Correva l’anno 1977

di Andrea Hajek

francesco e vivoCorreva l’anno 1977.
L’11 marzo viene ucciso a Bologna Francesco Lorusso. Siamo nel bel mezzo di un periodo delicato in cui il Partito Comunista Italiano, dopo il grande successo alle elezioni nazionali dell’anno precedente, cerca di controllare un nuovo movimento studentesco in fermento. Fino al marzo 1977 non succede molto nella ‘città rossa’: ci sono gli indiani metropolitani, i graffiti colorati sui muri di via Zamboni, le riviste underground di Bifo e il grande drago del DAMS. Poi, l’8 marzo, un corteo di donne viene duramente attaccato dalla polizia. Pochi giorni dopo morirà Francesco Lorusso: simpatizzante dell’ormai sciolta Lotta Continua e studente di medicina promettente, impegnato nel campo dell’assistenza sociale, di madre insegnante e padre generale dell’esercito. Ma non importa chi era Lorusso: serviva un morto per fermare una ribellione troppo compromettente per il Partito Comunista, almeno così dicono i più paranoici.

Il carabiniere che sparò a Lorusso, quel fatidico venerdì, venne poi assolto in base alla legge Reale, che legittimò l’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine in situazioni di pericolo. Il caso fu archiviato, e da lì a poco, il Movimento del ’77 si scioglierà definitivamente.

Tuttavia, la ferita rimane aperta, nonostante i tentativi continui di vari ‘gruppi di memoria’ di far riaprire le inchieste e di giungere a qualche forma di giustizia, di verità storica o perlomeno a un riconoscimento ufficiale. Sono stati soprattutto la famiglia e l’Associazione Pier Francesco Lorusso a cercare di mantenere viva la memoria dello studente ucciso, promuovendo una ‘contro memoria’ – nelle parole di Michel Foucault – che si opponeva alla memoria ufficiale secondo cui il carabiniere era stato costretto a sparare per difendersi. Fu significativo soprattutto l’impegno dei genitori e del fratello Giovanni, che subirono un trauma sia personale che pubblico, il loro dolore intimo essendo esposto ai giudizi morali della stampa e della comunità intera; la reazione di quest’ultima, unita al fallimento delle istituzioni nell’ascoltare la voce dei genitori e al rifiuto ad assumersi la propria parte di responsabilità nei ‘fatti di marzo’, contribuì dunque all’impatto traumatico che ebbe la vicenda sui Lorusso.

La situazione della famiglia Lorusso è diversa da quella dei parenti riuniti nell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, che secondo Anna Lisa Tota  portano ‘l’onere di essere uniche depositarie legittime della versione “vera e giusta” del passato’ (2003, p. 136). In altre parole, questi ultimi hanno lo status di ‘promotori di verità’ che non è stato invece concesso ai genitori di Francesco Lorusso, anche se essi hanno dato prova di un vero e proprio dovere etico di mantenere viva la memoria del marzo 1977. Questa differenza si spiega con il fatto che Lorusso è una figura molto più controversa rispetto alle vittime della strage alla stazione di Bologna, e la sua morte è più facilmente contestabile o condannabile da un punto di vista ufficiale. In altre parole, non c’è mai stato un vero consenso pubblico rispetto alle condizioni in cui è morto Lorusso, né rispetto alla natura del movimento studentesco.

Tuttavia, nel corso dei primi anni, le autorità così come alcuni (partiti) politici locali spesso sostennero la famiglia nella sua lotta, come durante l’anniversario del 1980, quando lo stesso sindaco di Bologna – Renato Zangheri – sottolineò l’importanza di una riapertura dell’inchiesta ‘per capire, per restituire a ciascuno la sua responsabilità, per trarre una lezione dai fatti’. Nel 1981, 1982 e 1984 alcuni deputati di sinistra tentarono addirittura di aprire un’indagine parlamentare attraverso una commissione di inchiesta sui fatti del marzo 1977. Va notato, però, che in queste occasioni Lorusso fu spesso ‘privato’ della sua ideologia e compreso tra le vittime di violenza politica più in generale, soprattutto dopo la strage di Bologna del 1980, mentre le circostanze in cui egli era stato ucciso così come il mancato processo furono ignorati. La memoria del marzo 1977 venne allora inserito nell’immaginario collettivo della città, ma senza l’accettazione di alcune responsabilità morali: gli amministratori e i dirigenti del Partito Comunista tentarono così di avviare un processo di riconciliazione con quella parte della comunità rappresentata specialmente dalle giovani generazioni della sinistra alternativa, e di riconquistare degli spazi e dei poteri politici.

Un terzo ‘agente’ di memoria che ha tentato di avere giustizia e verità storica sui fatti di marzo è stata l’Associazione Pierfrancesco Lorusso, sulla quale ho scritto in un’altra sede. Qui mi limito a citare un ultimo protagonista in questa storia: il Movimento del ’77 e i compagni di Lorusso. Poco dopo l’accaduto, questi ultimi fecero affiggere una lapide abusiva in via Mascarella, nel luogo in cui Lorusso fu colpito dalle pallottole. Qui Lorusso non viene ricordato tanto come persona, ma come simbolo della lotta per un ideale condiviso dall’intero Movimento. In questo senso il vero soggetto della frase non è Lorusso ma lo stesso Movimento: ‘I compagni di Francesco Lorusso […] sanno che la sua idea di uguaglianza di libertà di amore sopravviverà ad ogni crimine. Francesco è vivo e lotta insieme a noi’. Questa scelta rispecchia anche la posizione del Movimento del ’77 rispetto all’idea della morte, come spiega uno dei suoi protagonisti: parlando della commemorazione annuale dell’11 marzo, egli afferma che c’era una specie di pudore, ‘nel senso…che nessuno ha mai voluto costruire la “commemorazione”, perché…non ci appartiene, non è il “commemorare”; è tener viva, come dire, una memoria, essere presenti, ma la commemorazione non ci piace’ (intervista con Mauro Collina). Questa visione della morte è illustrata ovviamente nello slogan finale ‘Francesco è vivo e lotta insieme a noi’, quasi una negazione del fatto che un membro del gruppo non ci sia più. Allo stesso tempo, però, il testo venne inciso su una lapide di marmo, che riporta a un rituale piuttosto tradizionale di commemorazione dei morti, e che ricorda le tante lapidi dedicate ai martiri della Resistenza a Bologna. La forma convenzionale e classica della lapide sembra essere stato scelta nel tentativo di creare una memoria pubblica della morte di Lorusso più facilmente ‘condivisibile’ dalla comunità in generale, mentre il testo rifletteva invece il reale stato d’animo del movimento studentesco, che servì a rinforzarne il senso di comunità e di identità del Movimento più specificamente.

Un luogo di memoria più spontaneo è stata la lastra di vetro che copre i fori delle pallottole su un muro vicino al luogo dove cadde per terra Lorusso, in via Mascarella. Prima che fosse messa la lastra, i fori rischiavano di sparire e la memoria di quel luogo di essere cancellata, quando l’edificio venne restaurato. Grazie all’intervento di Mauro Collina i lavori vennero fermati e il comune mise una lastra di vetro. Questo dimostra che un luogo di memoria in sé non basta per mantenere viva la memoria.

In parte i rituali pubblici di commemorazioni evitano che queste memorie vadano perse. Sin dal 1978, ad esempio, la morte di Lorusso è stata ricordata – ogni anno nel giorno dell’anniversario – con una breve cerimonia davanti alla lapide in via Mascarella. Alla cerimonia faceva da contraltare un grosso corteo del Movimento, che si teneva nel tardo pomeriggio e che simboleggiava il rifiuto della commemorazione tradizionale in via Mascarella. Durante il corteo si poteva inanzittutto denunciare pubblicamente l’ingiustizia fatta sia a Lorusso che ai militanti arrestati, promuovendo così una contro memoria così come una riflessione sulla morte di Lorusso in quanto dolore pubblico. Ma il corteo permetteva anche di affrontare problematiche attuali, e di rinforzare il senso di appartenenza a un gruppo: esso, dunque, era un’occasione non solo per ricordare Lorusso, ma soprattutto per ridefinire l’identità politica dei settantasettini, un aspetto che conferma la tesi secondo la quale la condivisione di un certo passato significa allo stesso tempo la costruzione di un’identità collettiva.

Se la morte di Lorusso venne a rappresentare un ‘momento unificante e formativo’, gli anniversari provocarono tuttavia delle spaccature all’interno della sinistra antagonista di Bologna. Inoltre, nel corso degli anni i cortei vedevano una partecipazione calante. La memoria diretta dei fatti di marzo iniziò a sbiadire, mentre aumentarono le polemiche sui vari luoghi di memoria da dedicare a Lorusso. In altre parole, la memoria ‘comunicativa’ dei fatti di marzo fu sostituita da una memoria artificiale e meno spontanea, dove l’accento fu spostato sul modo in cui bisognava commemorare Lorusso. Cambiarono anche gli attori: i cortei erano ormai partecipati dai rami più radicali della sinistra bolognese, per i quali l’11 marzo divenne un’occasione per creare o rafforzare la propria identità collettiva.

Nel 1997, questa evoluzione sfociò in un vero e proprio conflitto generazionale. Ancora prima che il corteo annuale partisse, gruppi di studenti in polemica con l’università per la ristrutturazione di una mensa contestarono la testa del corteo con i leader storici del settantasette. Seguirono piccoli incidenti, poi, quando il corteo arrivò nei pressi di una libreria Feltrinelli, alcuni giovani misero in atto un ‘esproprio proletario’, scontrandosi fisicamente con gli ex-settantasettini che cercavano di fermarli. L’esproprio fu denunciato con forza da questi ultimi, secondo i quali i giovani responsabili avrebbero ereditato ‘solo ciò che la comunicazione del ’77 ha dato: le vetrine rotte, gli incidenti. Non certo i contenuti che c’erano dietro, le proposte sul lavoro, le istanze dei non garantiti’ (Diego Benecchi in un’intervista sul quotidiano Il Resto del Carlino).

L’incidente rivelò, tutto sommato, una frattura netta tra due generazioni, espressa forse meglio nell’uso da parte dei giovani del tipico slogan del settantasette, ‘via via, la nuova polizia’, contro i settantasettini stessi. L’autorità dei testimoni e dei protagonisti diretti dei fatti di marzo fu dunque messa in dubbio dai giovani, secondo i quali ‘i fatti di marzo non sono un’esclusiva di chi c’era’. In altre parole, i giovani iniziarono a rivendicare una propria memoria del 1977 che simboleggiava una lotta più generale allo Stato e al ‘sistema’, un ‘luogo di memoria’ nel quale convergevano tutte le vittime del sistema.

Con la nascità del movimento no global, Lorusso divenne anche un simbolo della pace. Durante l’anniversario dell’11 marzo del 2003, in pieno clima anti-guerra, sotto la lapide venne appesa la bandiera arcobaleno della pace, mentre il padre di Lorusso sottolineò l’importanza di commemorare l’11 marzo ‘in questo periodo di ritrovato slancio del sentimento pacifista, per il quale si batteva anche Francesco’. Questi ultimi casi dimostrano come i vari momenti del ricordo si intrecciano e si accumulano, e come esso sia dunque un processo continuo e una ‘negoziazione fluida tra i desideri del presente e le eredità del passato’, nelle parole di Jeffrey Olick. Queste eredità sono state appropriate e utilizzate da diversi gruppi sociali e per dare una risposta ai propri bisogni nel presente, che sia la lotta contro il terrorismo, contro l’università o contro la guerra in Iraq. Secondo me l’unico modo per tenere viva la memoria è proprio quello di inserirla nel contesto attuale, di riattivarla continuamente. Non bastano i monumenti e le lapidi, pur essendo fondamentali nel rendere pubblico e dunque condiviso un dolore privato, che nel passaggio da memorie personali a memorie collettive riescono a trasmettere un dovere etico di ricordare. Tuttavia, sono memorie ‘morte’ che hanno senso ‘soltanto se [riescono] a mantenere viva la memoria interiore’, come ha detto Norberto Bobbio, e che rischiano di sparire nel paesaggio urbano se non vengono riattivate, con frequenza, tramite rituali pubblici di commemorazione ma anche di protesta contro problemi e ingiustizie attuali. Perché ricordare quel che è stato non significa solo parlare di morti, di come sono morti e perché. Bisogna anche capire quello che significano per noi oggi e domani. Come qualcuno ha scritto, qualche anno fa, su un biglietto lasciato sotto la lastra di vetro in via Mascarella: ‘chi non ha memoria non ha futuro’.

Per il testo completo si veda l’articolo Tracce urbane di un conflitto permanente: La memoria pubblica dei fatti di marzo ’77, pubblicato nella rivista Etnografia e ricerca qualitativa, numero 3 (2010), pp. 329-348. Si veda inoltre il mio libro – in prossima uscita presso la casa editricie inglese Palgrave Macmillan – Negotiating Memories of Dissent. The Legacy of 1970s Student Protests in Europe.

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