La materia della memoria. Piccole riflessioni su materialità e ricordo

di Laura Guttilla

Mai avrei pensato che, seguendo il tema della memoria, avrei incontrato l’acciaio Cor-ten: invece, come ci insegna la massima strutturalista del tout se tien, i materiali possono parlare anche di memoria. Molti dei monumenti–memoriale che sono presenti nelle nostre città – da Berlino a Palermo, passando per Pompei, Bolzano, Madrid solo per citarne alcuni – vengono prodotti in una lega di acciaio definita appunto Cor-ten che, per le sue speciali caratteristiche, è diventata  la più utilizzata dagli artisti a cui è stato commissionato l’arduo compito di fare forma alla memoria. Persino l’immaginario collettivo va lentamente adeguandosi: al posto del grigiore freddo del marmo utilizzato largamente per statue ai Caduti e lapidi commemorative, un più caldo marrone terra bruciata affolla giardini e piazze storiche e si inserisce nei nostri ricordi.

Alla base del successo del Cor-ten, come cercheremo di dimostrare in questo breve scritto, non c’è soltanto l’economicità e l’adattabilità all’uso della forma del memoriale: la caratteristica più importante è, come leggiamo su Wikipedia, l’ «autoproteggersi dalla corrosione elettrochimica, mediante la formazione di una patina superficiale compatta passivante, costituita dagli ossidi dei suoi elementi di lega, tale da impedire il progressivo estendersi della corrosione, tale film varia di tonalità col passare del tempo, solitamente ha una colorazione bruna». Il Cor-ten non si deteriora nel tempo anche se esposto agli agenti atmosferici e questo lo rende particolarmente vantaggioso per due motivi: è fatto per durare negli anni specie in spazi aperti e richiede una quasi nulla manutenzione.

Mi sono venute in mente allora alcune riflessioni di J.M. Floch sulla materialità, nel bellissimo saggio Pour une approche sémiotique du matériau. Scrive il semiologo francese:

«[…] il materiale non è la materia,  […] rinvia a tecniche di estrazione, di composizione e di utilizzazione, testimonia di usi culturali relativamente diversi ed è ricco infine di tutte le opere con esso realizzate. […] la vista di un edificio produce spesso un effetto di senso a partire dal materiale: esso verrà infatti percepito – e valutato – proprio in quanto realizzato in acciaio, in legno, in pietra… […] Il materiale non è la materia, poiché l’uomo utilizzandolo l’ha caricato di senso; e non è nemmeno una forma, poiché dipende dall’uso, cioè dalle pratiche architettoniche abituali di una data società. Come si sarà compreso, il materiale va concepito secondo noi come una sostanza, come materia formata, assunta dalla forma significante» (pag. 84, trad. it. in  Bricolage. Lettere ai semiologi della terra ferma, Meltemi, Roma 2006).

La direzione intrapresa da Floch è quella di considerare il materiale come linguaggio, un insieme di possibilità vincolanti e di qualità sensibili organizzate sulla base di differenze e opposizioni, collegato a un contenuto più o meno figurativo e narrativo ma sempre in definitiva ideologico (ibidem, pag.86).  Perché l’artista che si trova di fronte al problema di quale forma dare al ricordo traumatico sceglie il Cor-ten? Il materiale viene assunto come sistema e permette di superare le difficoltà legate alla rappresentazione della memoria: la sua resistenza consente all’opera di sfidare il tempo e perdurare, così che possa pienamente adempiere alla sua funzione di  memento di generazione in generazione, necessità storica che deve essere diluita nel tempo. Il suo colore bruciante – e anche sul colore, da Merleau Ponty a Goodwin, avremmo parecchio da dire – ci parla invece della drammaticità dell’evento da ricordare, spesso fatto di sangue e violenza. Così, quella che a prima vista poteva sembrare una scelta puramente legata a criteri economici, si rivela essere una ben più precisa strategia semiotica.

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