Gli altri Sessantotto. Storia orale ed eredità dei movimenti

di Daniele Salerno

68Gli studi di storia orale sul ’68, letti da una semiologo e da una prospettiva semiotica, portano sempre con loro una dimensione meta-discorsiva che si agita sul fondo e ai margini della pagina: la ricostruzione delle storie, dei ricordi e delle esperienze di chi ha vissuto quella stagione  rappresenta una ricostruzione delle condizioni di possibilità politiche, sociali e ideali che hanno permesso la nascita della stessa “disciplina”. Interrogando la memoria dei giovani di allora, la storia orale sembra interrogare la propria memoria, analizzare il proprio mito fondativo e infine ricostruire la propria genealogia: una genealogia che smantella però la forma visiva e verticale che ha come modello il medievale e patriarcale albero di Jesse. La storia orale trova infatti in quel movimento epocale – che ha messo in discussione alcuni assunti epistemologici fondamentali come il rapporto tra verità e costruzione sociale, tra memoria e storia, tra pubblico e privato – le proprie ragioni.

Leggere il numero speciale di Memory Studies Challenging Dominant Discourses of the Past: 1968 and the Value of Oral History, curato da Andrea Hajek e nato da un seminario tenuto nel 2011 all’università di Warwick, ci permette appunto di apprezzare questa doppia dimensione.
Prima di tutto guardare ai modi in cui la messa in narrazione dei ricordi di quella stagione  (e i tentativi di loro messa in coerenza) modella e sovverte “i discorsi esistenti sul passato, rivelando la relazione tra memorie individuali e collettive” (Hajek, 5), producendo quelli che potremmo definire “effetti di soggettività” emergenti dai racconti. E poi saggiare, come recita il titolo del numero, “the value of oral history”. Dove si potrebbe interpretare il termine “value” in una doppia accezione: il “valore” del tipo di conoscenza che la storia orale “fornisce per comprendere il 1968” (Varriale, 105) ma anche i “valori”, sociali, politici ed epistemologici sottesi al suo discorso e scaturiti dallo stesso movimento.

L’occasione di apprezzare queste dimensioni ci viene offerta dal saggio di apertura di Bruno Bonomo: “Presa della parola: A review and discussion of oral history and the Italian 1968”. Il concetto stesso di presa della parola interroga un nodo che semioticamente possiamo ridefinire come il rapporto e il passaggio tra (auto)rappresentazione, nelle sue varie forme testuali, e rappresentanza nella sua accezione politica e sociale: il ’68 nasce appunto da un rifiuto dei sistemi stabiliti di rappresentazione e delega e dalla rivendicazione dell’atto di parola come atto politico. La presa di parola diviene così, nell’interpretazione di Michel De Certeau, una “presa della Bastiglia”.

La rassegna di Bonomo ci permette tuttavia di apprezzare anche un altro aspetto, che è il fil rouge che lega tutti i saggi successivi del numero: il ’68 ha prodotto una sua “narrazione dominante”, individuando non solo il suo “Altro” esterno (“il sistema”), ma anche le sue alterità e subalternità interne o quelle che Bonomo chiama gli “altri 68”.  Sono i ’68 dei piccoli centri urbani e degli attori “sociali, politici, istituzionali” considerati ai margini del movimento.

A un occhio semiotico, via via che si passa dalle opere fondative della storia orale – quelle di Luisa Passerini e Alessandro Portelli – a quelle di giovani studiose e studiosi come Andrea Hajek, Sofia Serenelli o il gruppo del Circolo Gianni Bosio, sembra esserci una decisa consapevolezza sulla necessità di un approccio “differenziale”.  Il senso delle memorie non può che essere compreso a partire  dalla ricostruzione del posizionamento e delle relazione che ogni narrazione  costruisce con altre narrazioni e altri discorsi, essendo la “soggettività” l’effetto di tali differenze all’interno dell’universo di discorso. Come ci dice Robert Gildea, un racconto individuale assume senso rispetto al posizionamento e alla relazione che stabilisce con la memoria culturale  (l’immagine che si è prodotta del ’68 nei testi mediatici),  la memoria collettiva (l’immagine prodotta da e su una generazione, anagraficamente intesa) e le altre memoria individuali (i ricordi di esperienze vissute da altri in prima persona).

Così la narrazione del ’68, che si è autorappresentata alla sua origine come “assolutamente altra” e “assolutamente sovversiva”, scopre di aver prodotto, nel proprio universo di discorso,  un sistema di dominio simbolico e politico, rispetto alla quale narrazioni diverse si vanno via via misurando o rispetto al quale diverse voci vengono “silenziate”.

Sull’asse io vs noi e sui processi di allineamento e scarto tra “memorie generazionali” e “memorie individuali” si interroga Joseph Maslen nella sua analisi dell’opera di Carolyn Steedman, Landscape for a Good Woman (1986), e Autobiografia di una generazione (1988) di Luisa Passerini. E qui è appunto in gioco la costruzione di nuovi modelli di soggettività che si manifestano in concreto in quella che semioticamente possiamo chiamare una stratificazione enunciativa in cui le memorie individuali (“io”) entrano in tensione con le narrazioni generazionali (“noi”).

Una riflessione sulla relazione tra intervistato e intervistatore si concentra invece il saggio di Celia Hughes che pone sia un problema intergenerazionale che di gender. Tutti i saggi fanno emergere una differenza quasi di stile narrativo e cognitivo tra voce femminile e maschile: mentre la seconda continua a seguire un modello di soggettività teleologicamente tesa verso la “scoperta di sé”, con una particolare attenzione su eventi e discontinuità, la prima interroga maggiormente la dinamica “negoziata” alla base della costruzione del sé,  registrando con più attenzione l’aspetto quotidiano, graduale e continuo del cambiamento.

Su una alterità di tipo quasi geografico si concentrano invece i saggi di Anna von der Goltz e Sofia Serenelli. La prima si concentra sul ’68 nell’Europa dell’Est e in particolare sul momento di cesura rappresentato dall’invasione della Cecoslovacchia il 21 agosto 1968. Il significato e la posizione di quell’evento nelle biografie individuali e nella storia tedesca viene legato al 1989: per alcuni la repressione della primavera di Praga rappresenta la morte di ogni speranza di riformare il sistema che nel 1989 appunto collasserà; per altri il 1968 e i fatti di Praga rappresentano l’inizio dei tentativi di una riforma dall’interno, di cui il 1989 è invece la più cocente delusione e sconfitta, vissuta da alcuni a livello personale.

Quella di Sofia Serenelli è invece il racconto del ’68 vissuto nella provincia italiana e per la precisione a Macerata e nella comunità di Vicolo Cassini, in una esperienza collettiva ispirata alla solidarietà di gruppo e all’amore libero. Anche Serenelli nota diversi stili di ricordo tra uomini e donne, una diversa attenzione nella messa in rilievo di alcuni eventi a scapito di altri e ovviamente anche alla diversa percezione dei codici morali. E come nel caso della Germania dell’Est abbiamo un momento, in Italia la strage di Piazza Fontana, a cui vengono dati dai vari componenti della comunità, attraverso soprattutto l’uso di metafore biologiche e strategie varie di messa in coerenza della narrazione, significati diversi: per alcuni si tratta di un momento di fine (fine dell’esperienza comunitaria, fine dell’innocenza, fine della giovinezza), mentre per altri si tratta di un inizio che si iscrive in continuità con l’esperienza di Vicolo Cassini, valorizzato come momento di autocoscienza individuale generazionale. Segmentare l’esperienza di Vicolo Cassini come momento isolato nel “normale” scorrere della vita, come momento di preparazione alla maturità politica oppure come fine della giovinezza dà ovviamente un significato diverso all’esperienza del ’68 vissuto nella provincia.

valle giulia

La lettura di questo numero speciale di Memory Studies offre molte opportunità per comprendere, a 35 anni dalla battaglia di Valle Giulia, quale eredità quella stagione, genuinamente europea, ci ha lasciato. E ci fa anche pensare ai dibattiti del presente – agli slogan “uno vale uno” o alla contrapposizione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa – che oggi si ripresentano in formato 2.0.
Dal punto di vista metodologico e interdisciplinare questi saggi si costituiscono come un terreno fertile di confronto tra discipline che finora non si sono ancora pienamente incontrate: semiotica e storia orale. Le metodologie della storia orale da una parte e le metodologie di analisi semiotica dall’altra – con strumenti come la teoria dell’enunciazione, che arricchirebbe notevolmente le analisi delle narrazioni raccolte – sembrano poter offrire per il futuro un ottimo terreno per un reciproco e fruttuoso scambio.

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