Strategie di delegittimazione: l’uso (e abuso) politico del passato nella campagna elettorale milanese

di Daniele Salerno

Pisapia e Moratti alla fine del confronto elettorale dell'11 maggio negli studi di Sky

La campagna elettorale in corso per le elezioni amministrative, specie nel caso milanese, è stata attraversata da un uso e abuso politico del passato al fine di delegittimare l’avversario politico. Queste pratiche discorsive hanno fatto sistema, fondendo diversi “fili narrativi”, e si sono intensificate negli ultimi giorni della campagna.

Giornali e telegiornali hanno recuperato immagini d’archivio e parole che pensavamo utilizzabili solo per parlare al passato: “brigatista”, “BR”, “Prima linea”, “Autonomia operaia” e “terrorista rosso”.

Il percorso che in pochi mesi ci ha portato all’attuale scontro politico è riassunto dalla prima pagina del giornale Libero di ieri: “Via le BR dalle liste elettorali”. Come in una crasi, la pagina fonde il manifesto di Roberto Lassini “Via le BR dalle procure” e l’accusa di aver frequentato gruppi terroristici di sinistra rivolta da Letizia Moratti – candidato sindaco di Milano per il PDL – all’avversario Giuliano Pisapia.

La prima pagina di Libero di ieri 13 maggio

La campagna elettorale milanese si è saldata così a un altro e diverso filone narrativo: le vicissitudini giudiziarie di Silvio Berlusconi. Il dibattito milanese è precipitato nel gorgo della narrazione berlusconiana, venendone modellato dai temi e dagli stili retorici.

Ripercorriamo i passaggi di questo fenomeno.

Tutto è cominciato con il comizio del Capo del Governo contro i magistrati all’uscita dal Palazzo di Giustizia milanese l’11 aprile. Il 15 aprile, Roberto Lassini – candidato PDL al consiglio comunale milanese – fa affiggere negli spazi elettorali e in quelli adiacenti al Palazzo di Giustizia il manifesto: “Via le BR dalle procure”.

La reazione dei magistrati, accusati di essere dei brigatisti, non si è fatta attendere. Il 9 maggio – giorno della memoria delle vittime del terrorismo – sulla facciata del Palazzo di Giustizia milanese sono state issate tre gigantografie di Emilio Alessandrini, Guido Galli – entrambi uccisi dal gruppo terroristico di sinistra Prima linea – e dell’avvocato ucciso dalla mafia Giorgio Ambrosoli.

Le tre gigantografie di Alessandrini, Ambrosoli e Galli issate sulla facciata del Palazzo di Giustizia di Milano (in largo Marco Biagi)

La scelta di issare delle gigantografie con il tricolore alla base ha avuto l’effetto di costruire le tre vittime come martiri laici di una religione civile nazionale, perimetrando e risemantizzando lo spazio stesso del palazzo di Giustizia milanese: lo spazio, grazie alla presenza delle tre immagini, risulta quasi sacralizzato e quindi immune da ulteriori attacchi. Nessuno, in questa circostanza, può puntare l’indice accusatore contro chi, per difendere lo Stato, ha pagato con la vita (quel giorno per Berlusconi era prevista una nuova udienza presso il Tribunale milanese).

 A questo ha fatto seguito l’11 maggio l’accusa di Letizia Moratti a Giuliano Pisapia di essere stato un fiancheggiatore dei terroristi di Prima Linea e di essere addirittura stato condannato per furto. L’accusa si è rivelata falsa, ma Letizia Moratti ha continuato ad accusare il suo avversario di essere stato legato a gruppi terroristici di sinistra (nella fattispecie sempre quello di Prima linea). Anche in questo caso è significativo l’uso delle immagini d’archivio fatto questa volta da parte della stampa.

Il Corriere della Sera, per esempio, ha fatto in questi giorni sul suo sito delle strane scelte iconografiche: per esempio accompagnando gli articoli in difesa di Pisapia con una foto del candidato che nel 1995 fa volantinaggio. Non si capisce bene cosa si voglia suggerire: che in passato Pisapia sia stato un “movimentista”, un “estremista” di Rifondazione che faceva volantinaggio nelle strade di Milano? La scelta è forse dettata dalla necessità del Corriere di rimanere equidistante: accanto a un articolo in difesa di Pisapia, si pubblica una foto d’archivio che, ricontestualizzata, lascia il dubbio sulla reale identità politica del candidato.

La foto del 1995 di Giuliano Pisapia molto utilizzata in questi giorni dal Corriere della Sera

Come nel caso dei magistrati, anche Pisapia ha bisogno dell’aiuto (ri)legittimante proprio delle vittime, o meglio dei loro figli: Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio Ambrosoli (il bambino che compare sul triciclo nella gigantografia del Palazzo di Giustizia), dichiara che assisterà Pisapia nel caso voglia querelare Letizia Moratti; intervengono poi a difesa di Pisapia, dichiarando “indegno” l’attacco di Moratti: Marco Alessandrini (figlio di Emilio Alessandrini, anche lui ritratto in una delle foto issate sul Palazzo di Giustizia), Giovanni Bachelet e Sabina Rossa (tutti figli di vittime del terrorismo). Infine Benedetta Tobagi viene chiamata a chiudere la campagna elettorale di Pisapia sul palco di Piazza Duomo.

La narrazione berlusconiana dentro cui, malgrado tutto, si è mossa la campagna elettorale milanese ha così saldato diversi fili narrativi: la questione giustizia, i processi a Silvio Berlusconi, il terrorismo di sinistra degli anni settanta, la campagna elettorale amministrativa, le vittime del terrorismo. E ha soprattutto trasformato una competizione elettorale in un conflitto sul passato collettivo e sui valori ultimi e fondanti della convivenza civile.

Come un chiodo, la retorica berlusconiana si è conficcata nella fibra debole, perché trauma non cicatrizzato, del corpo sociale: il terrorismo e gli anni settanta. Cercando di riaprirla per fini elettorali.

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