L’ultima guerra coloniale d’Europa

di Giuditta Bassano

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Ieri, il 20 gennaio, è stato il quarantesimo anniversario della morte di Amìlcar Cabral. Cabral era un intellettuale capoverdiano, che fondò in Guinea, nel 1956, il PAIGC, principale canale di resistenza della Guinea e di Capoverde all’offensiva del Portogallo in quella che è stata l’ultima guerra di un paese europeo contro i moti d’indipendenza delle sue colonie africane. Il prossimo anno, salvo imprevisti, potremo celebrare il quarantennio della fine di questo tipo di conflitti nel continente europeo. Ma rispetto alla narrazione ‘estera’, europea, della guerra coloniale portoghese, gli elementi d’interesse per un’analisi semiotica della memoria di questi fatti sono ancora troppi.

 Riprendiamo da una nota di Maria Josè de Lancastre, traduttrice in italiano di Antonio Lobo Antunes – maggiore autore portoghese insieme a Jose Saramago, in chiusura alla sua traduzione di Os cus de Judas – (In culo al Mondo, Feltrinelli, 2009).

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Maria Jose de Lancastre offre un sommario in italiano di quella narrazione:

La guerra che il Portogallo sostenne in Angola, Mozambico, Guinea portoghese, dal 1961 al 1974, è l’ultima guerra coloniale europea. Essa costituì senza dubbio l’avvenimento più drammatico vissuto dal Portogallo nella seconda metà de XX secolo e al contempo un radicale cambiamento per il continente africano dove quattro Paesi conquistano l’indipendenza dopo cinque secoli di dominio (con i primi tre anche l’arcipelago di Capoverde, che, pur non avendo vissuto la guerra sul proprio territorio, diviene indipendente). (..) Nel corso della lunga guerra il Portogallo godette dell’appoggio economico e militare, anche se non dichiarato, dei paesi della NATO, ad eccezione di Olanda e paesi scandinavi. L’atteggiamento degli Stati Uniti, condizionati dall’interesse di una strategica base aerea nelle Azzorre, fu ambiguo, soprattutto durante il mandato di Nixon. Grandi aiuti vennero dal Sudafrica dell’apartheid e dalla Rhodesia, mentre i movimenti di liberazione d’ispirazione marxista [fra cui quello di Cabral, n.d.a.] ricevettero aiuti dall’Unione Sovietica. Uno smacco diplomatico di carattere internazionale per il Portogallo fu l’udienza che Paolo VI concesse nel luglio del 1970 ai leader dei tre principali movimenti di liberazione, Agostinho Neto per L’Angola, Amìlcar Cabral per la Guinea e Marcelino dos Santos per il Mozambico.

In tredici anni, la guerra provocò migliaia di vittime da entrambe le parti. Per il Portogallo costituì una sorta di Vietnam, una guerra non ‘sentita’ dalla gente, per la quale furono chiamati alle armi circa ottocentomila giovani, vale a dire il dieci per cento della popolazione di un paese di dieci milioni di abitanti. Morirono oltre novemila soldati portoghesi (venticinquemila i feriti, una buona parte gravemente mutilati). (..) Il 25 aprile del 1974, la sollevazione degli ufficiali che abbattè il governo salazarista, la cosiddetta ‘Rivoluzione dei garofani’, restituendo il Portogallo alla democrazia, segnò la fine della guerra(Lobo Antunes: 2009, p. 185)”.

Il salazarismo non gode in Italia, oggi, di un’attenzione pari a quella di altre vicende politiche europee legate ai fascismi del Novecento – ed è per questo doppiamente interessante osservarne la circolazione attraverso la letteratura portoghese tradotta. Il libro dentro cui appare questa nota di Maria Jose de Lancastre, “In culo al mondo”, si inscrive con altri testi di Lobo Antunes in una serie di testimonianze in prima persona della guerra coloniale portoghese – testi dove però la cornice narrativa è finzionale. Si aprono questioni che interessano una semiotica della testimonianza, rispetto al rapporto della ‘credibilità’ del testimone nella fiction e docufiction – si può pensare per esempio alla narrativa femminile palestinese, ai testi che hanno per protagonista l’architetta Suad Amiry, e in un parallelo forse anche più prossimo a un resoconto come quello di Anthony Loyd in My war gone by, i miss it so (Apocalisse criminale, Piemme, 2004), reportage in prima persona di un giornalista inglese in Bosnia e in Cecenia fra il 1991 e il 1995.

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Nel 2001 a Lisbona si è tenuto un congresso internazionale proprio su questo tema: A guerra colonial. Realidade e ficçao, i cui atti sono convogliati in un volume con lo stesso nome. Un’analisi semiotica che volesse seguire il filo della memoria del salazarismo coloniale nella narrazione europea, anche contemporanea, potrebbe proprio guardare alle traduzioni e ai paratesti culturali che circondano la lettatura portoghese basata su questo tema. Un lavoro utile per le basi di una ricerca internazionale è quello già intrapreso in Portogallo dai ricercatori del Centro di Documentazione 25 Aprile di Coimbra. Alcuni testi che sono già tradotti in italiano, oltre a In culo al mondo sono  Os Naus (Le navi, Einaudi, 1997) e Cronicas (Lettere dalla guerra, Feltrinelli, 2009) entrambi di Antonio Lobo Antunes, Autòpsia de un mar de Ruinas di Joao de Melo (Autopsia di un mare di rovine, Cavallo di Ferro, 2005), A costa dos Murmurios di Lidia Jorge (La costa dei sussurri, Giunti, 1992), Percursos: (do Luachimo au Luena) di Wanda Ramos (Percorsi: (Dal Luachimo al Luena)), Guaraldi-Aiep, 1996).

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