Città e memoria – Appunti su Potsdamer Platz

di Laura Guttilla

Il rapporto tra architettura e memoria è complesso e certo non è possibile descriverlo in un semplice post.  A volte si esaurisce nella forma del Memoriale, monumento celebrativo destinato a fissare nella memoria il ricordo di un avvenimento importante, ma non si ferma qui. L’architettura con la sua capacità trasformativa ingloba la memoria del luogo su cui si staglia, che sia un campo verde fuori dalla città, le macerie causate da un bombardamento, un terrain vague o vecchi palazzi fatiscenti.
E diventa una tappa fondamentale nel momento di ricostruzione della memoria stessa. Il tanto discusso progetto di Gregotti nella Zona Espansione Nord a Palermo costituisce l’esempio più celebre e più infelice del moderno funzionalismo. L’architetto, nel rispetto della memoria del luogo, in fase progettuale definì i moduli abitativi inserendovi dei cortili a guisa di quelli così vitali del centro storico del capoluogo siciliano, fulcro della socializzazione della città. Il risultato, cinquant’anni dopo la costruzione, è sotto gli occhi di tutti: degrado, abbandono e criminalità non hanno lasciato del fermento dei cortili nemmeno il ricordo. Questo dimostra come la ricostruzione di una memoria strettamente legata ai luoghi sia sempre momento di contesa dall’esito imprevisto.

Altra questione riguarda i luoghi che hanno subito eventi traumatici e si presentano al progettista come simboli dell’evento stesso. L’esigenza di ricordare, ma anche la volontà di riscatto e di ritorno alla vita quotidiana rendono difficile l’intervento architettonico. L’esempio più famoso del nuovo millennio è forse Potsdamer Platz a Berlino che, nella storia recente, ha vissuto mille vite: fiorente centro della città negli anni venti e trenta, piena di hotel di lusso e attraversata dal tram, nelle cartoline d’epoca appare l’emblema di una metropoli europea e gode persino di un curioso primato: qui venne installato il primo semaforo d’Europa. La guerra ne distrusse l’aspetto, ma non gli tolse l’importanza nel cuore dei cittadini che rimasero sempre profondamente legati a quella piazza enorme in cui confluivano le strade principali della città. La divisione in settori seguita alla confitta della Germania della Seconda Guerra Mondiale vi tranciò qualsiasi legame con la linfa vitale cittadina. In una prima fase della Guerra Fredda la piazza fu oggetto di contesa tra Ovest ed Est ma, con la costruzione del Muro, essa divenne, insieme alla contigua Leipziger Platz, un immenso terrain vague. Tutti gli edifici danneggiati vennero abbattuti e lo scenario che vi rimase fu un’immensa distesa vuota. A Potsdamer Platz la vita rimase come sospesa per il lungo periodo del Muro: persino la stazione della metropolitana diventò fantasma come accadde a molte altre stazioni del Mitte. Essa non smise tuttavia di vivere nei ricordi dei cittadini che talvolta, sbirciando da dove fosse possibile per guardare cosa c’era al di là della barriera, si meravigliavano di non trovarvi nulla. Le immagini d’archivio mostrano una calma lunare, spesso accompagnata da una soffice coltre di neve, come se la vita di Potsdamer Platz fosse sospesa mentre attorno si diramava nelle diverse dialettiche dei due regimi: «[…] No, non c’è niente da vedere dall’altra parte del Muro, di notte, su Potsdamer Platz, qui: solo quel vuoto disumano, lunare in lontananza, e il sistema di difesa scaglionato in profondità che stringe come in un artiglio potente, quasi metafisico, questo pezzo del cuore di Berlino ferito a morte» (W. Schnurre in M. Haidar, Città e memoria. Beirut, Sarajevo, Berlino, Bruno Mondadori, 2006).

Caduto, o meglio abbattuto il Muro, la piazza è diventata l’emblema della riunificazione, non certo senza conflittualità. Ne rende bene conto lo scritto di Elmar Kossel su Berlino, nel già citato libro Città e memoria: la difficoltà maggiore su proprio mettere d’accordo le varie idee di ricostruzione della Neuer Potsdamer Platz ed in primis su chi avrebbe dovuto guidarla. L’apertura al privato tramite la vendita a Daimler-Benz di un lotto che comprendeva gran parte dell’area scatenò un intenso dibattito: un privato non poteva prendersi il carico di ricostruire la zona preservandone la memoria, bene pubblico. Soltanto lo Stato avrebbe potuto portare a termine degnamente quest’opera di grande responsabilità e così il Senato berlinese si trovò a indire un concorso di idee per la riqualificazione della piazza e delle restanti aree e a varare una serie di criteri che ne garantissero la ricostruzione critica, in linea con la memoria del luogo e il concetto di “città europea”. Le contestazioni però non si placarono ed emblematica è la storia dei resti dell’Hotel Esplanade, messi ora sotto teca di vetro ai confini del Sony Center: in un primo momento dovevano essere abbattuti (ed in parte lo furono), quando venne imposto l’alt dal governo della città. Anche il tracciato del Muro doveva essere preservato, mantenendo sempre le esigenze dei privati di fare di Potsdamer Platz il nuovo centro commerciale di Berlino, come lo era durante il periodo d’oro degli anni venti.

Il risultato è visibile sotto gli occhi di tutti: la maestosità del Sony Center di Helmut Jahn, il complesso Benz progettato da Renzo Piano e altre archistar, il museo del Cinema, il grande centro commerciale Arkaden, i Mauerreste rendono Potsdamer Platz oggi un centro di attrazione per turisti e cittadini. La piazza è la sintesi dei vari discorsi che la città intrattiene sul Muro: luogo di memoria con pannelli e colonne informative, luogo turistico con banchetti che vendono cappelli e passaporti della DDR, luogo commerciale con enormi negozi e cartelloni pubblicitari proprio dietro i freddi blocchi di cemento diventati ormai mosaico di chewingum. I turisti che accorrono numerosi possono persino giocare ad attraversare il confine segnato da una lunga striscia tra Est ed Ovest che attraversa tutta la città. Il dolore della vita murata è sovrastato dal sordo rumore dello scalpiccio di piedi e di voci in tutte le lingue: se non fosse perché è scritto, nessuno potrebbe dire che fino a qualche decennio fa qui imperava il freddo silenzio della Guerra Fredda.

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