La mia bandiera: per una storia completa della Resistenza antifascista

di Andrea Hajek

Parlando della memoria privata del ’68 in Italia, John Foot ha sostenuto – nel suo contributo al ricco volume Memories of 1968 del 2008 – che alcuni silenzi individuali, collettivi e storici si fondano su aspettative rispetto a ciò che andrebbe ricordato o, al contrario, dimenticato. Nella ricerca sulla memoria collettiva, quello che viene oscurato o dimenticato – ovvero l’oblio – è un tema studiato sempre più frequentemente, in primis da Paul Ricoeur e, più recentemente, dallo sociologo Paul Connerton, tra l’altri. Tuttavia manca, con qualche eccezione (specie il lavoro di Anna Bravo), un approccio allo studio dell’oblio incentrato sulla differenza tra i sessi e che offre spunti per un’analisi più approfondita dell’esclusione o della marginalizzazione di memorie di genere nella scrittura del passato. In effetti, fino a poco tempo fa, ‘la grande maggioranza degli storici che non erano specificamente storici di donne continuavano a pensare che era perfettamente accettabile scrivere la storia senza incorporare nessun tipo di prospettiva di genere’, scrive Perry Wilson nel suo articolo sulla storia delle donne in Italia (‘Women’s history and gender history: The Italian experience’, Modern Italy, 10:2, 2006, pp. 207-231, p. 327).

Il documentario La mia bandiera. La Resistenza al femminile (2011) tenta una simile rielaborazione del passato da un punto di vista ‘altro’, forse seguendo una certa tendenza nella storiografia italiana degli ultimi anni ad indagare su quegli elementi del passato che sono rimasti nell’ombra. Tornando sul discorso del ’68, ad esempio, negli anni 2000 sono uscite varie pubblicazioni che hanno tentato di far luce sugli ‘altri sessantotti’, riflettendo una presa di coscienza della pluralità del ’68. Il ruolo delle donne nella Resistenza antifascista rappresenta un simile caso di lettura altra o ‘diversa’, in senso di diversità di genere, che con il documentario di Giuliano Bugani e Salvo Lucchese assume finalmente una dimensione pubblica. Come dice la descrizione sul cofanetto, la Resistenza non sarebbe stata possibile senza le donne, la cui adesione al movimento di liberazione costituì inoltre un’importante presa di coscienza della propria condizione, un’assunzione di responsabilità che fece uscire le donne dal contesto domestico e dunque rappresentò un primo momento di emancipazione.

Questa presa di coscienza viene raccontata da una decina di partigiane che hanno lottato nella Resistenza emiliano-romagnola: il filo narrativo ci porta dalle loro decisioni di entrare nel movimento di liberazione alle paure quotidiane di essere catturate e torturate, come è capitato alla famosa partigiana Irma Bandiera, alla quale si riferisce il titolo del documentario. Tuttavia quest’ultimo non si sofferma sull’orribile sorte dell’eroica partigiana, la più nota nella storiografia grazie anche alle vie dedicate a lei a Bologna e nell’hinterland bolognese dove fu operativa, né su quella di Gabriella degli Esposti, meno conosciuta ma pari a Bandiera in termini di coraggio e sofferenza: i dettagli degli atti di tortura a cui fu sottoposta dai nazi-fascisti fanno ancora venire i brividi. Invece, nel documentario, Bandiera diventa un punto di riferimento simbolico, un ‘luogo di memoria’ che accomuna e unisce le memorie di tante donne che – come Bandiera e Degli Esposti – rischiavano la vita al fianco dei partigiani maschi, senza però essere riconosciute dopo la fine della guerra. La loro storia rappresenta dunque un silenzio sia collettivo che storiografico, illustrato bene dalle seguenti dichiarazioni di due ex-partigiane:

Noi eravamo tutti euforici perché avevamo vinto la guerra […], ci sembrava di aver vinto tutto noi, poi invece poco alla volta ci hanno messo tutti da parte. Poco alla volta, poco alla volta, poco alla volta…

Eravamo considerate delle cose molto importanti, hai capito? E’ stato dopo che quando siamo tornate nella società siamo state deluse, perché la società non era quella che noi volevamo, e non era quella di cui…noi avevamo combattuto per averla […] Invece ritornò per un po’ di tempo la stessa situazione di prima.

Spetta alle nuove generazioni di documentaristi ma soprattutto di storici e storiche a completare la visione parziale che ci è stata trasmessa dalla storiografia classica degli ultimi 50 anni. La storia orale, in combinazione con il medium documentarista, rappresenta uno strumento particolarmente adatto per la trasmissione di una storia più completa ed inclusiva. In una ricerca che ho compiuto sulla memoria del movimento delle donne negli anni ’70, ad esempio, la storia orale mi ha permesso di identificare alcuni silenzi individuali e collettivi all’interno della memoria pubblica del femminismo riguardanti il tema della maternità, un argomento difficile per un movimento che cercò di liberare la donna dal suo tradizionale ruolo di riproduttrice di vita. In altre parole, un tema ‘misconosciuto’ dai discorsi ricorrenti che generalmente ‘contaminano’ la memoria pubblica, e che solo tramite il recupero di un io interiore non condizionato dalle memorie pubbliche dominanti riesce a manifestarsi in pieno.

One Comment to “La mia bandiera: per una storia completa della Resistenza antifascista”

  1. Ciao, leggo solo ora il tuo editoriale sul mio documentario. Ti voglio ringraziare tantissimo. Un caro abbraccio. Giuliano Bugani.

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