Siamo tutti Schettino? E cosa c’entra Auschwitz? Storia di fraintendimenti, amnesie e cattivi giornalismi

di Francesco Mazzucchelli
Ieri, nel Giorno della Memoria, il titolone della prima pagina (cartacea e online) de Il Giornale ha sorpreso tutti e indignato molti: “A noi Schettino, a voi Auschwitz”. A chiarire il senso della sibillina formula accusatoria interveniva un sommario che rincarava la dose: “Il settimanale Der Spiegel ci definisce un popolo di codardi perché «gli italiani non sono una razza». Loro sì, invece, e lo hanno dimostrato assieme a Hitler”.
Nell’articolo, il direttore Paolo Sallusti replica alle accuse contenute in un editoriale di Jan Fleischhauer pubblicato dall’edizione online di Der Spiegel, in cui l’opinionista  attaccherebbe gli italiani partendo dalla nota vicenda del naufragio del Giglio, individuando nel famigerato capitan Schettino la summa dei vizi del popolo italiano. Sallusti replica così:
È vero, noi italiani alla Schettino abbiamo sulla coscienza una trentina di passeggeri della nave, quelli della razza di Jan Fleischauer (autore dell’articolo) di passeggeri ne hanno ammazzati sei milioni. Erano gli ebrei trasportati via treno fino ai campi di sterminio. E nessuno della razza superiore tedesca ha tentato di salvarne uno. A differenza nostra, che di passeggeri ne abbiamo salvati 4.200 e di ebrei, all’epoca della sciagurate leggi razziali, centinaia di migliaia. Era italiano anche Giorgio Perlasca, fascista convinto, che rischiò la vita per salvare da solo oltre 5mila ebrei.
Parole come pietre, si diceva una volta. Pietre sono, secondo Sallusti, le parole di Fleischauer, reo di averci dipinto come un popolo di “Schettini” incapaci di eroismo, ma pietre soprattutto quelle di Sallusti, suonate alle orecchie di molti come un insulto inaccettabile nel Giorno della Memoria della Shoah.
La faccenda, in realtà, è molto più complessa e partirebbe da un intricato gioco di fraintendimenti ricostruito dal sito Giornalettismo: tutto sarebbe partito da un articolo pubblicato da Andrea Tarquini su Repubblica che citava, criticandoli aspramente, ampi stralci dell’editoriale di Fleischauer, riportati però in una traduzione non impeccabile. Secondo Giornalettismo infatti, l’articolo originale, pur partendo da posizioni certamente conservatrici e pur producendosi in argomentazioni smaccatamente reazionarie e nazionalistiche, problematizzava il concetto di stereotipo nazionale (insinuando velatamente il fatto che questi spesso celino un fondo di verità) per sostenere la tesi dell’impossibilità di una politica monetaria comune tra nazioni così diverse. Lasciamo a voi le interpretazioni: potete verificare qui, dove è riportata una traduzione integrale dell’articolo, o qui per chi conosce il tedesco.
E però, al di là delle polemiche, tutti gli elementi della vicenda – lo sciagurato e sciovinista articolo di Der Spiegel, la maldestra traduzione e il frettoloso commento di Tarquini su Repubblica, la violenta e irrispettosa replica di Sallusti – non possono non lasciarci con un assillante sospetto: il fatto che questa vicenda di cattivo giornalismo abbia avuto luogo proprio nel Giorno della Memoria è certamente avvilente e offensivo nei confronti di ciò che questa ricorrenza dovrebbe significare ma ci mette anche in guardia di fronte a quelli che possono essere, temiamo, gli “effetti collaterali” di una certa retorica della memoria che, a volte e in certi casi, anima queste giornate del ricordo. Una retorica che, appiattendosi sulla celebrazione e sulla commemorazione, rischia di smarrire uno sguardo critico verso il passato, producendo formule semplificatorie e, appunto, stereotipiche, come rilevato da Valentina Pisanty nel suo ultimo libro, Abusi di Memoria.
Certo, anche la nostra può sembrare una provocazione, ma ciò che ci chiediamo è: Sallusti e iI Giornale si sarebbero potuti permettere questo incauto paragone in un altro giorno dell’anno, per rispondere “patriotticamente” alle infamanti “accuse anti-italiane” di Fleischauer? O meglio: in che misura le celebrazioni del 27 gennaio hanno involontariamente fatto da cassa di risonanza? La domanda, anch’essa retorica, non vuole affatto essere un argomento (che risulterebbe tra l’altro invalido) contro la Giornata della Memoria e le sue lodevoli iniziative, necessarie, a parere di chi scrive, a sensibilizzare, far conoscere e far ricordare, ma intende piuttosto portare l’attenzione su un’altra questione: come sensibilizzare, come far conoscere, come ricordare?
E se ci fosse – eccolo, il sospetto – una relazione invisibile tra la sbornia di memoria che, a volte, queste ricorrenze si portano appresso e il vertiginoso vortice di stereotipi e anti-stereotipi convocato da questi articoli, dai commenti inopportuni di Der Spiegel sino alle reazioni inconsulte di un giornale italiano che si erge a difensore dell'”italianità offesa” riducendo il più terribile crimine contro l’umanità mai commesso a “stereotipo nazionale” (dimenticando anche le responsabilità del nostro paese, che a quel crimine prese parte attiva)?
Se l'”uso” retorico (e, evidentemente, politico) di Auschwitz in questa vicenda ci appare insopportabilmente inopportuno, forse l’unica via per smontare queste pericolose derive scioviniste (che certamente nulla hanno a che vedere con le celebrazioni del Giorno della Memoria ma che forse, paradossalmente, rischiano di essere attivate da esse) risiede nel tentativo di immaginare e costruire una memoria non stereotipizzata in grandi narrazioni identitarie (una memoria anzi “contro l’identità”, come direbbe forse, con il gusto del paradosso, un antropologo come Francesco Remotti?), ma più orientata alla comprensione critica e all’azione.

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