Non si può dividere il cielo. La Berlino divisa raccontata da Gianluca Falanga

di Laura Guttilla

Il bel libro di Gianluca Falanga Non si può dividere il cielo, edito da Carocci, riporta con dovizia di dettagli il periodo più tormentato della recente storia berlinese, quello attraversato dal Muro. Con una prospettiva micro che predilige le storie di vita e le quotidiane difficoltà di una città divisa, Falanga ricostruisce – grazie ad una ricchissima bibliografia soprattutto in lingua tedesca – la reale condizione dei cittadini di Berlino nei 28 lunghissimi anni della celebre fortificazione. I grandi eventi storici che fanno da sfondo alla Guerra Fredda e alla costituzione della barriera vengono trattati senza perdersi in un troppo rigido citazionismo storico come fa invece un altro – forse più celebre – libro sul tema, Il Muro di Berlino di F. Taylor. Ciò che conta è l’emergere di situazioni di vita concreta legata alla presenza di una lunga striscia di morte in una città che, per continuare a vivere, da divisa si fa doppia. Lo stile è chiaro e semplice proprio per non affaticare il lettore che si addentra sempre più nei complessi meandri di una surreale Berlino che nell’assedio costruì una sua particolarissima normalità.

Com’è noto, il carattere della barriera era duplice: rendeva Berlino Ovest un’isola nel mare sovietico della Germania Est, rendendone difficile la comunicazione con l’esterno. Il Muro, spacciato come “Vallo Antifascista” non era il tentativo di isolare il nemico liberale dell’Ovest come annunciavano i documenti ufficiali della Repubblica Democratica Tedesca all’indomani della sua costruzione, il 14 agosto 1961. L’obiettivo era arginare la fuga dei cittadini dell’Est che stava minando l’esistenza stessa della DDR: la fortificazione era perciò rivolta più all’interno della stessa Berlino Est che alla parte occidentale.

In questa guerra silente a tempo di pace, i regimi di visibilità diventarono di fondamentale importanza per il governo di Ulbricht: il Muro, per l’Est, diventò sempre più invisibile e lontano, come se si volesse neutralizzarne la presenza attraverso la creazione di una vasta area di confine sorvegliata dai Vopos e la costruzione di un Hinterlandmauer a partire dal 1974. La fortificazione della barriera, un processo che mai si interruppe nella storia della DDR, fu la giusta combinazione tra esigenze di difesa, problemi di visibilità e raffinamento estetico al fine di una migliore integrazione con il paesaggio urbano. Non tutti sanno infatti che, sebbene sia entrata nell’immaginario collettivo la figura del Muro come lastra di cemento armato sormontata da un elemento curvilineo e da filo spinato che ne impediva l’attraversamento, la morfologia del Muro di Berlino cambiava di zona in zona e di anno in anno (esistono infatti varie generazioni del Mauer, a mano a mano che esso si perfezionava ingegneristicamente) fino a diventare di “forma più graziosa” come ebbe l’ardire di definirlo il comandate delle truppe di confine Dieter Baumgarten.

Le difficoltà logistiche che DDR e Repubblica Federale Tedesca dovettero affrontare nella divisione della città furono numerose: dall’asse viario alle fognature, dalla tv alle sedi amministrative, dal teatro al sistema di approvvigionamento energetico tutto era duplicato e questa eredità fu certamente complicata da gestire all’indomani della riunificazione. Berlino, più che una città divisa, era allora una città doppia anche se le due parti non si resero mai completamente autonome perché in fondo persisteva la silente e inconfessabile idea di una riunificazione, se pur come speranza lontana nel tempo.

La storia di Berlino e dell’intera Germania divisa nel periodo post bellico è anche fatta di memoria culturale rielaborata: come è stato possibile garantire la sopravvivenza – se pur breve – della Germania Est e marcare la differenza rispetto all’Ovest basandosi solo sul presente? L’intellighenzia comunista di partito aveva avviato nel 1971 «con Honecker un’imponente opera di revisione e falsificazione della storia tedesca, creandone una lettura completamente artificiosa per offrire ai tedeschi orientali il passato di cui hanno bisogno per sentire la DDR come la loro patria. Anzi di più: come la migliore delle due Germanie e l’approdo felice della storia tedesca. Il principio applicato è quello dell’appropriazione di tutto quanto ci sia di positivo nella storia tedesca, e la sistematica cancellazione della memoria collettiva e dalle coscienze delle esperienze più negative» (pag. 76). L’evento più tragico della Seconda Guerra Mondiale, l’Olocausto, venne utilizzato strumentalmente da entrambe le parti: l’Est riscrisse il conflitto mondiale come una guerra di classe tra la borghesia capitalista alleata al nazismo e le classi operaie di tutta Europa liberate dall’intervento salvifico dell’Unione Sovietica, esentando così i tedeschi orientali da ogni colpa legata allo sterminio ebraico. Willy Brandt, prima borgomastro di Berlino Ovest e poi Cancelliere nel lungo periodo della divisione, pochi giorni dopo l’innalzamento delle prime barriere paragonò il Muro al Lager evocandone le sue caratteristiche estrinseche: cemento, filo spinato, striscia della morte, torrette di guardia e mitra. Questi riferimenti alla recentissima storia tedesca mettono in luce la difficoltà di elaborare le ferite della Seconda Guerra Mondiale ancora sanguinanti in un clima di tensione profonda, segno di una sovrapposizione storica di eventi traumatici che si trasformano e si contagiano nella semiosfera, divenendo oggetto di contesa storica e culturale. Berlino visse un trauma nel trauma, costretta ad rimarginare le profonde ferite del conflitto mondiale e a espiare le colpe del Nazismo attraverso la perdita della sua unità e la messa in discussione della sua identità.

Le mirabolanti fughe, l’avvento delle comunicazioni di massa e in particolare della televisione i cui messaggi non si potevano arginare attraverso cemento e filo spinato, l’accettazione dei cittadini dell’Est alla barriera in nome dell’ubi maior minor cessat e gli affreschi di vita quotidiana cui il testo è ricco si rivelano essere particolarmente importanti per lo studioso della cultura che attraverso le scene dipinte da Falanga può meglio ricostruire cosa voleva dire vivere a Berlino all’ombra del Muro.

Una piccola nota a chiusa: nel libro, composto da 12 parti, segnaliamo anche un capitolo “patriottico” intitolato Il Muro e gli italiani in cui vengono narrate le vicende dei numerosi connazionali – la maggior parte emigrati per lavoro – che vivevano a Berlino in quel periodo, protagonisti a loro modo di uno dei periodi più tristi della storia.

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