“I conti con il passato”, un libro di Pier Paolo Portinaro

di Francesco Mazzucchelli

Questo documentatissimo ma agile lavoro di Pier Paolo Portinaro fornisce una esauriente introduzione a quella che è diventata oggi una delle questioni più pressanti della politica interna e internazionale: come trovare una via d’uscita, condivisibile giuridicamente, politicamente e socialmente, da una guerra civile o da un regime totalitario? Come ricomporre le divisioni, gli odi ancora vivi, le memorie contrastanti e le spinte alla dimenticanza che caratterizzano ogni fase di post-conflitto? E, soprattutto, può questa fase di ricomposizione e riconciliazione, che deve pur tener conto di esigenze di risarcimenti e di accertamenti di responsabilità, essere delegata interamente allo strumento giudiziario?

Il primo punto che Portinaro ci fa notare è che, storicamente, la “via negoziale” non è mai stata la norma: sia in età antica che moderna, i “conti con il passato” prendevano la forma o di una radicale “resa dei conti” (una vendetta sistematicamente perseguita contro i rappresentanti del vecchio regime) o di un “oblio” più o meno negoziato (sotto forma di amnistia, di damnatio memoriae o di vero e proprio “divieto di ricordare”, il me mnesikakein). È solo a partire dal XX secolo che si comincia a prospettare una via giudiziaria di uscita dal passato, che ha preso sostanzialmente due direzioni: quella del processo internazionale e quella della Commissione verità e riconciliazione.

Ricostruendo l’evoluzione dello strumento giudiziario internazionale, a partire dalla fondazione della Società delle Nazioni a Versailles (fallimentare in quanto impossibilitata a comminare sanzioni a stati sovrani), passando attraverso l’esperienza del Tribunale di Norimberga e di Tokyo (in cui per la prima volta anche il potere ultimo, quello dello stato sovrano, viene sottoposto al diritto) e i Tribunali internazionali per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda (con i quali viene ribadito il principio del legalismo negli affari internazionali), sino alla dottrina delle guerre preventive (sdoganata dai nuovi principi di un interventismo umanitario), Portinaro mette in evidenza come, nonostante tutte le difficoltà incontrate, il diritto penale internazionale sia diventato, anche grazie all’attenzione data dai media, uno strumento che ha favorito una sorta di processo di “globalizzazione delle politiche del passato”.

L’affermazione di questo principio di giustizia globale non è però, come sottolinea Portinaro, priva di ombre e, se è vero che i tribunali internazionali spesso offrono una soluzione non violenta in grado anche di contribuire a far luce sul passato, d’altra parte presentano diversi punti deboli, il maggiore dei quali (e il più interessante dal punto di vista delle ricerche del nostro Centro) è che, come afferma l’autore del libro, “storicamente il diritto non è lo strumento adatto per rimodellare il passato”.

Di fronte allo scacco dello strumento penale, si sono sviluppati gli esperimenti delle Commissioni per la verità e la riconciliazione (come quelle dell’America Latina o del Sudafrica), le quali, mettendo al centro della propria missione l’accertamento della verità dei fatti, vanno nella direzione della ricerca di politiche di riconciliazione con le vittime. Un autentico cambio di paradigma, incentrato sul concetto di riparazione non solo materiale ma anche simbolica: dalla retribuitive justice, di stampo penalista e incentrata sui perpetratori a una restorative justice che invece assume il punto di vista delle vittime nell’ottica di un’etica dialogica e del riconoscimento. Per riassumere con una formula dell’autore:

“Con lo spostamento dell’attenzione dagli esecutori alle vittime assistiamo anche ad un mutamento dell’oggetto della memoria sociale in Occidente, che da memoria del male inferto, diventa memoria del male sofferto”.

Anche le Commissioni – come gli altri strumenti della transitional justice sino al peacekeeping e peace-enforcing dell’Onu – presentano i loro lati oscuri però, il più evidente dei quali risiede nel delegare interamente al discorso istituzionalizzato della memoria la via della riconciliazione: una via spesso impraticabile, sia per il rischio di “politicizzazione” (e anche “monetarizzazione”) della riparazione e quindi della stessa memoria, sia soprattutto perché c’è differenza tra perdono individuale e perdono collettivo.

I lettori del nostro blog troveranno particolarmente interessante in questo libro la sensibilità mostrata dall’autore al peso dei processi comunicativi che riguardano l’istituzionalizzazione e la trasmissione di una memoria nella fase di rielaborazione simbolica del trauma. In particolare l’ultimo capitolo, intitolato “Etica e memoria”, mette al centro della riflessione – chiamando in causa, oltre a Karl Jaspers e Hannah Arendt, anche pensatori come Paul Ricoeur e i suoi studi sugli usi e abusi della memoria (e dell’oblio) e Reinhart Koselleck con la sua idea di memoria negativa, ovvero quella memoria dominata da esperienze di trauma – l’idea di “lavoro della memoria” come condizione indispensabile, assieme a risarcimenti materiali e ristabilimento della verità, per la riconciliazione. E conclude avanzando però dubbi sulla vera natura dell’attuale moral frame delle relazioni internazionali, mettendoci anche in guardia da un eccesso di memoria, da un’iperpolitica ma anche da un’antipolitica del passato:

“storicamente, prima che per riconciliare, la memoria è stata attivata per dividere, attizzare il conflitto, promuovere l’immaginario dell’ostilità. Intrattenendo un rapporto ambiguo con l’identità – con quella collettiva non meno che con quella individuale –, la memoria, nella sua funzione di cemento dell’identità, può alimentare anche l’odio, il risentimento e la vendetta. Un aspetto non secondario dei processi culturali è costituito dalla tesaurizzazione del risentimento”.

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