Se l’ebook ci rende smemorati

di Daniele Salerno

Negli ultimi giorni si è sviluppata una polemica attorno ai nuovi supporti tecnologici di registrazione e circolazione delle informazioni: Ipad, lavagne interattive (e loro uso nel campo educativo), internet e ovviamente l’uso e la commercializzazione di ebook.

Questa discussione si sviluppa su un doppio binario: da una parte si incentra sulla nostra capacità cognitiva di gestire i nuovi strumenti dal punto di vista della memoria individuale (capacità di memorizzazione); dall’altra si tratta di vedere come l’informazione prende forma sui supporti di registrazione e in definitiva come si passa dalla sua mera registrazione alla sua disponibilità, trasmissione e recupero per il futuro.

Il primo punto ha visto confrontarsi psicologi cognitivi, neuroscienziati e in generale tutti coloro interessati all’aspetto psico-cognitivo. Qui, dando solo una rapida scorsa alle ultime uscite editoriali, primo fra tutti l’ormai famoso “Come internet ci rende stupidi. Come la Rete sta cambiando il nostro cervello” di Nicholas Carr, gli apocalittici sembrano ampiamente superare gli integrati. Per riassumere in breve la tesi di Carr, vi sarebbe una incommensurabilità tra la capacità di elaborazione e “bombardamento” informativo della rete e delle nuove tecnologie e la capacità del nostro cervello (anatomicamente vincolato) di gestire le informazioni. Si crea così un “effetto imbuto”: l’informazione scorre troppo velocemente ed eccede la portata di elaborazione a cui tutti siamo quasi neurologicamente vincolati. Questi processi mettono a dura prova la capacità di memorizzazione e attenzione individuale e cambiano il nostro modo di esperire, gestire, elaborare e tenere memoria delle informazioni. Un aspetto che non sfugge a chi per lavoro passa molte ore in rete.

Il secondo nucleo della discussione ha visto confrontarsi scrittori, educatori e linguisti. In diverse occasioni in questi giorni è intervenuto sul tema il linguista Raffaele Simone, reagendo a un intervento dello scrittore Jonathan Franzen (pagina 55 dell’edizione cartacea odierna di Repubblica) e criticando la decisione del ministro Profumo di dotare scuole e alunni di lavagne interattive e Ipad: secondo Simone, che riprende il libro di Carr, le nuove tecnologie in classe rendono stupidi. Una affermazione che ha scatenato molte polemiche e discussioni (vedi i commenti su Il Post). La polemica ha riguardato non solo la trasmissione di informazioni a fini pedagogici ma anche la loro giusta conservazione: è meglio leggere e avere, dal punto di vista pedagogico ed estetico, la Divina Commedia su ebook o su supporto cartaceo?

Qui la discussione ha ovviamente coinvolto gli scrittori. Per esempio Franzen rifiuta il nuovo supporto tecnologico, preferendo il cartaceo. Perché? Perché più nobile, perché si può toccare. Perché, in definitiva mi permetto di riassumere, la memorabilità di un libro non passa solo per il suo contenuto ma anche e soprattutto per il supporto che lo registra. Come dimostrano tutti i papiri egiziani o gli incunaboli medievali che sono ancora là per essere guardati, letti e decifrati.

Su questo ovviamente anche vari scrittori italiani si sono pronunciati: vedi l’articolo del Corriere della Sera dello scorso anno o l’intervento di Melania Mazzucco. Oppure le articolate e chiare riflessioni di Giorgio Fontana sulle pratiche di lettura nell’ambito delle nuove tecnologie.

Quello che mi pare chiaramente emergere è una discussione attorno al giusto rapporto tra supporto e contenuto in funzione della pratica di lettura (estetica, pratica, pedagogica, “estrattiva”). Si tratta di capire come le informazioni possono essere registrate per il futuro recupero (cioè farsi memoria sia individuale che collettiva) in ragione dei diversi usi che si prevede di farne. Insomma una discussione che va avanti dai tempi di Platone e dell’invenzione della scrittura e che l’invenzione dell’ebook di certo non fermerà.

Previsioni? Probabilmente continueremo a leggere Franzen e Simone su supporto cartaceo per molto tempo in futuro ottenendone insegnamenti e piacere. Ma se vorremo recuperare quell’esatta citazione, quella parola o quel riferimento bibliografico che abbiamo “sulla punta della lingua” ma non riusciamo proprio a ricordare, non potremo che accendere il nostro laptop o Ipad e cliccare sulla funzione “trova”. Insomma supporti diversi per diverse pratiche di lettura di uno stesso testo.

E la memoria persa è subito ritrovata.

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