L’Olocausto nella cultura italiana: strategie narrative per l’autoassoluzione

di Daniele Salerno

Scolpitelo nei cuoriPer capire di cosa parliamo quando in Italia parliamo di “Olocausto” o “Shoah” forse dobbiamo cominciare dalle copertine e dai titoli delle due edizioni del libro di Robert Gordon, professore di cultura italiana contemporanea all’università di Cambridge: quella inglese, The Holocaust in Italian Culture 1944-2010, e quello italiano, Scolpitelo nei cuori. L’Olocausto nella cultura italiana (1944-2010), appena pubblicato da Bollati Boringhieri. Le differenze nel titolo e nella copertina esemplificano alcuni dei punti sollevati dall’importante ricerca dello studioso inglese. Per porgere l’opera a un pubblico italiano non accademico, l’editore, che nella bandella si interroga sulla relazione tra quell’evento storico e la “nostra dimensione culturale condivisa”, ha forse ritenuto necessario il richiamo alla dimensione emotiva (i cuori), vittimaria (il ritaglio di un documento che si riferisce a una singola vittima ebrea) e a quel dovere al ricordo (Scolpitelo) cui siamo chiamati nel giorno della memoria, rielaborando un verso della poesia di Primo Levi.
Per capire il perché di queste scelte traduttive e paratestuali, dobbiamo proprio immergerci nell’opera di Gordon che sembra rappresentare sin da subito un nuovo e fondamentale punto di riferimento nel campo degli Holocaust Studies in Italia.

Holocausti in Italian Culture

Se infatti è vero, come sostiene Anna Foa, che la memoria dell’Olocausto in Italia si è assestata e ha raggiunto una sua solidità strutturale, allora il libro di Robert Gordon rappresenta al momento il più importante e completo studio delle forme culturali assunte, all’interno della cultura italiana, dalla narrazione del genocidio ebraico. Lo studioso inglese passa in rassegna e mette ordine in un’enorme quantità di materiali, collocandoli all’interno di un’ideale mappa che Gordon chiama nel terzo capitolo “campo culturale”. In questo senso l’autore compie di volta in volta due importanti operazioni metodologiche: prima analizza  l’oggetto attraverso una lettura ravvicinata e poi, allargando lo sguardo, lo colloca all’interno delle dinamiche più generali che caratterizzano la cultura italiana e la “storia della memoria dell’Olocausto” nelle  sue varie fasi storiche.

E dobbiamo partire prima di tutto da un dato: l’Olocausto non è stato riconosciuto immediatamente come un evento fondamentale e come una cesura nella storia delle civiltà occidentali; né fu riconosciuto come evento “ebraico” e autonomo rispetto alle narrazioni resistenziali italiane. Così dopo il biennio 1945-1947, in cui Gordon conta la pubblicazione di cinquantacinque testi che raccontano e documentano lo sterminio degli ebrei, si assiste a un sostanziale silenzio dei testimoni che dura almeno fino al 1959. Quei due anni saranno tuttavia importanti: molti dei testi pubblicati in quel breve arco di tempo, tra cui Se questo è un uomo (pubblicato da Francesco De Silva nel 1947 a seguito del rifiuto di Einaudi), verranno ripubblicati tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta quando probabilmente l’opinione pubblica italiana sarà pronta ad ascoltare quelle storie e quando i ricordi dell’Olocausto avranno trovato le parole per divenire memoria pubblica e trasmissibile dai testimoni oculari “di prima mano” ad altri e nuovi narratori non-testimoni (dal Guccini di Auschwitz negli anni Sessanta, fino alla post-memoria di Helena Janeczek con Lezioni di tenebra e La vita è bella di Roberto Benigni negli anni Novanta).

Se questo è un uomo

Nei primi anni del dopoguerra i testimoni e i sopravvissuti vogliono lasciarsi alle spalle la guerra e contemporaneamente hanno la necessità di confrontarsi con la rovente materia rappresentata dai ricordi dei campi di sterminio. Per questo hanno bisogno di costruire un repertorio di stilemi, immagini e figure attraverso cui comunicare l’esperienza concentrazionaria: c’è chi, come Primo Levi, forgia quel linguaggio a partire da Dante, come ci ricorda Gordon ricostruendo le letture e la biblioteca dello scrittore torinese nel capitolo a lui dedicato. Ma c’è anche un altro fattore che impedisce alla storia dello sterminio di definirsi come “ebraica”: l’anti-semitismo italiano che, a dispetto della vulgata che lo vuole di “innaturale” importazione tedesca, sopravvive sia alle leggi razziali che al regime fascista. Gordon cita a proposito I pavidi, libro del 1946 del futuro presidente del Senato Cesare Merzagora, e prefato da Benedetto Croce: in quel testo, pur nella condanna delle persecuzioni, sia l’uomo politico che il filosofo esortavano gli ebrei sopravvissuti a reintegrarsi tra gli italiani, abbandonando una “cultura religiosa barbarica e primitiva” e rinunciando a qualsiasi rivendicazione di “privilegi o preferenze” per ciò che avevano patito in quei quasi dieci anni.

Così l’Olocausto, durante quasi tutti gli anni della Guerra Fredda, sarà compreso soprattutto nel quadro della narrazione della Resistenza, da cui si renderà autonomo solo alla fine degli Ottanta, a causa sia del declino  della narrazione resistenziale sia di fenomeni transnazionali più complessi, di cui Gordon rende conto nel penultimo capitolo del suo libro, accelerati a seguito degli eventi del 1989. Emblematica qui è la ricezione da parte della opinione pubblica italiana dell’opera di Primo Levi, che diverrà a tutti gli effetti “testimone ebreo” soprattutto in seguito all’opera di promozione, ed “etichettamento”, compiuta negli Stati Uniti da autori come Saul Bellow e Philip Roth.

Primo Levi nel 1942

Primo Levi nel 1942

Ma, come nota Marco Belpoliti, a rendere questo libro importante è soprattutto l’ottavo capitolo, dedicato alla “zona grigia” e al mito degli “italiani brava gente” (di cui abbiamo parlato lo scorso anno recensendo il libro di Emiliano Perra). L’Olocausto diviene nei fatti una narrazione che mette alla prova lo stereotipo del buon italiano e in cui entrano in gioco le definizioni storiche di “fascismo”, “antifascismo” e “carattere nazionale”. Il capitolo descrive le strategie narrative attraverso cui gli italiani si sono autoassolti dalla corresponsabilità storica dello sterminio ebraico (e sarebbe interessante in questo senso inserire le riflessioni nel quadro interpretativo delineato da Valentina Pisanty in Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah).

In primo luogo la narrazione del “buon italiano” funziona in sistema con la figura del “cattivo tedesco” (come già evidenziato nei lavori di David Bidussa e nel nuovo libro di Filippo Focardi Il cattivo tedesco e il bravo italiano), cui viene imputata l’origine delle leggi razziali del 1938, subite in nome dell’alleanza con Hitler. In secondo luogo la narrazione dell’Olocausto in Italia viene polverizzata in una miriade di eroici casi individuali che, seppur storicamente reali ed encomiabili (come nel caso di Giorgio Perlasca), vengono utilizzati per negare la colpa storica dell’aver condiviso il disegno di sterminio nazista e di fatto per assolvere il Fascismo. In terzo luogo si tratta della paradossale inversione di segno nella rappresentazione dei “vizi nazionali”, che aiutano l’italiano a preservare la propria integrità morale personale: l’indolenza, l’opportunismo, l’abilità a fingere, ingannare e corrompere divengono i granelli di sabbia attraverso i quali il buon italiano (dall’anonimo vicino di casa al buon fascista) sarebbe riuscito a inceppare la macchina di sterminio nazista.

Infine, e più importante, il mito del buon italiano viene rafforzato con un uso strumentale dalla categoria, coniata da Primo Levi ne I sommersi e i salvati, di “zona grigia”, che lasciò perplesso lo stesso scrittore torinese: importanti e autorevoli figure come Giorgia Bocca e Renzo De Felice sembrano vedere nella zona grigia di Levi, declinata italianamente, un elemento di  benefica inerzia che di fatto intralcia il disegno nazista e assolve gli italiani da qualsiasi colpa storica nello sterminio. Queste strategie narrative, nel corso degli anni Novanta, vanno gradatamente a sostituirsi al quadro resistenziale che nei quarant’anni precedenti aveva salvato la coscienza italiana dalla colpa dello sterminio, facendo scivolare la  narrazione dalla dimensione ideologica e collettiva a quella morale e personale.

Monumento a Birkenau

Il monumento alle vittime nel campo di sterminio di Birkenau

Il libro di Gordon, come dicevamo all’inizio, rappresenta indubbiamente un punto di riferimento importantissimo per muoversi in questa “storia della memoria” ormai lunga quasi settant’anni. Ha tuttavia il limite di non aver analizzato i silenzi che una corretta caratterizzazione dello sterminio nazista nella sua dimensione “ebraica” ha provocato: in che posto la cultura italiana ha confinato la memoria delle persecuzioni degli altri untermensch, gli altri sub-umani nella terminologia nazista, come gli slavi, i Roma, i sinti, i testimoni di Geova e gli omosessuali? Si tratta di memorie con cui la cultura, non solo italiana ma transnazionale, fa ancora fatica a confrontarsi, come dimostra la difficoltà di inserire un monumento per le vittime Roma e sinti nella geografia commemorativa berlinese.

Robert Gordon sarà alla Scuola Superiore di Studi Umanistici dell’Università di Bologna il 28 marzo 2013 e terrà una lezione sul tema Fields of Cultural Knowledge: la Shoah nella cultura italiana

Altri post sul tema:

Omocausto. L’oblio della vergogna
–  Italiani brava gente: l’Olocausto e la negazione della responsabilità italiana al cinema e in TV

6 Responses to “L’Olocausto nella cultura italiana: strategie narrative per l’autoassoluzione”

  1. Mi chiedo come si possano inquadrare, in questo contesto, gli IMI, gli Internati Mlitari Italiani, quelli che preferirono finire nei lager, e in molti casi morirono, perché dopo l’otto settembre rifiutarono di combattere a fianco dei tedeschi. Su di loro, sostanzialmente, il silenzio dura ancor oggi. Ne morirono cinquantamila.

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