Gita al termine della realtà: Paolo Giordano a Sabra e Shatila

di Daniele Salerno

Lo scrittore Paolo Giordano

In questi giorni in varie parti del mondo si è ricordato il trentennale del massacro del campo profughi di Sabra e Shatila, in cui furono uccisi dai falangisti cristiano-maroniti libanesi tra i 1000 e i 1500 arabi palestinesi (stima della Croce Rossa Internazionale).
La strage fu definita nella risoluzione ONU 37/123 del 1982 “atto di genocidio”. La commissione israeliana Kahan l’anno successivo giunse alle conclusioni che lo stesso esercito israeliano ne era indirettamente responsabile: i soldati israeliani avevano osservato infatti il massacro dall’alto dei palazzi di Beirut Ovest e avevano riferito l’accaduto ai vertici militari e politici senza tuttavia intervenire. Per questo motivo l’allora Ministro della Difesa Ariel Sharon fu ritenuto personalmente corresponsabile del massacro e costretto alle dimissioni, accusato di non aver fatto nulla per prevenirlo o fermarlo nonostante le informazioni ricevute.

La storia di Sabra e Shatila è stata recentemente al centro di un racconto dello scrittore Paolo Giordano pubblicato su La lettura del Corriere della Sera. L’articolo, come si può verificare nei tanti commenti lasciati sul sito, ha provocato molte polemiche. Più che l’accuratezza di Giordano nello spiegare i fatti, ci interessano qui le strategie retoriche che egli ha usato per parlare della memoria dell’evento e attraverso quali pratiche tale memoria è stata da lui ricostruita e in qualche modo autenticata e resa “reale”.

Il racconto di Giordano non è infatti la “storia di Sabra e Shatila”, bensì il racconto di come lo scrittore e io-narrante, attraverso un contatto diretto con il “reale”, ha acquisito la capacità di purificarsi dalle “false rappresentazioni mediatiche” riguardanti il Medioriente e un evento verificatosi prima della sua nascita. Per far questo Giordano sente la necessità di inscrivere “Sabra e Shatila” nella propria biografia, posizionando l’evento all’interno del proprio percorso di vita e formazione:

Nel settembre del 1982 ero ancora immerso nel tepore del liquido amniotico, dentro il ventre di mia madre. In quella fine estate diedi prova di una fretta eccessiva e, per scongiurare un parto al quinto mese, lei venne costretta a letto, a riposo assoluto, per il resto della gravidanza. […] Ecco, a grandi linee, che cos’era successo a molti chilometri di distanza dall’ospedale arrangiato dove io giocavo ad afferrarmi i piedi. Dopo la partenza delle forze internazionali, il Libano passa sotto il controllo d’Israele, che ha ricevuto mandato di preservare la sicurezza nel Paese…

Inizia così una sorta di “gita al termine della realtà”, in cui gradatamente vediamo il Giordano in uno stato di incoscienza avvolto nel liquido amniotico divenire un trentenne capace di distinguere il vero dal falso e trasformarsi in un testimone, seppure di secondo livello:

 Il solo luogo di memoria del massacro si trova in un garage, dietro un portone marcio chiuso con un lucchetto, il genere di serramento che da noi nasconderebbe una carrozzeria abbandonata. L’interno è spoglio, uno stanzone intonacato di bianco interrotto da alcune colonne squadrate. Il massetto in rilievo lascia a disposizione un percorso strettissimo per i piedi, quindi alcuni di noi ci salgono sopra. Quando la guida avvisa che sotto il cemento sono impilati 700 cadaveri — impilati per mancanza di spazio —, scendiamo in fretta, sconvolti, e ci stringiamo nel corridoio.

Ascoltiamo il racconto di un uomo. Parla piano, rivolto al pavimento. Tutta la sua famiglia è stata uccisa la notte del 16 settembre 1982: genitori, fratelli e sorelle, a eccezione di una, malmenata al punto che ora è in sedia a rotelle. Quanto a lui, riuscì a scappare e nascondersi, dopo essere stato rincorso a lungo per i vicoli da un soldato con un’ascia. Inseguito. Con un’ascia. Sarà questa la visione che mi resterà attaccata addosso per il resto della mattina. Un ragazzo inseguito con un’ascia. Mi balena stupidamente la sequenza finale del film Shining: l’ho sempre trovata insopportabile, da bambino mi era costata una settimana di incubi.

Il racconto procede attraverso un continuo confronto e collegamento tra esperienza indiretta e mediatica dello “spettatore lontano” e la presenza sui luoghi dell’orrore, tra biografia individuale ed eventi storici: al Giordano bambino che guarda “all’ora di cena dal televisore Grundig” le immagini dal Medioriente e che viene terrorizzato dalle scene del film di Kubrick, si sostituisce il Giordano trentenne alle prese con la “realtà reale” del luogo del massacro. Al Giordano adolescente che va ai concerti in cui ragazzi con le bandiere palestinesi non avrebbero saputo dire dove si trova Gaza, si sostituisce il turista che calpesta con le proprie scarpe il cemento dove “sono impilati 700 cadaveri” e che è ora capace di distinguere il soldo falso della rappresentazione mediatica e del falso orrore (Kubrick) da quello vero della testimonianza e del luogo di memoria.

Così gradatamente al falso e al finto – quella delle immagini mediatiche, della finzione filmica e dell’ignoranza dello studente – Giordano sostituisce quello che ora egli considera “il vero” dell’esperienza: il luogo del massacro, le testimonianze e le immagini reali. In questo senso va letto l’epilogo del racconto, climax e perfetto compimento di questo svelamento del reale, dove Giordano rivaluta positivamente la sequenza finale del film animato Valzer con Bashir (2008), quando i disegni lasciano il posto alle immagini “vere e reali” del massacro:

Quando scoprii del massacro di Sabra e Shatila avevo ormai ventisei anni. Come molti della mia età, recuperai quel pezzo di storia grazie a un film di animazione, Valzer con Bashir, che all’inizio mi attrasse soprattutto per la sua forma originale. Al termine del lungometraggio, i disegni lasciano improvvisamente spazio alle fotografie scattate nel campo dai primi osservatori che vi entrarono. Mostrano corpi lacerati, seminudi, nella postura di chi implora pietà. Ricordo che uscii dal cinema infastidito da quell’irruzione di realismo dentro un film così aggraziato e implicito, la trovai ricattatoria, un pugno nello stomaco che il regista Ari Folman ci sferrava gratuitamente. Ho cambiato idea. È grazie a quella sequenza cruda che ho spinto la mia curiosità fin dentro il campo di Sabra e Shatila, solo per ascoltare altre testimonianze atroci, per vedere un uomo commuoversi anche l’ennesima volta in cui rievocava i suoi fratelli e la notte in cui fu inseguito con un’ascia. In mancanza di giustificazioni più profonde, di retroscena sensati cui affidarci, non si può che contare sulla riproposizione dell’orrore, sui compleanni osceni della tragedia, per tenere vivo nella memoria ciò che accadde, ancora e ancora.

Una scena di “Valzer con Bashir”, che richiama la famosa foto del bambino nel Ghetto di Varsavia: per i frequenti rinvii all’Olocausto, il film è stato molto criticato in Israele

Il racconto di Giordano è un viaggio alla “ricerca della realtà”, nell’illusione e nella speranza che l’esperienza diretta, in questo caso tanatoturistica, ci liberi dal falso mediatico: non più Shining e non più le immagini dei TG ma ciò che oggi – nelle nuove pratiche discorsive del “ritorno al reale” e del turismo di massa – ci pare più vero del vero.

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