatorio è finito. Pino si accende una sigaretta. E’ libero, sta per tornare a casa. E’ allegro e come rinfrancato dopo tre giorni di pressioni. Forse troppo rinfrancato. A quel punto, non rinuncia alla battuta sarcastica. E’ nel suo carattere. Sfotte i poliziotti e uno di loro cerca di mollargli un ceffone: ne resta traccia sul collo sotto forma di ‘macchia ovolare’. Il colpo gli fa perdere l’equilibrio. Questa scena mette insieme molti dettagli. Il trambusto che avverte Valitutti, seduto in corridoio in attesa di essere interrogato. Il volo di Pino senza un grido. Quelli nella stanza che vedono solo le gambe, le scarpe di Pino che precipita e il brigadiere Panessa, il più vicino, che si sporge per afferrarlo”.

    La Signora Gemma potrebbe almeno sforzarsi di trovare qualche particolare che possa far fare alla ricerca della verità un altro passettino, o almento, chiedere a Bruno Vespa di ritirare dal commercio il libro con la sua intevista, :

    Nel libro di Bruno Vespa “La sfida” c’un’intervista a Gemma Capra, che dice:

    “Quando Gigi tornò, mi raccontò tutto. Mi disse che aveva interrogato Pinelli fino a un certo momento, poi era stato chiamato da Allegra che gli sollecitava una conclusione perché a Roma avevano fermato Valpreda e lui voleva andare giù con il verbale. Allegra rimproverava spesso a Gigi il suo modo di interrogare. Lui permetteva che i fermati fumassero, prendessero il caffè, andassero in bagno, si alzassero, interrompessero l’interrogatorio. Allegra era molto rigido. Con Pinelli erano rimaste cinque persone, tra cui un ufficiale dei carabinieri. Mentre Gigi stava da Allegra sentì che un suo collaboratore gli correva incontro gridando: si è buttato, si è buttato. Tenevano la finestra aperta perché si fumava. Gli dissero che Pinelli si era buttato e un brigadiere aveva tentato di fermarlo, gli era rimasta una scarpa di Pinelli in mano”.

    Altrimenti la giornata della memoria sembra sia fatta apposta per imbrogliare le carte ora che la memoria si è affievolita

    La scelta del giorno, il nove maggio, è quasi un riflesso per la cattiva coscienza per quella vicenda:
    ” Basta leggere : ” doveva morire ”
    er cercare di

  2. Riflessione interessantissima.

    Su questi temi, per un’interessante approfondimento storico sulla genesi del paradigma memoriale che pone al centro le vittima e tende invece a mettere da parte la figura dell’eroe mi permetto di segnalare il bel volume di guri schwarz, Tu mi devi seppllir. Riti funebri e culto nazionale alle origini della Repubblica (UTET 2010).

    Il libro, che peraltro De Luna cita ripetutamente in apertura del suo saggio, offre un’attenta disamina storica delle modalità con cui la società, le istituzioni e la cultura hanno fatto i conti con i variegati lutti della seconda guerra mondiale. Mi pare che offra spunti interessanti per comprendere come i processi indicati da De Luna fossero in nuce già presenti nell’immediato dopoguerra, e in particolare nell’ambito della cultura cattolica tendente a celebrare una sorta di “comunione nel soffrire” per superare le divisioni degli anni della guerra civile.

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