The Iron Lady: il cinema salva la Thatcher?

di Francesco Mazzucchelli

A proposito di “conti con il passato”, è in questi giorni nelle sale cinematografiche il film The Iron Lady, biopic sulla vita di Margaret Thatcher, diretto da Phyllida Lloyd e interpretato magistralmente da Meryl Streep.

Il film ripercorre l’ascesa e la parabola politica della “signora di ferro” (come venne ribattezzata da un giornale sovietico del periodo) che governò il Regno Unito dal 1979 al 1990. Primo premier donna della storia inglese, Margaret Thatcher fu anche uno dei suoi leader più controversi. La sua politica, ispirata ad un liberismo aggressivo e anti-solidale che ai tempi subì forti contestazioni, è oggi considerata da molti (detrattori e apologeti) il punto di svolta del neocapitalismo attuale.

La peculiarità del film è la sua struttura a flashback: è la Margaret Thatcher di oggi – una donna ormai fragile e affetta da demenza senile – che rievoca, da un presente privato e lontano dal potere, gli episodi del suo passato, la sua ascesa nella scala sociale che la porterà, da umile figlia di bottegaio, e passando per la laurea ad Oxford, sino alla vittoria della leadership nel partito conservatore e quindi all’elezione a primo ministro. Il film mette in scena, in altre parole, il momento della sanzione che corona la storia di successo di una donna che combatte e vince in un mondo estraneo e ostile perché classista e maschilista. E accentua questa lettura tanto da scatenare oggi, soprattutto in Inghilterra, il dibattito se considerare o meno la storia della Thatcher come una parabola femminista.

A pochi mesi di distanza da Il discorso del re, esce dunque in Inghilterra un altro film che ripercorre gli avvenimenti storici del paese a partire da una prospettiva soggettiva, quella di un leader politico. Non si tratta certo di una novità, gli inglesi hanno sempre mostrato un grande attaccamento al genere biopic (e non solo al cinema o in tv, l’Inghilterra è forse l’unico paese europeo in cui ogni libreria possiede sempre una ricca sezione dedicata alle biografie), ma qualcosa in questo film pare scardinare il genere biopic, e la chiave sta forse nella particolare modalità della trasfigurazione figurativa della protagonista (e di conseguenza del suo rapporto con la Storia, quella con la S maiuscola).

È difficile, per chiarire con un esempio, che, agli occhi di uno spettatore italiano, The Iron Lady non finisca con il richiamare alla mente un altro film, lontanissimo dal punto di vista dello stile, del contesto produttivo e ricettivo e, certamente, degli esiti: Il Divo di Paolo Sorrentino.

Così come ne Il Divo la figura di Giulio Andreotti diventa il punto di vista da cui osservare il lato oscuro del Potere nell’Italia della Prima Repubblica, anche in The Iron Lady le vicende politiche più drammatiche dell’Inghilterra degli anni ’80, dallo sciopero dei minatori sino alla guerra delle Falkland-Malvinas, sono rilette a partire dallo sguardo soggettivo e dalle esperienze biografiche della Thatcher. Ma non si tratta solo di questo. Le somiglianze e le differenze tra questi due film sono sintetizzate soprattutto dalle somiglianze e differenze tra i volti dei due protagonisti: due volti-maschera, maschere da “divo” appunto: maschera grottesca e “da commedia dell’arte” quella di Andreotti, dalla quale “non possono trasparire passioni ma solo l’insieme di stereotipi che si sono impressi su questo volto-maschera” (come afferma Massimiliano Coviello in questo articolo), doppia maschera quella della Thatcher, da un lato quella trasfigurata (questa sì da diva del cinema) di una Thatcher quasi “drag queen” (così la definisce una recensione del Guardian) che convive, al tempo stesso, con quella iper-realista colta nella vita privata, nelle debolezze, nella vecchiaia.

Questo secondo lato della maschera thatcheriana finisce, nel film, col prevalere. Mentre lo sguardo del Divo, nel film di Sorrentino, era in definitiva uno sguardo sempre “politico”, fatto della stessa sostanza del potere anche quando si trovava ripiegato nei recessi più domestici, lo sguardo della Thatcher è, in questo film, sempre privato, sempre soggettivo, sempre biografico. E di conseguenza, anche gli episodi della politica inglese di quegli anni – dallo smantellamento dello stato sociale, passando per il terrorismo dell’IRA e alle contestazioni, sino allo scontro militare con l’Argentina – subiscono la riduzione prospettica che passa attraverso lo sguardo privato di questa donna anziana, simpaticamente burbera e a tratti goffa e commovente nel suo non riuscire a liberarsi della presenza allucinatoria del defunto marito; e lo spettatore difficilmente può evitare di sottrarsi ad un avvicinamento quando non ad una identificazione con lo sguardo di questa innocua e “comune donna fuori dal comune” che rievoca i successi della sua vita. Difficilmente riesce a non parteggiare con la protagonista di una storia – inevitabilmente (inconsciamente?) – agiografica di una donna che riesce ad affermarsi in un mondo maschilista, vincente contro tutte le previsioni.

Proprio la rappresentazione della guerra delle Falkland – “luogo oscuro” della memoria collettiva inglese – rende evidente tale configurazione discorsiva attraverso cui l’evento storico (evocato attraverso l’inserto di immagini di repertorio) è “filtrato” nel testo filmico: la decisione di affondare la nave Belgrano, che provocò la morte di 323 marinai argentini, diventa solo la prova qualificante della protagonista, la vittoria di una signora di ferro contro l’universo maschile per eccellenza, quello dell’esercito e della guerra.

La demenza senile della protagonista finisce con l’annebbiare anche lo sguardo dello spettatore: uno sguardo che distorce, dimentica, ri-narra con la “dissennatezza di poi” un’Inghilterra, quella degli anni ’80, che forse meriterebbe una “messa in racconto” diversa per essere meglio compresa.

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