Quando la violenza è di Stato

di Andrea Hajek

Stefano Cucchi

Qualche settimana fa è andato in onda, sul canale La7, il documentario 148  Stefano – Mostri dell’inerzia (2011) sul caso Stefano Cucchi, il ragazzo morto in circostanze sospette all’ospedale romano Sandro Pertini, il 22 ottobre del 2009, dopo essere stato fermato per droga. La morte del trentunenne, messo in custodia cautelare nel carcere di Regina Coeli dopo esser stato fermato in possesso di droghe, venne imputata alla sua condizione fisica e mentale (cioè di ex-tossicodipendente anoressico), ma le foto che i familiari di Cucchi scattarono appena dopo la sua morte dimostrano chiaramente che il giovane era stato picchiato e malmenato. È, in effetti, grazie ai genitori e soprattutto alla sorella Ilaria che il caso Cucchi non rimase una mera vicenda di cronaca, il ché dimostra quanto sia importante, in Italia, il ruolo dei familiari di vittime di aggressioni da parte di chi indossa una divisa ufficiale.

Che lo Stato italiano non stia sempre dalla parte del cittadino non è poi una novità.  Si pensi al caso di Francesco Lorusso, per nominarne solo uno, studente di sinistra ucciso l’11 marzo 1977 a Bologna da un agente di polizia, durante scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Lorusso fu ucciso con un colpo alla schiena, mentre scappava via dopo aver lanciato sassi ad un gruppo di carabinieri. Nonostante vari testimoni sostennero che l’agente che sparò – ad altezza d’uomo – a Lorusso durante gli scontri non era mai stato in immediato pericolo, quest’ultimo fu assolto sulla base della Legge Reale, che legittimava l’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine in situazioni di pericolo. Per oltre due decenni i genitori di Lorusso cercarono di far riaprire le indagini e di avere giustizia e verità su questa vicenda, sollecitando addirittura il presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel tentativo di avere un “segno di riconoscimento da parte delle istituzioni democratiche della Repubblica”. Ma il caso non fu mai riaperto, e la voce dei genitori – promossa anche attraverso l’Associazione Pier Francesco Lorusso, composta da un gruppo di intellettuali bolognesi di sinistra che avevano preso le distanze dal Partito Comunista Italiano (PCI) – rimase inascoltata e bloccata “in spazi prevalentemente privati” (Giovanni De Luna, Introduzione in La piuma e la montagna. Storie degli anni Settanta, 2008, 11). Negli anni novanta, i Lorusso ebbero, infine, una forma minima di riconoscimento quando l’allora sindaco ex-PCI Walter Vitali fece accettare la proposta di dedicare un giardino pubblico allo studente di medicina, anche se la descrizione sulla targa (“studente morto tragicamente”) lasciò comunque aperta la ferita.

Il caso Lorusso dimostra, tutto sommato, che in Italia manca “una giustizia che renda credibile il ruolo di istituzioni virtuose, uno Stato legittimato ad avviare un percorso di inclusione delle diverse memorie nel segno della verità” (Giovanni de Luna, Le ragioni di un decennio, 2008, 24). In effetti, parlando di due giovani militanti di sinistra uccisi negli anni Settanta, De Luna osserva che “intorno alla loro memoria non c’è niente di pubblico, niente di ufficiale, solo la pietà dei familiari e dei vecchi compagni” (22).

In un’altra pubblicazione, che raccoglie storie di vittime “di stato” tra cui Lorusso (La piuma e la montagna. Storie degli anni Settanta, 2008), De Luna parla di un “patto di cittadinanza” sulla base del quale lo Stato “garantiva verità e giustizia in cambio di lealtà e fiducia”, che è andato “in frantumi” con gli attentati stragisti in quegli anni (16). Ed è proprio questo venire meno di un “patto di cittadinanza” che accomuna il sentire dei familiari di Francesco Lorusso (e di tanti altri) al vissuto dei familiari di Stefano Cucchi, soprattutto della sorella Ilaria. Durante la presentazione del documentario su La7, rispondendo al direttore Enrico Mentana che le chiede se ha ricevuto dei segnali positivi da parte dello Stato, la sorella racconta di una “netta sensazione di solitudine, di essere abbandonati a se stessi”. La Cucchi svolge allora lo stesso ruolo della madre di Federico Aldrovandi, ucciso il 25 settembre 2005 da quattro agenti della polizia che lo fermarono, di notte mentre stava tornando a casa, in un parco ferrarese. Anche qui la sua morte fu attribuita a problemi con la droga. Anche qui la madre di Aldrovandi, Patrizia Moretti, si mobilitò e ottenne la condanna dei quattro carabinieri che, in seguito, non mancarono di insultarla sul sito di social network Facebook. Anche qui, un documentario (È stato morto un ragazzo, 2010) racconta cosa è veramente successo quella notte.

L’impegno civile di queste comunità di memoria o ‘carrier groups’, come li definisce Jeffrey Alexander (Cultural Trauma and Collective Identity, 2004, 11), all’interno di un evento collettivo e traumatico che viene commemorato e quindi condiviso pubblicamente, trasforma ogni singolo gruppo in un “agente promotore di verità, prima giudiziaria e poi storica, [che] si inserisce nel discorso pubblico come portatore di conoscenze e valori utili ad un miglioramento del tessuto civile della comunità”, nelle parole di Benedetta Tobagi (La voce delle vittime delle stragi e del terrorismo italiano come forma di denuncia. Due modelli d’azione: Case della Memoria e Rete degli archivi, presentazione in un convegno internazionale, 2009). Il loro trauma è dunque non solo di natura personale, ma appartiene allo stesso tempo alla sfera pubblica, dando a questi gruppi “l’autorità e il potere di dire, su quella versione del passato, l’ultima parola”, così come la responsibilità di essere “i depositari dell’unica versione davvero legittima del passato” (Anna Lisa Tota, La città ferita: memoria e comunicazione pubblica della strage di Bologna, 2 agosto 1980, 2003, 128). Quest’autorità è molto esplicita negli interventi del presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto Paolo Bolognesi, durante gli anniversari della strage di Bologna. Bolognesi attacca duramente i colpevoli della strage così come i (presunti) mandanti e altri responsabili, chiamandoli per nome e cognome. Ma qui la differenza sta nel consenso maggiore per le vittime della strage di Bologna. Per molti italiani i Stefano Cucchi e i Federico Aldrovandi rimangono dei tossicodipendenti, a causa anche del racconto che se ne fa nei mass media. Così come i vari Francesco Lorusso, per molti italiani di allora e di oggi, erano degli estremisti di sinistra. Ma come dice la sorella Ilaria Cucchi, a prescindere da chi erano o cosa facevano prima di morire, non si può morire così.

È un problema grave che caratterizza l’Italia, un paese fortemente diviso per quanto riguarda il passato ma anche il presente, e dove le commemorazioni pubbliche spesso rispecchiano queste divisioni. Un paese dove le verità scomode vengono offuscate o commemorate in modo selettivo da uno stato interessato a mantenere il proprio potere. Tocca allora alle comunità locali cercare di creare una memoria pubblica più completa ed inclusiva, ridefinendo così la propria identità collettiva. Le investigazioni che portarono alla verità – messa in discussione di recente – su Ustica, ovverossia l’abbattimento di un aereo di passaggeri da parte di forze militari NATO nelle vicinanze dell’isola di Ustica, sempre nel 1980, furono messe in moto dall’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica. Se non fosse stato per loro, l’incidente sarebbe rimasto un altro fatto di cronaca.  Come ha detto Carlo Lucarelli: “[s]enza parenti e vittime costituiti in una sorta di opinione pubblica organizzata per fare pressione sulle istituzioni e mantenere alta l’attenzione della gente sull’argomento, episodi come la stragedi Bologna o quella di Ustica, […], sarebbero rimasti ancora più misteriosi di quello che sono” (dalla prefazione di Controinformazione. Stampa alternativa e giornalismo d’inchiesta dagli anni Sessanta a oggi, 2006, 12). Nel caso Cucchi, il fatto determinante è stata la foto scattata al cadavere dalla sorella Ilaria:

[n]on è possibile che io veda mio fratello in quelle condizioni, e mi aspetto delle risposte. Le risposte non arrivano se non per il fatto che un avvocato nominato quella mattina stessa mi dice ‘bisogna fare delle foto, perché dobbiamo poter dimostrare com’era Stefano al momento della sua morte’ […] Oggi so che se non fosse stato grazie a quel gesto, a quell’intuito […] non ci sarebbe stato il processo. Si sarebbe continuato a parlare di morte naturale, di caduta dalle scale [Ilaria Cucchi durante la presentazione del documentario su La7, 23 luglio 2012].

La strada per ritrovare quel “patto di cittadinanza” è ancora lunga.

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