Oltre il Sessantotto: dopo maggio, il riflusso

di Andrea Hajek

apres maiQuest’anno il Sessanotto compie 45 anni. Superata la soglia dei 40 anni, quando i riti di commemorazione dell’annus mirabilis raggiunsero l’apice, forse nel 2013 si potrà finalmente tracciare una linea divisoria tra storiografia e memorialistica? Intanto, alla 69a Biennale di Venezia, nell’estate del 2012, fu presentato un film che affronta la memoria del ’68 da un punto di vista diverso. Après mai (‘Qualcosa nell’aria’, nell’edizione italiana) di Olivier Assayas, classe 1955, racconta la storia di un gruppo di liceali e militanti di sinistra, in una periferia di Parigi, negli anni ’70. Tutto in questo film sembra voler spostare l’attenzione dal famoso ‘maggio francese’ a quel periodo che, come dice lo stesso regista, è sempre rimasto al margine della storia: ‘Sono cresciuto durante gli anni Settanta, non li ho scelti ed è verso di loro che torno. Questo periodo violento, confuso, contraddittorio, sovrastato dall’ombra del maggio 1968, continua a essere oggetto di malintesi’.

In effetti, il film – il cui titolo francese si riferisce esplicitamente al periodo del ‘dopo’ maggio – si svolge nei primi anni Settanta e non nella Parigi della cosiddetta ‘Marianne de mai’, l’icona globale del ’68 (si vedano gli articoli di Antonio Benci e di Audrey Leblanc), ma in periferia. Il protagonista Gilles addirittura abita in un paesino di campagna, con tanto di galline e masserie. Chi si aspetta di vedere dei giovani con viso coperto combattere la polizia da dietro le barricate rimarrà deluso: solo le primissime immagini ci riportano nel clima sessantottesco di manifestazioni e cariche di polizia. Il resto del film segue il percorso che porta Gilles ad allontanarsi dalla politica. Quasi come se il regista volesse fare l’occhiolino al mito del ‘maggio’ francese, per poi portare lo spettatore in una storia completamente diversa, quasi opposta.

Negli ultimi anni, alcune ricerche sul Sessantotto hanno cominciato a guardare ‘oltre’ il maggio francese: in The Spirit of ’68: Rebellion in Western Europe and North America (2007), ad esempio, lo storico Gerd-Rainer Horn sposta l’attenzione su alcune proteste che ebbero luogo in altre città francesi e nel corso degli anni ’70, ma si veda anche il lavoro svolto da Robert Gildea nell’ambito di un recente progetto di storia orale sul ’68 in Europa, Around 1968. Activism, Networks, Trajectories. Questo non vale solo per il caso francese: anche altrove gli studiosi hanno iniziato a ‘decentralizzare’ la memoria del Sessantotto, specie Sofia Serenelli nella sua ricerca sull’esperienza del Sessantotto in una comunità hippy a Macerata. In modo simile, i protagonisti non sono più esclusivamente gli studenti comunisti e di sinistra: Stuart Hilwig, l’autore recentemente scomparso di Italy and 1968: Youthful Unrest and Democratic Culture (2009), ha intervistato i genitori di studenti sessantottini in Italia.

Nel suo film, Assayas riesce a visualizzare questo periodo un po’ dimenticato, ‘schiacciato’ dalla memoria dominante del 1968. Eppure il Sessantotto c’è, ma non è quello politico: è un Sessantotto esistenziale e generazionale. Quello dell’amore libero e degli hippies, dei viaggi on the road, dell’arte sperimentale e del conflitto familiare. Il tutto accompagnato da una colonna sonora forte e caratteristica di quei tempi. Ma il prendere le distanze dal Sessantotto politico è evidente soprattutto nella scelta del protagonista Gilles di staccarsi dall’ideologia, nel corso del film, lasciandosi con la compagna di lotta, Christine, per seguire il suo primo amore Laure – artista come lui – in Inghilterra, dove pochi anni dopo sarebbe arrivata al potere la Iron Lady. La separazione da Christine è esemplare: i due si lasciano durante un viaggio in Italia, il pease politicamente più agitata negli anni Settanta e forse l’unico luogo in grado di ri-accendere la militanza evanescente di Gilles. E invece no. Gilles decide di seguire la sua vena artistica, partendo per Londra verso la fine del film, al contrario di Christine il cui impegno politico cresce durante il viaggio, al punto da aggregarsi ad un gruppo di cineasti francesi i cui documentari ideologi, di ispirazione neorealista, sono l’esatto contrario di quello che Gilles sogna di fare.

Nemmeno la rottura generazionale rimane in piedi nel film di Assayas: nonostante Gilles critichi fortemente il lavoro del padre sceneggiatore per la televisione, il film si conclude con il suo ingresso nel mondo della televisione commerciale. Anche il mito dell’amore libero, infine, viene disfatto quando la ragazza dell’amico di Gilles, l’eccentrica figlia hippy di un ambasciatore americano, decide di abortire all’estero e rinuncia – soffrendo di rimorsi di coscienza – alla sua vita sessantottina per dedicarsi allo studio. Après mai sembra allora raccontare il ‘riflusso’ che ha marcato la generazione dello stesso regista, cresciuta sulla scia della rivoluzione mancata. C’è, in effetti, da dire che il film contiene molti elementi autobiografici, ma è anche vero che negli anni Settanta la Francia non ha avuto né grandi movimenti di protesta, né problemi seri di terrorismo come l’Italia o la Germania: lo strano attentato a cui partecipa Gilles verso la fine del film, un elemento quasi ‘gratuito’ (come dice anche questa recensione), serve probabilmente come riferimento al fatto che alcuni della generazione di Gilles hanno scelto la strada della violenza.

Il film riesce dunque a dare un ritratto complessivo della generazione che ha dovuto convivere con la sconfitta del Sessantotto politico. Giocando sull’aspettativa dello spettatore – cioè di vedere un film sul ‘maggio 68’ – che viene invece disattesa, Après mai crea un effetto di disorientamento che è rafforzato dall’insolita localizzazione (non a Parigi ma in periferia, in campagna, in Italia e in Inghilterra). Putroppo questo non rende il film affascinante: scorre un po’ lento, lasciando lo spettatore in dubbio su ciò che deve portare con sé del film. L’onnipresente colonna sonora così come l’esplicita messa in scena della cultura e dei stili di vita sessantottini a volta danno fastidio. Nonostante la buona intenzione di Assayas di raccontare una storia ‘altra’ del ’68 e della sua eredità, si ha l’impressione di un tentativo soprattutto di vendere – o ‘mercificare’ – gli anni della (post-)ribellione.

2 Responses to “Oltre il Sessantotto: dopo maggio, il riflusso”

  1. siamo molto vicini come idea, anche io ho percepito la pellicola come alcune delle tue stesse idee.

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