Triste, solitario y final: la storia d’Italia in bicicletta nell’ultimo libro di John Foot

di Daniele Salerno

Fausto Coppi e Gino Bartali al Tour de France del 1952 ritratti da Carlo Martini

Se ne potrebbe disquisire per pagine e pagine, ma il racconto di questa foto ruota sempre attorno alla stessa domanda: chi passò la borraccia a chi? La foto scattata da Carlo Martini al Tour de France del 1952 ritrae uno dei più potenti miti italiani: il duo Coppi-Bartali. Il ciclismo è stato per decenni una macchina per produrre miti nazionali, fino a quando il doping non ha confuso gli allenatori con i medici sportivi, i regolamenti di gara con il codice penale e la cronaca sportiva con quella giudiziaria.

In Pedalare! La grande avventura del ciclismo italiano (Rizzoli, 2011 – 410 pp.), lo storico inglese John Foot (ricordiamo l’intervista di TraMe per Alfabeta2) ripercorre la storia di questo sport in Italia, il cui esatto luogo e momento di nascita sembra scontato: 13 maggio 1909 ore 2:53  del mattino a Milano, inizio del primo Giro d’Italia. Da quel momento e per buona parte del XX secolo il Giro sarà il luogo narrativo che ha permesso di mettere in scena “lo spazio-nazione” e di dare forma, attraverso i chilometri macinati sulle due ruote, al territorio italiano.

Foot divide la storia del ciclismo italiano in tre stagioni principali: l’età eroica (dagli albori alla Prima guerra mondiale), l’età d’oro (secondo dopoguerra fino al 1956) e l’età del doping (1968 a oggi). Tra queste tre stagioni principali Foot colloca due epoche che sembrano fare da transizione: il periodo della diffusione del ciclismo come sport nazionale (negli anni Venti e Trenta) e gli anni Sessanta che seguono la morte prematura di Fausto Coppi e il ritiro di Gino Bartali e Fiorenzo Magni, preludendo alla fine della storia del ciclismo classico.

Quello che ci troviamo tra le mani non è un libro che segue soltanto “i classici termini storici” ma che indaga:

le modalità attraverso le quali [la storia] è interpretata, trasformata, ricordata e mitizzata (p. 158).

Percorrendo allora la storia dei ciclisti italiani ci troviamo di fronte a una duplice narrazione: si tratta della narrazione biografica di una nazione e di quella mitografica di alcuni suoi individui esemplari ed eroici e cioè i ciclisti. Sono i personaggi mitici cantati da Paolo Conte – Bartali e Diavolo Rosso dedicato all’astigiano Giovanni Gerbi – o Francesco De Gregori con Il bandito e il campione dedicato a Costante Girardengo. O si tratta di rivalità che sono diventate mito nazionale totale e non solo sportivo come appunto nel caso di Bartali e Coppi.

 

 

 

 


Foot dimostra bene quanto il mito di alcune imprese ciclistiche sia stato funzionale, specie nell’età dell’oro, alla creazione di una narrazione mitica sulla rinascita della Nazione dopo la guerra e il Fascismo, contribuendo a far dimenticare o ridimensionare gli scontri violenti e le profonde divisioni presenti nella società italiana nei primi anni della Repubblica.
 Mi riferisco ovviamente al noto episodio della vittoria di Gino Bartali al Tour de France nel 1948 e all’idea, radicata nel sentire popolare, che la vittoria del ciclista toscano in Francia fu determinante a sedare le sommosse seguite all’attentato a Palmiro Togliatti del 14 luglio, evitando così l’inizio di una guerra civile che sembrava ormai certa.

Come ben argomenta Foot, le sommosse seguite all’attentato a Togliatti furono enormi e di gran lunga le più imponenti nella storia della Repubblica e stavano per segnarne la fine precoce : “non esiste un’altra circostanza nella storia della repubblica in cui un movimento politico sia sceso per le strade in simili proporzioni, con una tale organizzazione e un tale intento rivoluzionario”. Nonostante ciò quell’evento è uno “dei più grandi silenzi della storiografia italiana” sostituito di fatto dal mito della vittoria di Bartali. Il mito di Bartali ha ridotto l’importanza di quegli eventi che erano la spia di una profonda lacerazione nella società italiana – divisa tra pro-sovietici e pro-atlantici – e si adatta perfettamente al racconto mitico di una unità nazionale ritrovata e rifondata.

Il 1956 sarà l’ultimo anno dell’era eroica. Dal 1957 sarà la TV a narrare le imprese del giro con l’innovativa trasmissione Processo alla tappa di Sergio Zavoli (a partire dal 1962) e sempre nel 1957 comincia a essere prodotta la nuova Fiat 500. Si completerà così il processo di motorizzazione di massa già iniziato con la Vespa, che declasserà la bici dal ruolo di mezzo della lotta per la sopravvivenza a hobby di un paese lanciato verso il benessere.

 


 

I ciclisti proletari segnati dai due conflitti mondiali e che devono alla bicicletta la loro stessa vita vengono sostituiti gradatamente dai ciclisti professionisti post-bellici come Eddy Merckx: si passa, per dirla con Foot, dal paese di Ladri di biciclette (1948) al paese de Il sorpasso (1962).

Il metodo critico di Foot, che smonta i vari miti e cerca di spiegare perché si siano radicati contro ogni “principio di realtà” è persuasivo ed efficace (ottima l’analisi del mito di Cottur e della tappa di Trieste del 1946). Come ci dice Foot però a partire almeno dal 1984, l’anno del record dell’ora di Francesco Moser in Messico, entriamo in un’altra storia fatta di “trasfusioni di sangue, ormoni, testosterone, cocaina, arresti, proteste, agenti mascheranti, retate della polizia e sacche si sangue nei frigoriferi spagnoli”. Si tratta dell’era del doping, dominata dalla figura solitaria e tragica di Marco Pantani morto per un overdose di cocaina il 14 febbraio 2004.

L’opera di Foot, per dichiarazione iniziale dello stesso autore, si rivolge a due tipi di lettore: l’esperto (lo studioso di storia e di memoria e di storia dello sport) e l’appassionato (di ciclismo e della narrazione epica di eventi sportivi). Il limite del libro di Foot, letto dallo studioso, sta nello squilibrio che a volte si coglie verso una narrazione di tipo romanzesco (con le relative retoriche) a cui si unisce purtroppo l’incomprensibile scelta editoriale di collocare le note con i riferimenti bibliografici alla fine del libro (che aveva caratterizzato anche il precedente libro di Foot Fratture d’Italia). Tutto ciò peggiorato dall’uso della deleteria indicazione “op. cit.” che costringe a rintracciare il titolo del libro citato scorrendo le pagine precedenti. La bibliografia e le note – fondamentali strumenti di verificabilità del discorso storico  – sono così a volte al limite della fruibilità. La piacevole esperienza di lettura, che spesso trasforma lo stesso lettore-esperto in un lettore-appassionato, ne ha a volte sofferto.

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