Costa Concordia: dalla catastrofe patriottica al turismo nero

di Daniele Salerno

La Stampa del 18 dicembre 2011

Il 18 dicembre 2011 il giornale La Stampa pubblicava in prima pagina una grande foto del relitto del Titanic: il giornale torinese ricordava che il 2012 è l’anno del centenario dell’affondamento ed elencava in un articolo una serie di iniziative programmate per l’occasione (immersioni subacquee, attraversamento del punto d’affondamento, crociere commemorative, ecc..).

Nel mese di dicembre, Corriere della Sera e Repubblica hanno dedicato al Titanic molta attenzione: da una parte hanno utilizzato la vicenda come metafora per descrivere la crisi economica e politica; dall’altra hanno anche loro ricordato che il 2012 sarà l’anno del centenario (vedi galleria del Corriere). Su questo i riferimenti dei vignettisti è stato nell’autunno del 2011 quasi quotidiano (vedi per esempio Vauro).

La storia del Costa Concordia trova così, nel momento in cui avviene, dei quadri memoriali e dei “quadri metaforici” già attivi nel discorso pubblico: nei primi giorni successivi alla tragedia si fa ricorso a un deposito narrativo e a conoscenze condivise già in qualche modo circolanti.

In questi primi dieci giorni dalla tragedia possiamo notare in questo senso tre momenti: una prima fase in cui la tragedia della Costa Concordia viene comunicata nelle testimonianza dei sopravvissuti tramite l’utilizzo della memoria pubblica sul Titanic; una seconda fase in cui la Costa Concordia sostituisce il Titanic come metafora della situazione italiana; una terza fase in cui la tragedia entra in una fase di routine mediatica e di spettacolarizzazione con l’introdursi di pratiche di “turismo nero”.

In primo luogo sono gli stessi sopravvissuti che per comunicare l’accaduto e “ciò che non si può descrivere” ricorrono proprio al paragone con il Titanic, attingendo ovviamente alla memoria mediatica (e cinematografica) che ne hanno: “è stato come il Titanic”, dicono in tanti (si vedano su questo le testimonianze raccolte da Rai News). Si definisce dunque immediatamente un chiaro quadro memoriale e dei riferimenti alla memoria collettiva che garantiscono la condivisione e la comprensibilità dell’accaduto tra sopravvissuti e opinione pubblica.

In una seconda fase la tragedia del Costa Concordia diviene tramite per narrare i destini collettivi dell’Italia. Se il Titanic era stato una delle metafore utilizzate per descrivere la situazione del paese nella seconda parte del 2011, e se il Titanic diviene il termine di comprensibilità per comunicare da parte dei sopravvissuti la tragedia del Costa Concordia, era quasi scontato aspettarsi che verso il Costa Concordia convergessero narrazioni, emozioni e interrogativi sul momento storico che sta attraversando il Paese.

Il Costa Concordia diviene così per gli italiani una “catastrofe patriottica” (espressione coniata da John Dickie in uno studio sul terremoto di Messina): il paese si riflette nello specchio di mare spezzato di fronte al Giglio e i due ufficiali – Schettino e De Falco – divengono archetipi dell’italianità. Si tratta di “difendere l’onore dell’Italia” di fronte all’opinione pubblica internazionale e di riplasmare l’immagine della nazione e l’immagine che gli italiani hanno e danno di loro stessi di fronte allo scandalo rappresentato dal comportamento del capitano della Costa.

Arriviamo poi a una terza fase: la spettacolarizzazione (con esempio massimo toccato dallo speciale di Vespa sull’evento) dell’evento con l’introdursi di logiche da infotainment. Questo ha portato nell’ultimo weekend molti turisti a recarsi sull’isola per farsi fotografare con il relitto. Su questo vorremmo soffermarci seguendo le riflessioni avviate anche sulla nostra pagina Facebook.

Bisogna qui chiedersi quali dinamiche memoriali e mediatiche entrano in gioco: il genere “fotografia con rovine o relitti” è un classico turistico da Pompei alle foto subacquee con il relitto del Titanic, di cui dicevamo all’inizio; questa pratica fotografica è parte di una vera è propria pratica turistica conosciuta come “dark tourism” (turismo nero). Tuttavia questo tipo di pratica, come nota Elena Pirazzoli, è rinvenibile sin dagli albori della storia della fotografia quando comincia a essere applicata sui teatri di disastri ancora in corso, attingendo e deformando forse anche una tradizione e un immaginario iconografico ben affermato.

Due donne davanti alle macerie ardenti di San Francisco dopo il terremoto del 1906

La distruzione di Sodoma e Gomorra - John Martin 1852

Che senso dare a queste pratiche macabre? Si tratta forse del tentativo di entrare a far parte di un evento che nel momento in cui accade è già pronto – secondo i ritmi sincopati dei regimi di consumo delle notizie – a passare dalla dimensione del “celebre” a quella del “memorabile”. Di questo carattere di celebrità che diviene subito memorabilità ci si vuole narcisisticamente appropriare – anche con l’uso dei social network – illudendosi forse che la futura narrazione di se stessi possa in questo modo trovare forza e ragioni per essere tramandata.

2 commenti to “Costa Concordia: dalla catastrofe patriottica al turismo nero”

  1. Molto interessante la progressione che proponete dalla riattivazione di una memoria mediatica o mediatizzata nei sopravvissuti (su cui penso che valgano ancora le considerazioni di Zizek sull’11 settembre in Benvenuti nel deserto del Reale), alla spettacolarizzazione dell’evento passando attraverso la narrazione “patriottica”.
    In particolare sull’ultimo passaggio mi chiedo se non giochi anche un ruolo – nel tentativo di ancorare alla dimensione della celebrità quella della memorabilità – una sorta di fascinazione “sublime”, un godimento nell’osservazione della catastrofe a distanza?

    • Esiste indubbiamente un’estetica del disastro e se ne può subire la fascinazione. E d’altra parte su questo i fotogiornalisti fanno anche il loro mestiere: alcune immagini della nave sono belle pur ritraendo una storia tragica. E non è escluso che qualcuno vada lì proprio con l’intento di riprodurre la valenza estetica delle immagini circolate sui media. L’articolo di Hutter su Il fatto quotidiano (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/23/male-fotografare-relitto/185877/) credo che renda conto proprio di questa dimensione.

      Sull’estetizazzione del disastro poi le dichiarazioni di Stockhausen sull’11 settembre rimangono un classico.

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