Il Ghetto di Roma, la scomparsa dei testimoni e i nativi digitali: come rendere i testi eventi conoscitivi?

di Daniele Salerno

Oggi ricorre il 69° anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma, in cui furono deportati al campo di Auschwitz 1024 ebrei. Solo una donna e sedici uomini sopravvissero, mentre nessuno dei duecento bambini fece ritorno. Fandango pubblica oggi il volume 16.10.1943. Li hanno portati via, che raccoglie i risultati del Progetto storia e memoria della provincia di Roma.
Grazie al progetto sono state ricostruite, attraverso un importante lavoro di archivio, le storie dei 350 bambini deportati dai nazisti nel periodo dell’occupazione nazista.

La ricorrenza e il lavoro d’archivio ci riporta alla recente morte di Shlomo Venezia, uno degli ultimi sopravvissuti del campo di Auschwitz-Birkenau: con la scomparsa degli ultimi testimoni, il lavoro documentale e la raccolta e conservazione di storie diviene sempre più importante.
Ma altrettanto importante è la trasmissione di questi testi alle nuove generazioni attraverso l’insegnamento. Di estremo interesse è in questo senso la riflessione di Eraldo Affinati, scrittore e insegnante in un istituto professionale romano, pubblicata su La Lettura del 23 settembre scorso:

Lo scorso anno ho invitato a parlare nella mia scuola Piero Terracina, uno degli ultimi testimoni della Shoah, sopravvissuto al lager di Auschwitz. Gli stessi adolescenti inquieti ai quali ho accennato poc’anzi, incapaci di star fermi sui banchi per più di dieci minuti, spesso disattenti e poco concentrati, hanno ascoltato le traversie dell’ex deportato per più di due ore, sguardo fisso, menti al lavoro, quasi fossero diventati studenti oxfordiani. Nel momento in cui Piero si è arrotolato la camicia per mostrare il numero tatuato sul braccio, nella grande sala dove stavamo non si sentiva volare una mosca. E quando ha finito il suo racconto, i ragazzi, senza che nessuno di noi lo avesse chiesto, si sono alzati in piedi ad applaudirlo. Sono trascorsi tre mesi. Siamo alla ripresa scolastica. Quest’anno ho deciso di leggere Se questo è un uomo. Per riuscirci dovrò recuperare la tensione di quel giorno.

Affinati è alle prese, come tutti gli insegnanti, con il problematico rapporto tra i “testi classici” e lo “stile cognitivo” dei nativi digitali. Si tratta di ragazze e ragazzi che si avvicinano ai testi in modi assai diversi rispetto ai loro coetanei del passato: sono lettori “rapsodici e frammentari”, abituati ad associazioni e a salti tra più testi più che a ragionamenti di tipo deduttivo o induttivo e che devono essere messi in grado di ripristinare “i valori gerarchici” delle informazioni disponibili in Rete. L’esatto contrario della lettura intensiva, silenziosa e in profondità di testi di certificata autorità e veridicità, che ci rendevano la vita scolastica sicuramente più semplice – tutto era racchiuso ogni anno al massimo in una quindicina di testi – e che forse richiedeva un più basso livello di spirito critico. Secondo Affinati l’insegnamento, la trasmissione di conoscenza e di memoria storica passa dalla capacità degli insegnanti di “trasformare la lettura di un testo, non in un compito da svolgere, ma in un evento conoscitivo”. Ripensare il modo di “porgere” i testi ai nativi digitali è una sfida non da poco ma da cui passa la possibilità, in futuro, di mantenere ancora viva le parole dei testimoni e la memoria di quei duecento bambini che 69 anni fa furono deportati ad Auschwitz.

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