“La chiave di Sara”, film sulla Shoah di Gilles Paquet-Brenner

di Patrizia Violi

È attualmente in programmazione sui nostri schermi il film di Gilles Paquet-Brenner del 2010 La chiave di Sara, centrato su di un episodio particolare della Shoah, il rastrellamento di oltre tredicimila ebrei francesi, fra cui moltissime donne e bambini, arrestati e poi concentrati dalla polizia francese nel Vélodrome d’Hiver a Parigi, nel luglio del 1942.

Rappresentare la Shoah è sempre un’operazione ad altissimo rischio, sia quando si prende la via della documentazione che quando si prova l’ancora più problematica strada della fiction. La chiave di Sara è un film che si rivolge a un grande pubblico, a forti tinte drammatiche e con un melodrammatico intreccio che accumula, specie nella seconda parte, eccessive ridondanze narrative. Il film ha comunque il merito di toccare un tema delicatissimo, quello della complicità dei civili nello sterminio ebraico, e in questo caso non dei cattivi nazisti, ma dei tranquilli francesi, di cui viene mostrata la viltà e l’egoismo, ma anche la vera difficoltà a comprendere (e reagire) alla storia mentre la si vive.

La domanda che più ci interessa è però un’altra: è efficace, è lecita, è giusta questa forma, narrativa e popolare, di ricordare la Shoah? Il dibattito su questi temi è oggi molto vivo. Nei giorni scorsi abbiamo citato in questo stesso blog il libro di Valentina Pisanty sugli abusi della memoria, un tema che sembra molto pertinente in questo caso. Forse più che di abuso qui si pone un problema di banalizzazione e popolarizzazione. Gli argomenti pro e contro sono noti: da un lato si può sostenere che film come La chiave di Sara banalizzano e trasformano in polpettone drammatico una storia che dovrebbe essere altrimenti trattata. Dall’altro che servono comunque a far conoscere episodi magari dimenticati, o poco noti ai giovani. La discussione si è ripetuta in occasione di tutti i film popolari che negli ultimi anni hanno riproposto la Shoa al grande pubblico, da La vita è bella a Il pianista a Schindler’s List.

Essi ci pongono tutti di fronte a un interrogativo più radicale che investe in primo luogo la natura del mezzo cinematografico e della comunicazione visiva. Certamente il cinema è oggi il mezzo più potente per “costruire memoria”, e questo indipendentemente dalla valutazione che si può dare dei singoli film. Resta però il dubbio che se le forme, visive e narrative, scelte per il racconto sono quelle piuttosto prevedibili dell’entertainment di massa, anche un trauma come quello della Shoah finisca per divenire inevitabilmente l’oggetto di una ri-mediazione continua che ne stereotipizza il ricordo fissandolo in immagini già preconfezionate.

One Comment to ““La chiave di Sara”, film sulla Shoah di Gilles Paquet-Brenner”

  1. Tema attualissimo e importante, quello della banalizzazione della memoria. Ho appena letto “Dopo l’ultimo testimone” di David Bidussa che mi ha aperto tanti percorsi di ricerca… ed è stato decisivo nella scrittura del mio lavoro teatrale “L’eredità degli antenati”, sulla contemporaneità di quella follia che si vorrebbe storicizzare…

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