Sismografie. Ritornare a L’Aquila mille giorni dopo il sisma

di Daniele Salerno

Sismografie. Ritornare a L’Aquila mille giorni dopo il sisma è una raccolta di nove saggi a cura di Fabio Carnelli, Orlando Paris e Francesco Tommasi, pubblicata poche settimane fa da Edizione Effigi. Nelle intenzioni dei curatori non si tratta di commemorare, bensì di rimemorare la catastrofe dell’Aquila. Se il lavoro di commemorazione fissa l’attenzione sull’evento singolo, straordinario e puntuale all’origine del trauma – una scala temporale, quella dell’evento, che la commemorazione condivide con il discorso giornalistico ed emergenziale –, il lavoro della rimemorazione esige uno sguardo lungo sui fenomeni, capace di tenere insieme le storie e di metterle a confronto: se la commemorazione lavora marcando una discontinuità narrativa, la rimemorazione è “ricostruzione” di una continuità di senso nel dopo-catastrofe.

I nove contributi – risultato di una rielaborazione di articoli pubblicati online sul blog di Il lavoro culturale – sono divisi in tre sezioni tematiche: economie del sisma, ricostruire l’abitare e spettrografie.
Nonostante la diversità delle prospettive disciplinari, delle aree d’analisi e delle metodologie applicate, mi sembra che emerga nei nove saggi una problematica comune: il rapporto tra l’agire “dall’alto” dell’istituzione e l’azione “dal basso” dei cittadini. Da una parte ci vengono così descritte le pratiche governamentali – per dirla con Michel Foucault – dispiegate dopo l’evento sismico. Tali pratiche di gestione dell’emergenza riducono la popolazione e il territorio a meri oggetti dell’esercizio di un potere eccezionale: quello garantito, in questo caso, dalle procedure di emergenza che hanno avuto come principale attore la Protezione Civile guidata da Guido Bertolaso. Sull’altro versante i saggi descrivono le strategie e le azioni di resistenza orizzontale messe in campo dagli abruzzesi e finalizzate a una riappropriazione del “diritto di decisione”: alla popolazione-oggetto dell’istituzione si contrappone così l’azione di una comunità-soggetto che rivendica il diritto ad autodeterminarsi.

Nell’ambito economico le procedure di emergenza trovano nella shock doctrine, emersa nell’ambito del neoliberalismo americano all’indomani del disastro di New Orleans, un fondamentale principio ispiratore per la gestione della popolazione e del territorio: le istituzioni e i governi, secondo i principi della shock economy, devono interpretare l’evento catastrofico come occasione “per plasmare le società che la catastrofe ha riportato all’anno zero” (p. 20), come spiega Stefano Ventura nel suo contributo.
Come sottolineano Fabrizia Petrei e Lina Maria Calandra nei loro articoli, questo tipo di dinamica , che sottrae il territorio alla disponibilità di chi lo abita, si crea soprattutto lì dove i circuiti di comunicazione tra istituzione e cittadini non funzionano più. In questi casi, come dice Calandra, occorre riconfigurare la sfera pubblica e il rapporto tra cittadino e istituzione al fine di permettere, in fase progettuale e decisionale, che il singolo possa contribuire a ripristinare “i propri dove”, partecipando alla ideazione e alla realizzazione tecnica, scientifica e politica della ricostruzione (p.32).

Nella seconda sezione, dedicata alle forme dell’abitare, la dialettica tra pratiche governamentali e pratiche di riappropriazione emerge in tutta la sua chiarezza con l’analisi della tendopoli come forma di “istituzione totale” portata avanti da Rita Ciccaglione ed Emanuele Sirolli. L’istituzione totale è:

il luogo in cui gruppi di persone risiedono e convivono per un significativo periodo di tempo.
I tratti distintivi di detta istituzione sono:

  • l’allontanamento e l’esclusione dei soggetti istituzionalizzati
  • l’organizzazione formale e centralizzata del luogo e delle sue dinamiche interne
  • il controllo operato dall’alto sui soggetti-membri” (p. 63)

L’irreggimentazione spaziale (la divisione degli spazi interni ai campi) e temporale (per esempio i riti dell’alzabandiera e del silenzio che aprono e chiudono le giornate degli sfollati) della vita nella tendopoli è alla base secondo Sirolli dell’emergere tra gli aquilani di una “sindrome da istituzionalizzazione”. La vita dei singoli, regolata e resa funzionale agli scopi organizzativi e di gestione dell’emergenza dettati dall’autorità (spesso militare), diviene mero oggetto passivo di intervento esterno: la capacità di azione e iniziativa del singolo viene così mortificata e il soggetto si sente incapace di incidere sulla propria condizione. La sindrome da istituzionalizzazione costituisce in questo senso l’effetto di pratiche governamentali che invece di aiutare il soggetto a sviluppare capacità di resilienza e recupero, come auspica Ciccaglione, ne peggiorano lo stato psico-fisico.

Soprattutto di pratiche di resistenza e riappropriazione parlano invece i due saggi di Fabio Carnelli su Paganica e di Salima Cure, Isabella Tomassi e Filippo Tronca su Pescomaggiore. Si tratta di due comunità che ricostruiscono la propria “geografia simbolica” sia attraverso la riproposizione di processioni religiose – nel caso di Paganica –  che attraverso la “autocostruzione” di un villaggio ecosostenibile seguita al rifiuto della popolazione di Pescomaggiore di abbandonare il territorio così come richiesto dalle autorità. Cure, Tomassi e Tronca rileggono quest’atto alla luce delle filosofie della comunità recentemente sviluppate e vedono in Pescomaggiore un esempio pratico di governance as a common.


L’ultima sezione, Spettrografie, integra al quadro fin qui tracciato due aspetti fondamentali: il discorso mediatico e quello umanitario. L’analisi di Daniele Dodaro e Antonio Milanese ha al centro le gallerie fotografiche online pubblicate sul sito del quotidiano La Repubblica e sul sito del settimanale L’Espresso. I tempi della cronaca e quelli dell’emergenza si rispecchiano nella scelta del quotidiano di racchiudere il percorso del lutto in sei giorni, tracciando una scansione narrativa che va dalle immagini “intense” della distruzione a quelle “distese” degli sfollati nelle tendopoli ritratti in una “straordinaria ordinarietà”. L’Espresso decide invece di prolungare il proprio racconto fotografico e soprattutto di riprendere anche l’azione degli sfollati: non più dunque soggetti “agiti” prima dalla forza naturale e poi dall’istituzione, ma soggetti d’azione e in azione.
Il saggio di Francesco Zucconi, nella analisi della sovrapposizione tra la sofferenza degli aquilani e i riti e l’iconografia della settimana santa (il terremoto avvenne il lunedì santo e i funerali di duecentocinque delle trecentootto vittime si tennero il venerdì), mette in evidenza quanto il discorso umanitario rischi di divenire elemento di rinforzo delle pratiche governamentali, dando luogo a una “tecnocrazia umanitaria” che sospende “ogni partecipazione democratica e ogni collegialità decisionale” (p. 106) in nome della tutela della vittima e per la buona riuscita di una nuova missione umanitaria

Gli autori di Sismografie lavorano su un evento che è ancora molto vicino a noi e su cui non si è ancora pienamente riflettuto. In tal senso i saggi della raccolta sono ricchissimi di idee e analisi interessanti che però a volte non vengono pienamente sviluppate, lasciando il lettore con la voglia di saperne di più. Inoltre in alcuni passaggi sarebbe stato utile collegare gli studi sul sisma aquilano a una bibliografia ormai abbastanza ricca sui fenomeni sismici: dagli studi storici di John Dickie sul terremoto di Messina alle analisi di Augusto Placanica su un terremoto calabrese del 1783, dalle riflessioni filosofiche di Susan Neiman sul terremoto di Lisbona al filone degli studi sulla governamentalità della scuola di Paul Rabinow fino a giungere in Italia al “paradigma immunitario” di Roberto Esposito.

Il volume dimostra tuttavia con chiarezza, all’indomani del terremoto emiliano, l’importanza di indagini di questo tipo. Ci dimentichiamo molto spesso, infatti, che la catastrofe sismica è il risultato dell’“incontro” tra due grandezze su cui è possibile in qualche modo agire: l’evento naturale e il sistema antropico in cui questo avviene.

Se dal lato dello studio dell’evento naturale siamo in attesa che la sismologia arrivi presto all’elaborazione di sistemi affidabili per la previsione dei fenomeni sismici, dal lato dell’analisi dei sistemi antropici l’economia, la geografia umana, la psicologia, l’antropologia e la semiotica possono aiutarci a elaborare nuove strategie per diffondere una buona cultura della prevenzione, per rafforzare la resilienza rispetto a eventi catastrofici e per migliorare i processi di “empowerment” delle popolazioni colpite dai disastri. Sismografie e il lavoro degli autori dei saggi in esso contenuti sono un buon esempio di quanto questi saperi pratici e teorici, se messi opportunamente in azione, ci aiutino ad affrontare questi eventi con più consapevolezza e forse con più efficacia.

Le immagini sono tratte dal volume
Il libro è disponibile in formato ebook, ordinabile in libreria o scrivendo all’editore

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