L’Aquila, 4 anni dopo: shock economy all’italiana

di Andrea Hajek

aquilaSono passati quattro anni da quando L’Aquila fu colpita da un terremoto di magnitudo 6.3, nell’aprile del 2009. Ma come ci dicono i telegiornali in questi giorni, per L’Aquila è come se fosse successo l’altro ieri. Il centro è ancora chiuso, e molti aquilani vivono ancora sparsi per hotel e soluzioni temporanee. Al telegiornale de LA7, l’1 aprile 2013, il sindaco Massimo Cialente ha detto – provocatoriamente – di voler ‘staccarsi’ dall’Italia se il governo non si dovesse mobilitare: “L’Italia non ci guarda più […] Non si abbandona così un pezzo di popolo in una comunità”. La sua reazione è sintomatica del senso di abbandono che ha colpito il capoluogo abruzzese, e che è stato analizzato nel libro Sismografie. Ritornare all’Aquila 1000 giorni dopo il sisma, una raccolta di saggi di cui abbiamo qui parlato.  

È fondamentale, in questo contesto, il ruolo della Protezione Civile, che avrebbe creato

un blocco unitario di consenso a livello nazionale e internazionale che rende credibile la possibilità di uscita dal dramma grazie all’intervento di una squadra (quella della Protezione Civile) di alto valore emblematico che si propone come attore sovrapartitico, come un mediatore operativo e neutrale, a cui i cittadini possano “affidarsi” con fiducia e speranza (Fabrizia Petrei in Sismografie, 42-43).

In altre parole, la Protezione Civile ha fatto leva sul trauma aquilano per imporre la sua autorità, un’autorità che si è manifestata nella gestione molto rigida e non negoziabile dell’emergenza, specie nelle tendopoli. Emanuele Sirolli, un altro degli autori di Sismografie, introduce il concetto di ‘sindrome da istituzionalizzazione’ (63-64) per descrivere la situazione nelle tendopoli all’Aquila, dove l’organizzazione formale e centralizzata contribuisce appunto ad un effetto di ‘istituzionalizzazione’, ‘passivizzazione’ e ‘infantilizzazione’ (Alberto Puliafito in Protezione Civile SPA, 2010, 22). Tutto questo rinforza il senso di trauma, che non è solo causato dall’evento stesso ma anche e soprattutto dall’impatto dell’evento sulla vita delle persone. Nel caso dell’Aquila, è la mancata ricostruzione della città, come ci spiega Sirolli: ‘è stato imposto un modello di (ri)costruzione che si sta rivelando essere non idoneo per una ricostruzione psicologica e sociale degli aquilani’ (65).

Chi ha subito un tale trauma deve dunque poter partecipare, attivamente e direttamente, nella ricostruzione della propria casa o comunque della propria comunità, in modo da poter tornare a un ritmo di vita normale. Per Kai Erikson, esperto statunitense di disastri ambientali e del loro impatto sulla società, un trauma è un colpo al ‘tessuto di base della vita sociale’ che distrugge i rapporti tra le persone e ‘compromette il senso predominante di comunità’ (citato in Cathy Caruth, Trauma. Explorations in Memory, 1995, 4). Questo è ciò che è accaduto all’Aquila, dove la Protezione Civile ha annullato ogni possibilità di ricostruire il vecchio centro storico in modo ‘democratico’, cioè a partire dai cittadini e dagli enti locali, mentre gli aquilani sono stati dislocati, portati lontani da parenti e luoghi di lavoro. In modo simile, le cosiddette New Towns e il progetto C.A.S.E. hanno avuto l’effetto di isolare le persone non solo dal contesto urbano ma anche da se stessi, sottraendo loro spazi di ritrovo e di socialità.

Si parla di un processo di ‘spaesamento’ (Fabio Carnelli in Sismografie, 70-71) che a mio giudizio fa parte di una vera e propria shock economy all’italiana. Il concetto della shock economy è stato sviluppato dalla giornalista canadese Naomi Klein (in The Shock Doctrine, 2007), a partire dalla sua critica dell’economista Milton Friedman e delle sue teorie di privatizzazione che si basano sullo sfruttamento del disorientamento pubblico in seguito a disastri naturali o attacchi terroristici, in modo di prendere in mano la situazione politica ed economica di un paese. Si pensi allo tsunami nell’Oceano Pacifico del 2004, che fu usato come pretesto per lo sviluppo dell’industria turistica in Sri Lanka a discapito della comunità locale. In modo meno estremo ma simile, la Protezione Civile ha creato anche essa delle situazioni di emergenza per giustificare interventi e grandi lavori che non sarebbero stati considerati legittimi in altre occasioni (si veda soprattutto l’analisi di Massimo Bonaccorsi in Potere assoluto. La Protezione civile al tempo di Bertolaso, 2010).

Nel caso dell’Aquila, la shock economy si è rivelata nel modo in cui la Protezione Civile ha gestito il terremoto, più precisamente nel tentativo di accelerare ‘processi di privatizzazione e sottrazione di spazi, poteri, diritti, quasi sempre a vantaggio di pochi e scelti approfittatori a scapito del percorso decisionale democratico’ (Stefano Ventura in Sismografie, 20). Questo a partire dalla gestione gerarchica e quasi militarista dell’emergenza che – come abbiamo visto – ridusse gli aquilani a meri oggetti, oltre ad isolare questi ultimi ed allontanarli dal loro ‘habitat’, acuendo dunque l’effetto traumatico del disastro. Inoltre, la decisione (mai dichiarata formalmente) di non ricostruire la vecchia città dell’Aquila ha creato delle opportunità di lavoro e di guadagno soprattutto per le grandi aziende edilizie e società finanziarie, come la Fintecna S.p.A. che è controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, a discapito delle aziende locali.

All’Aquila è andato in frantumi ciò che Giovanni de Luna ha chiamato – parlando della mancata giustizia nei confronti delle vittime di violenza negli anni Settanta –  ‘patto di cittadinanza’ in base al quale lo Stato garantisce ‘verità e giustizia in cambio di lealtà e fiducia’ (dall’Introduzione a La piuma e la montagna. Storie degli anni ’70, 2008, 16). L’idea di un ‘patto di cittadinanza’ frantumato la ritroviamo nel caso dell’Aquila, come in quelli di altre calamità naturali dove lo Stato non fece o non riuscì a fare il suo dovere, soprattutto dopo i terremoti del Belice (1968) e dell’Irpinia (1980).  Come ci ricorda David E. Alexander, studioso inglese di calamità e disaster recovery, spesso l’auto-aiuto è stata l’unica modalità di soccorso in Italia (si veda il suo capitolo ‘The Evolution of Civil Protection in Modern Italy’, nel libro Disastro! Disasters in Italy since 1860, 2002, 171).

Ora L’Aquila rischia di fare la fine di Messina dopo il terremoto del 1908: i suoi abitanti superstiti andarono in gran parte a vivere altrove, lasciandosi dietro una città che John Dickie ha definito provocatoriamente, nell’omonimo documentario, ‘una città senza memoria’Starà agli aquilani ristabilire un nuovo rapporto col territorio per divenire agenti attivi in un processo che non può che venire dal basso.

4 Responses to “L’Aquila, 4 anni dopo: shock economy all’italiana”

  1. Forse una della prima ad aver parlato di shock economy è Becchi Collidà (Archivio di Studi Urbani 1989,1993), che introduce il concetto di “economia della catastrofe” in Irpinia.

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