Wikipedia tace, tra censure e bavagli

di Francesco Mazzucchelli

Nel nostro blog ci è capitato spesso di occuparci degli usi e abusi (ideologici) della memoria.

Una delle false convinzioni più diffuse riguardo gli usi ideologici della memoria è che il Potere agisca sostanzialmente “censurando”, cancellando i testi sgraditi.

Ma la censura, oltre ad essere il mezzo più banale, è anche il meno efficace per stabilire cosa ricordare e cosa dimenticare. Tutti sanno che il modo peggiore per far dimenticare qualcosa è proibirla; basti pensare agli “indici dei libri proibiti” della Chiesa Cattolica, che diventavano automaticamente elenchi dei libri più ricercati, spesso indipendentemente dal loro contenuto e solo perché banditi.

Il modo migliore per far dimenticare qualcosa è, invece, nasconderla. E il modo migliore per nascondere qualcosa è modificarne l’aspetto, sino a farla somigliare a qualcos’altro.

L’ultimo testo del decreto legge sulle intercettazioni, con la sua norma ammazza blog (clicca qui per saperne di più e per capire perché aderiamo alla protesta contro questa norma), è stato dipinto come una forma di “censura”. Questa lettura è vera solo a metà, o meglio, non di semplice censura si tratta. Il nuovo obbligo alla rettifica – secondo il quale chiunque si senta diffamato da una qualunque frase o espressione comparsa su un sito può richiedere, senza bisogno del parere di un giudice terzo, la sostituzione della frase ritenuta lesiva con un’altra approvata dal presunto diffamato – prevede un abuso della memoria molto più sottile: chi non è d’accordo sulla storia raccontata da qualcuno su un qualunque sito internet può chiedere che la storia venga raccontata come meglio piace a lui. Non si tratta qui di tutela a salvaguardia della reputazione, dell’onore e dell’immagine di ognuno: c’è già il nostro codice penale a regolamentare il reato di diffamazione. Ciò di cui si tratta qui è la libertà di informazione, nel senso più pieno dell’espressione.

Non censura, dunque, ma riscrittura. La più sottile forma di manipolazione (di costruzione) della memoria.

Per protestare contro questi rischi, oggi Wikipedia si autocensura, paventando quello che potrebbe essere un effetto reale di fronte all’approvazione del decreto intercettazioni. Ecco cosa leggiamo nel comunicato di protesta:

Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiederne non solo la rimozione, ma anche la sostituzione con una sua “rettifica”, volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.

Pubblicare informazioni che smentiscono le fonti non rientra nei principi della filosofia di Wikipedia.

Per questi motivi, l’Italia potrebbe diventare il primo paese democratico a doversi privare (perlomeno nella sua forma attuale) di quello che è diventato uno dei principali – più diffusi, ma anche più aperti, collaborativi e orizzontali – strumenti di diffusione e condivisione della conoscenza su Internet.

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