Dal caso Poma a Vallanzasca: conflitti di memoria tra fiction, commemorazioni e cronaca giudiziaria

di Daniele Salerno

Simonetta Cesaroni: realtà e fiction

L’anno scorso avevamo dedicato la nostra attenzione al film Vallanzasca. Gli angeli del male. Il film di Placido era l’ultimo di una serie di prodotti audiovisivi che rientrano oramai in un vero e proprio genere: la memoria noir italiana. Il fenomeno non è certo nuovo e si caratterizza per una evidente transmedialità: è cominciato nella letteratura di genere, continua nel cinema e nella TV (spesso con adattamenti da romanzo a schermo) e ritorna di nuovo alla letteratura, a volte passando per la cronaca. Questi testi si caratterizzano spesso per l’adozione di un registro epico in cui la narrazione è  concentrata sulla figura del criminale, a volte rappresentato come vero e proprio eroe.

Quando si è saputo che Sky aveva intenzione di mandare in onda il film di Placido il 6 febbraio, giorno in cui nel 1977 Vallanzasca ha ucciso a Dalmine due uomini delle forze dell’ordine (un episodio rappresentato drammaticamente nel film) si sono scatenate molte polemiche (vedi articolo del Corriere della Sera). Sky si è scusata per l’improvvida scelta, frutto di una mera coincidenza, e ha rimandato la messa in onda. Il caso mette tuttavia in evidenza quanto oramai i regimi discorsivi della memoria – quello finzionale e quello giudiziario o commemorativo – si intersechino fino a volte a collidere.

Alla fine dello scorso anno un episodio di conflitto tra fiction e giudiziaria si è verificato sul caso dell’omicidio di via Poma: nel giorno della riapertura del processo (24 novembre), Mediaset aveva infatti previsto la messa in onda di una fiction sul caso di cronaca nera  (regia di Roberto Faenza, protagonista Silvio Orlando). Gli avvocati della difesa in quell’occasione hanno chiesto il blocco della messa in onda perché la fiction, a loro parere, avrebbe creato grave disturbo e pregiudizio al dibattimento. Il film tv è stato poi trasmesso il 6 di dicembre.

In quelle settimane si è sviluppato un acceso dibattito che ha visto il produttore della fiction accusare le autorità giudiziaria di negligenza e incapacità di fare giustizia (vedi le dichiarazioni del produttore su La Stampa del 3 dicembre: “La vera colpevole è la giustizia”). Il produttore, quasi in un conflitto di attribuzione, rivendicava in questo modo un diritto a “dire la verità” e “fare giustizia” attraverso la finzione. Tale “missione” si traduce a livello estetico e narrativo nella scelta di imitare perfettamente la realtà (per esempio riproducendo la fotografia simbolo del caso di Simonetta Cesaroni) e allo stesso tempo di trasformare il film in un percorso realistico di indagine (vedi il commento di Di Pollina su Repubblica e di Alessandra Comazzi su La Stampa).

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