Siamo tutti antifascisti! Riflessioni sulla fine della politica

di Andrea Hajek

resistenza-4bd6dc7fb3f70-3629bDopo l’arrivo del governo tecnico di Mario Monti, gli scandali del finanziamento pubblico dei partiti, e il successo del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, l’entrata in scena di Matteo Renzi ha dato un’ulteriore scossa alla politica italiana. Sempre di più c’è l’impressione che l’ideologia stia scomparendo: il governo tecnico non risponde né a destra né a sinistra, ma unicamente al mercato; l’atteggiamento populista di Grillo è stato definito come anti-politico; Renzi, infine, ha giocato sull’idea del rinnovamento e di modernizzazione in una mossa non dissimile a quella con cui Silvio Berlusconi, dopo lo scandalo di Tangentopoli, riuscì ad approfittare del malcontento generale per vincere le elezioni del 1994. Una modernizzazione che passa attraverso il modello americano dei tour elettorali (con tanto di camper e slogan), dei dibattiti in TV, delle elezioni primarie. Delle ideologie di classe che animarono l’attivismo dei precursori dei nostri attuali contendenti politici si trovano poche tracce, al punto che sull’aderenza politica di Renzi (ufficialmente PD) ci si scherza sopra, sia a destra che a sinistra.

Questi recenti sviluppi rispecchiano una tendenza più generale nella società italiana, di perdita di ideologia. Non a caso il Movimento 5 Stelle – che si autodefinisce un’associazione, e non non un partito, che promuove ‘[n]on ideologie di sinistra o di destra, ma idee’ – ha avuto un grande successo: la gente è stanca di politici che rubano e fanno chiacchiere mentre il governo Monti impone nuove tasse e taglia le spese. Ma c’è di più: mi sembra che negli ultimi decenni ci sia stata una specie di ‘inflazione’ dell’ideologia, oltre ad un’esposizione eccessiva alla cattiva politica, che ha spinto le persone a prenderne le distanze. Un’inflazione che si manifesta anche a livello linguistico. Prendiamo, ad esempio, la parola ‘antifascismo’: il movimento di opposizione al fascismo. Il concetto della Resistenza antifascista è apparso controverso da subito: dopo la vittoria dei Democristiani, nel 1948, la memoria della Resistenza finì presto nel dimenticatoio, mentre l’opposizione tra fascismo ed antifascismo fu sostituito dal contrasto tra comunismo e anti-comunismo, durante la Guerra Fredda. Negli anni ’60 e ’70 la Resistenza fu recuperata in quanto fonte di legittimazione politica, soprattutto all’interno dei vari movimenti di protesta che animarono quegli anni, così come nei gruppi terroristici e di lotta armata della sinistra (su questo tema si veda il capitolo di Philip Cooke nel libro Speaking out and silencing: culture, society and politics in Italy in the 1970s del 2006, ‘A (ri)conquistare la rossa primavera: the neo-Resistance in the 1970s’).

Tuttavia, l’eredità della Resistenza antifascista – come ha dimostrato sempre Cooke nel suo recente libro, The legacy of the Italian Resistance – è rimasta complessa, in quanto la guerra civile tra fascisti ed antifascisti negli ultimi due anni della Guerra fu essenzialmente ignorata, almeno fino agli anni ’90. Con la fine della Guerra Fredda maturò inoltre la sensazione che le grandi narrazioni ideologicamente orientate sul mondo e sulla realtà fossero effettivamente giunte al termine, come annunciato da François Lyotard nella sua Condizione postmoderna del 1979. Così è proprio in quegli anni che il revisionismo storico inizia a criticare una presunta egemonia della sinistra sulla storiografia italiana del dopoguerra, impegnandosi in una ‘de-mistificazione’ di quello che definì un pregiudizio antifascista, tentando invece di creare un’imagine non-ideologica del fascismo. Questo fu in particolare il caso di Alleanza Nazionale, il partito post-fascista di Gianfranco Fini che dopo la svolta di Fiuggi, nel 1995, si dirige verso un centrodestra più moderato e liberale, fino al punto di tentare di fare propria, durante il 40° anniversario del 1968, una memoria di destra del ’68.

Questo uso politico del passato è possibile perché, rispetto ad altri paesi europei, l’Italia è rimasto un paese molto polarizzato, dove le varie memorie ‘divise’ continuano ad ostacolare rielaborazioni di momenti difficili e traumatici del passato, come la Guerra. Il valore morale della resistenza antifascista non è allora condiviso, e questo viene rispecchiato nel modo in cui viene usata la parola ‘antifascismo’: più che una denominazione neutra per un fenomeno storico, la parola ‘fascismo’ diventa – per alcuni – una parolaccia, e l’antifascismo un ideale da imitare; altri tentano di smitizzarlo sollevando questioni etiche sugli incidenti di violenza da parte dei partigiani antifascisti a fine guerra. Finora i tentativi per superare queste differenze sono falliti: si pensi al movimento studentesco dell’Onda, del 2008, che in un primo momento si dichiarò antipolitico. Invece, dopo gli scontri – il 28 ottobre 2008 – di Piazza Navona, con gli studenti di estrema destra di Blocco Studentesco, l’Onda adottò un’impostazione esplicitamente antifascista, gridando ‘siamo tutti antifascisti’ in corteo.

Ma più che una vera e propria presa di coscienza sul valore dell’antifascismo, credo che questo incidente rifletta un tentativo di distanziarsi dagli studenti di destra, di creare una linea di divisione che non è necessariamente coltivata da un senso storico e morale della lotta antifascista. Un po’ come il vecchio Partito Comunista Italiano negli anni ’70, quando cercò di prendere le distanze dai movimenti di protesta alla sua sinistra, nei momenti in cui la sua identità di partito democratico venne messa in discussione. Dopo l’uccisione a Bologna, nel 1977, di uno studente di sinistra durante scontri con la polizia, ad esempio, l’amministrazione comunista della ‘città rossa’ tentò di distogliere le responsibilità (fattuali e/o morali) di questo incidente faccendo passare gli studenti del movimento, nella stampa, come dei fascisti.

Tornando all’Onda, il fatto che si debba creare questo senso di differenza ed opposizione facendo ricorso ai vecchi temi della Resistenza antifascista, 60 anni or sono, dimostra quanto le memorie del passato siano tuttora divise. Inoltre, credo che il ricorso alla memoria antifascista da parte del movimento dell’Onda, sia tramite lo slogan di cui sopra ma anche nel cantare della famosa canzone partigiana, Bella ciao, riveli una specie di ‘mercificazione’ di questo passato che si può rilegare all’inflazione dell’uso di parole come fascismo e antifascimo, dunque non in quanto termini storici, ma in quanto elementi identificatori, polarizzanti e politicizzanti che mettono in diretto contrasto nonché in competizione gli interlocutori, di conseguenza chiudendo ogni possibilità di dialogo e di rielaborazione critica del passato. Un simile meccanismo riguarda l’utilizzo del termine ‘anni di piombo’, che ho discusso in un articolo precedente (‘L’errore di nascondersi dietro ai “fantasmi armati” degli anni ’70’). Carmela Lettieri ci spiega, nel suo articolo ‘L’Italie et ses Années de plomb. Usages sociaux et significations politiques d’une dénomination temporelle’ (Mots. Les langages du politique 87, pp. 43-55), come negli anni ’90 questo termine appariva spesso nei titoli di saggi, romanzi e altre opere culturali che, però, avevano poco a che fare col contesto politico in cui il termine ‘piombo’ è collocato. Si potrebbe dunque parlare, come nel caso di ‘antifascismo’, di un’inflazione linguistica.

Se queste parole, e con esse le idee che ci stanno dietro, perdono il loro senso storico nella loro trasformazione in termini preconcetti e ‘mercificati’, si crea un vuoto di memoria che impedirà di trarre lezioni dal passato. Non sarà certo l’antipolitica o il ricambio generazionale a compensare la mancanza di una prospettiva anche ideologica, nella ricerca di una soluzione per l’attuale crisi finanziaria, sociale e politica.

2 commenti to “Siamo tutti antifascisti! Riflessioni sulla fine della politica”

  1. Che la semantica delle parole si modifichi nel tempo è fenomeno normale e ampiamente documentato. Più interessate è capire il motivo per cui ciò avviene. E allora se appare evidente che il significato dei termini fascista e antifascista siano mutati nel tempo svincolandosi dai casi storici che li avevano generati, più difficile è capire quali sono state le congiunture storiche, politiche e sociali per cui ora questi termini significano altro. Credo che sia attraverso questa identificazione che saremo in grado di riagganciarci alla storia e a non perdere la memoria.

  2. L’intento dell’articolo non era di mostrare che la semantica delle parole ‘fascismo’ ed ‘antifascismo’ è cambiata. L’articolo non dice nemmeno questo: spiega non tanto che il significato originale delle due parole sia cambiato ma che (e perché) non c’è proprio più, cioè i due termini sono stati ‘svuotati’ appunto per via dell’inflazione linguistica e della ‘mercificazione’ del passato di cui parla l’articolo. In altre parole, essi vengono strumentalizzati perché ritenuti rappresentativi di qualcosa o del suo contrario (nel caso citato, ‘democrazia’ per gli studenti dell’Onda che gridavano ‘siamo tutti antifascisti’ in conrapposizione ai manifestanti di destra con cui non volevano essere associati, e dopo che avevano dichiarato – all’inizio delle manifestazioni – di essere né di sinistra né di destra). L’antifascismo ‘serve’ dunque per contrastare qualcosa senza che ci si identifichi per forza con la Resistenza o con i valori storici della sinistra in generale. Questo succede perché l’ideologia si è persa.

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